Voglia di etica nella finanza, ovvero, perseguire l’interesse di tutti

Riccardo MilanoResponsabile Relazioni Culturali di Banca Popolare Etica


 

 

Gordon Gekko, l’indimenticabile protagonista del film Wall Street, in una celebre sequenza diceva: «L’avidità, non trovo una parola migliore, è giusta» (Greed, for lack of a better word, is good). In un’altra aggiungeva: «L’avidità [omissis] è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. E l’avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l’altra disfunzionante società che ha nome America».
In tali frasi si hanno, di riferimento e in modo apofatico, le due prospettive indicate nel titolo, l’etica e la finanza, con una ricerca di giustificazione per entrambe, viste le situazioni di pensiero che hanno portato ad affermare un laissez faire del mercato in base al mainstream economico/liberista che la storia ci ha offerto e che ha prodotto la finanziarizzazione dell’economia.
Il ricordare l’avidità come giusta, valida, chiarificatrice, ecc., offre l’opportunità sia di approfondire i nostri temi che sono i temi dell’agenda economica attuale dove si sta cercando una visione economico/finanziaria in grado di risolvere i problemi da cui il mondo è afflitto, e sia sulle modalità etico/comportamentali non solo degli operatori ma anche dei beneficiari (risparmiatori, ecc.). Detto in altri termini, e a quel che appare l’attuale finanza, il fine giustifica i mezzi o c’è qualcos’altro?

L’avidità e l’avarizia

Sembra che oggi l’avidità, da non confondere con l’avarizia con cui spesso va a braccetto (chi è avido vuole avere piú di quello che ha, mentre chi è avaro non vuole dare quello che ha), sia certamente una leva prepotente del mercato. Di ciò se ne è perfino fatto un’etica e il mito della ricchezza a tutti i costi si è esteso non essendo piú considerato un peccato, come le varie teologie hanno a lungo sostenuto, ma un vanto.
È veramente una conquista? Scrive Zamagni (1): «è la diffusione a livello di cultura popolare dell’ethos dell’efficienza come criterio ultimo di giudizio e di giustificazione della realtà economica. Per un verso, ciò ha finito col legittimare l’avidità – che è la forma piú nota e piú diffusa di avarizia – come una sorta di virtú civica: il greed market che sostituisce il free market. [omissis]. Per l’altro verso, l’ethos dell’efficienza è all’origine dell’alternanza, ormai sistematica, di avidità e panico. Né vale sostenere, come piú di un commentatore ha tentato di spiegare, che il panico sarebbe conseguenza di comportamenti irrazionali da parte degli operatori. Perché il panico è nient’altro che un’euforia col segno meno davanti; dunque se l’euforia, secondo la teoria prevalente, è razionale, anche il panico lo è».

Quale etica e quale finanza?

Non c’è dubbio che il classico nesso tra causa ed effetto (una nuova etica per una nuova finanza) oggi vada nella direzione del mainstream sopra citato: una forte operatività finanziaria che ci ha portato ad avere dati quasi inconcepibili nel rapporto tra ammontare delle attività finanziarie e PIL mondiale (9 volte), tra derivati e la capitalizzazione di tutte le borse mondiali (14 a 1) (2), compensi fuori da ogni ragione dei C.E.O., cosí via, lo afferma.
E, di piú, non mi pare di aver visto benefici eclatanti e permanenti per le persone e le nazioni che li giustificassero, anzi! La crisi che si sta vivendo – culturale, politica, di teorie economiche, di fiducia, di etica, economico/finanziaria, ecc. – è perciò sí sistemica, ma anche causata da una forzatura sia della concezione dell’etica di fondo, basata sulla verità e sul bene comune, e sia dall’attuale concezione stessa di finanza ormai sganciata dal sistema economico e produttivo. Insomma, a essere brutali, si è spacciato per oro ciò che non lo è, ma con un plenario assenso di quasi tutti gli investitori/risparmiatori (3).
Quale monito, dunque? Certamente di riprendere in mano i fondamenti della concezione dell’economia che ha sempre un ascendente sociale e di reciprocità/felicità, come già sosteneva – ma è stato a lungo messo da parte – Aristotele e alla sua distinzione tra Economia (oikonomiké, funzionale al soddisfacimento dei bisogni della famiglia e della comunità) e Crematistica (chrematistiké, creazione di ricchezza conseguente all’accumulo di denaro per sé stesso) e di ridare valore a quei valori che hanno consentito alle persone (ma non tutte!) di progredire in un cammino di benessere, anche se non di ben-essere. Un comportamento etico nel mondo della finanza, infatti, va ben oltre un dato puramente deontologico e soggettivo, ma deve riguardare un forte impegno oggettivo. A tal fine occorre riproporre una distinzione tra etica nella finanza e finanza etica, per chiarirne gli effetti.
La prima riguarda il comportamento classico soggettivo/deontologico/professionale di molti operatori che cercano di fare del loro meglio nell’esercizio delle proprie attività lavorative, attivandosi in modo propositivo con piena coscienza, ma non sempre rifacendosi a un piano superiore e di bene comune. Di fatto non si pone l’occhio su di una filiera che può anche essere negativa, ma si guarda soprattutto al proprio lavoro ed impegno. Molti ritengono che non si può andare piú in là di ciò, in quanto la visione soggettiva è l’unica visione responsabile della persona umana. Si è qui invece dell’idea che, seppur quanto espresso abbia ragioni valide, non esaurisca le risorse a disposizione e che bisogna fare di piú, proprio per fare bene il bene.
Ma sebbene ciò è addebitabile a tutto il mondo del lavoro qui si lega al mercato finanziario. Scrive Manzone al riguardo: «ogni rappresentazione culturale e professionale (4) di questa istanza ideale di bene ha il carattere di immagine [omissis] si tratta per il professionista di domandarsi, prima di tutto, “Che cosa devo e posso fare?”, ma soprattutto “a quale buona causa mi dedico?”. Viene in questo modo messa in gioco la personalità e l’azione del professionista nella sua integrità. L’etica ha infatti a che fare con le esigenze di verità e di significato della pratica professionale. Essa mira soprattutto alla verità, e non solamente alla legittimazione di tale pratica, specie se si tratta di un fatto storico-sociale. Occorrerà allora considerare le professioni – nelle forme in cui si realizzano – dal punto di vista della loro verità e dal loro senso per gli uomini» (5).
Il mondo della finanza, con il suo peso sulla struttura economica e dei comportamenti umani, non può rincorrere una verità solo soggettiva e/o mirata a una concezione di crescita economica con la scusa che poi ci sarà una ridistribuzione alle categorie piú povere (teoria del trickle down) frutto, spesso, solo di compassione e di carità e non di giustizia distributiva e di un preteso (spesso anche comandato) comportamento asettico al proprio lavoro, dettato solo dal farlo bene, riguardo ai fini generali dell’attività svolta. Questo è quanto avviene ed è del tutto evidente che non è facile per il lavoratore, spesso non libero, di agire diversamente se non a rischio di “penalità” varie.
La seconda, la finanza etica, è quel pensiero economico contemporaneo che, non potendolo definire altro o contro le tradizionali teorie economiche, ma facendole in parte proprie, ha come fine l’uso del denaro, considerato un mezzo e non uno scopo, avendo a riferimento la persona umana. Essa è riconducibile a queste affermazioni: non è una modalità di fare beneficenza donando parte degli interessi o dei rendimenti alle associazioni beneficiarie, ma un prestito o un investimento finalizzato allo sviluppo di progetti in cui si riflettono i valori di riferimento ad imprese e soggetti che si fanno carico di obiettivi etici socialmente rilevanti; l’investimento etico porta in sé una denuncia delle attuali storture del sistema economico ed è uno strumento per proporre la ricerca di un nuovo modo di vivere le relazioni economiche; viene rilevata l’importanza e la necessità di facilitare l’accesso al credito soprattutto per le fasce deboli della popolazione, per metterle nelle condizioni di sviluppare un proprio progetto di vita dignitoso.
In pratica  il credito, in tutte le sue forme, è un diritto umano;  il profitto ottenuto dal possesso e dallo scambio di denaro deve essere conseguenza di attività orientate al bene comune e deve essere equamente distribuito tra tutti i soggetti che concorrono alla sua realizzazione. In caso contrario viene ritenuto illegittimo; si considera l’efficienza una componente della responsabilità etica, in quanto spinta a un uso oculato e razionale delle risorse e richiede un’adesione globale e coerente da parte del gestore che ne orienta tutta l’attività; prevede la partecipazione alle scelte importanti dell’impresa, non solo da parte dei soci ma anche dei risparmiatori; è  trasparente; è attenta e sensibile alle remunerazioni all’interno di ogni sistema facendo in modo che lo scarto tra il guadagno piú elevato e quello meno elevato sia il piú possibile basso; ha come criteri di riferimento per gli impieghi la responsabilità sociale e ambientale ed è sensibile alle conseguenze non economiche delle azioni economiche; «… la sincerità, l’onestà e l’affidabilità sono valori essenziali per instaurare rapporti economici sostenibili che promuovano il benessere generale dell’umanità. Costituiscono le premesse essenziali per creare la fiducia tra gli esseri umani e favorire una concorrenza economica leale. Inoltre è necessario proteggere i diritti umani fondamentali della privacy e della riservatezza personale e professionale …» (molte di tali affermazioni  sono inserite nell’art. 5 dello Statuto di Banca Popolare Etica) (6).
Certamente l’elenco fatto non è esaustivo e ognuna di queste affermazioni avrebbe bisogno di spiegazioni. Qui si vuol solo affermare che una realtà oggettiva come la finanza etica ha pensieri ed espressioni che coniugano in maniera sinergica e concomitante sia l’aspetto soggettivo che oggettivo, in quanto non possono sussistere isolatamente l’uno senza l’altro.
Il pensiero sopra esposto non è nuovo ed è stato presente nel passato in molte attività, specie creditizie, e in Italia: i momenti di produzione della ricchezza e della ridistribuzione erano una volta praticamente e intrinsecamente concomitanti, fino a che le politiche date dall’affermarsi del nuovo welfare hanno diviso le due posizioni in modo che ci si potesse concentrare su di uno solo. I risultati li vediamo ora con la finanziarizzazione dell’economia (per avere sempre di piú) che ha condotto in buona misura alla crisi. Un mercato ove l’etica va di pari passo con la finanza non è quindi fuori di luogo, ma non è altro che il cercare veramente di raggiungere un modello economico ove non si parli di arricchimento, spesso fittizio e dedicato al solo avere, ma di ricchezza, quella vera, che da sempre è anche sinonimo di cultura.
Sicuramente occorrono oggi entrambi i comportamenti (soggettivo e oggettivo) ma solo con quella visione di verità e di giustizia sociale per un bene comune. L’esperienza di chi già opera all’interno della finanza etica dimostra che non si hanno patenti di etica neanche al suo interno e che bisogna sempre impegnarsi, soggettivamente e come organizzazione, nel capire e attuare un costruttivo cammino economico/etico/sociale.

Ma cosa pensa il mercato?

Il problema nodale sul rapporto etica/finanza riguarda inevitabilmente il profitto e quanto si compie per raggiungerlo. Se è storica la visione che vede il profitto indispensabile ma non di certo fine a sé stesso, il problema nella nostra epoca nasce con il saggio di M. Friedman: The social Responsability of Business Is Increase Its Profits (7).
La ricerca del guadagno, quando diviene un must e/o un dovere morale, spinge obiettivamente a concezioni quali la shereolder value, in cui la sola giusta attività di ricerca del profitto porta a distorsioni come la brevità dei tempi di realizzazione del profitto e non visioni economiche a medio/lungo termine, per la ricerca del solo valore di Borsa; politiche di bilancio improntate alla riduzione dei costi fissi (ossia spesso i lavoratori); le delocalizzazioni; il pagamento di compensi ai manager che lavorano solo per ciò; e cosí via. Di fatto distruggendo una economia che si basa sulle persone, sul territorio e sui bisogni dei fornitori e consumatori. In conclusione, è il denaro il fine e non il mezzo e a ciò bisogna sacrificare tutto, cosí come è sotto gli occhi di tutti.
Recentemente Banca Etica ha richiesto un’indagine conoscitiva sulla finanza etica e sulle banche alla Demos (8).
Scrive a commento Ilvo Diamanti: «a scorrere i dati dell’indagine [omissis] è difficile trattenere una reazione incredula e un poco ironica. Difficile non restare perplessi di fronte alla rilevanza attribuita ai valori. La maggioranza degli italiani ritiene, infatti, che l’etica debba avere uno spazio importante nella finanza. Solo una frazione minima, invece, ritiene che non c’entri nulla con questo ambito di attività, dove conta solo fare profitti e remunerare i clienti. Lo stesso sentimento incredulo può emergere quando si osserva che, secondo gli italiani, le banche dovrebbero perseguire non solo il profitto, ma anche agire “a favore della società e del territorio”. Dovrebbero, inoltre, fare attenzione alle conseguenze sociali e ambientali delle attività finanziarie. Alimentare le reti di solidarietà sociale. Infine: dovrebbero rispettare criteri di trasparenza nei finanziamenti e negli investimenti e, quindi, tutelare e informare il cliente. Tanta generosità non può non sollevare qualche dubbio. Suggerire almeno che molte persone abbiano approfittato del sondaggio per scrivere un libro dei sogni. L’elenco dei desideri impossibili. Visto che questa prospettiva appare, comunque e quantomeno, largamente irrealizzata. Tuttavia, sarebbe altrettanto sbagliato considerarli solo buoni propositi, enunciati senza convinzione. Il problema è che i “buoni” propositi e i “buoni” sentimenti oggi non sono di moda. Vittima, a loro volta, di una visione del mondo, questa sí consolidata, che dà rilievo ad altri valori, di segno ben diverso e quasi opposto» (9).

Dare senso all’esistere

In conclusione, voglio riaffermare che (anche) l’Economia deve offrire una risposta quotidiana al senso della vita che alberga in ogni persona umana. Tale senso è quello che fa girare ogni cosa e a questo bisogna riferirsi. Il motto benedettino Ora et Labora – senza per questo voler entrare in àmbiti morali e religiosi – cerca di rispondere al quesito: l’uomo ha piú dimensioni e non solo quella del lavoro (che è la parte quotidiana dell’avere/essere e della vita concreta), ma anche dell’aspetto metafisico dell’essere e del perché della natura umana cui non si può, quindi, non rispondere.
Il coniugare, allora, etica e finanza non è affatto un ossimoro (come è purtroppo diventato), ma una verità profondamente concreta che non dev’essere piú oggetto di sterili discussioni relativamente al loro primato, ma una realtà unica.
La pur breve esperienza di Banca Etica, come possibile e concreto incipit, sta a significare ciò: tuttavia essa – ed è il suo vero compito – dovrà morire affinché nasca, dalle sue ceneri, una concezione veramente estesa di Finanza (intrinsecamente etica) in quanto è veramente possibile. Il suo slogan lo ribadisce: l’interesse piú alto è quello di tutti. Non c’è bisogno d’altro.

 

Riccardo Milano
Responsabile Relazioni Culturali di Banca Popolare Etica


 

 

Bibliografia

1) S. Zamagni, La lezione e il monito di una crisi annunciata. Working Paper di AICCON n° 56 del novembre 2008, p. 11. Si aggiunga, sul greed market, anche quanto scritto dallo stesso a p. 6 nel medesimo lavoro.

2) Cfr.: Il Sole 24 Ore, 13 Maggio 2012.

3) Illuminante nella sua semplicità è il libro di G. Dalla Libera: Onde anomale, E-logo ArchetipoLibri, Bologna 2011.

4) Max Weber definisce la professione come: «ogni specificazione, specializzazione e combinazione delle prestazioni di una persona, che costituisca per essa il fondamento di una continuativa di approvvigionamento o di acquisizione»: M. Weber, Economia e società, Ed. di Comunità, 1983, Vol. I p. 137.

5) G. Manzone, Il volto umano delle professioni. Sfide e prospettive dell’etica professionale, Carocci, 2011, p. 12.

6) Affermazione presa da Manifesto di un’etica globale: conseguenze per l’economia mondiale, art. 10. In H. Küng: Onestà. Perché l’economia ha bisogno dell’Etica, Bur Saggi, 2012.

7) M. Friedman, The social Responsability of Business Is Increase Its Profits, in New York Times Magazine, 13.09.1970.

8) Voglia di etica. Cittadini, banche e finanza in tempi d’incertezza. Indagine Demos & Pi per Banca Etica. Rapporto di ricerca Ottobre 2009, in www.demos.it

9) Continua: «[omissis] Smentisce, anzitutto, l’idea che gli italiani valutino il rapporto fra etica e finanza in modo insincero e/o ingenuo. Al contrario. Sono, invece, realisti e disillusi. Infatti, 3 persone su 4 sostengono che fino ad oggi lo spazio dell’etica, nel campo dell’economia e nella finanza, è stato largamente inadeguato [omissis]. Se si pensa al futuro, peraltro, piú di metà di essi non si illude. Non cambierà nulla. Resterà come adesso. E come prima. I cittadini, cioè, temono, non senza qualche ragione, che l’esperienza della crisi, per quanto traumatica, non abbia insegnato molto. Che, al contrario di quanto molti osservatori e operatori hanno ripetuto negli ultimi mesi, non se ne uscirà migliori. Che gli errori e i vizi del passato potrebbero, al contrario, ripetersi. Ed è per questo che il valore attribuito ai valori oggi assume un significato diverso. Che l’importanza attribuita alle virtú non è virtuale ma realista. Reale. Se la parola “solidarietà” è apprezzata da 8 persone su 10 e la parola “etica” da quasi 7 su 10: è perché se ne sente il bisogno. Perché definiscono un bene scarso e limitato. Ma al tempo stesso utile. Tanto piú e soprattutto nell’ambiente del credito e della finanza. D’altro canto, “credito” significa “fiducia”. E la fiducia nelle banche e nel credito oggi è molto bassa. Espressa da circa 2 italiani su 10. Poco meglio dei partiti. Non solo, in quasi 2 persone su 3 la parola “banca” suscita un sentimento negativo. In altri termini: ri-sentimento. Ma se non si dà credito al credito, come credere che il credito possa essere creduto e credibile? Per questo motivo la domanda sociale di trasparenza nelle transazioni, nei finanziamenti, negli investimenti, nei depositi piú che un desiderio o un auspicio suona come una condizione vincolante, nel complesso rapporto dei cittadini con il credito».

 

Ulteriori riferimenti bibliografici

S. Atzeni, Economia della morale, Giorgio Ariu Editore, Cagliari 2008.

L. Becchetti, L. Paganetto, Finanza etica. Commercio equo-solidale. La rivoluzione silenziosa della responsabilità sociale, Donzelli Editore, Roma 2003.

L. Becchetti, L. Bruni, S. Zamagni, Microeconomia. Scelte, relazioni, economia civile, Il Mulino, Bologna 2010.

L. Bruni, La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane, Casa Editrice Il Margine, Trento 2007.

L. Bruni, L’ethos del mercato. Un’introduzione ai fondamenti antropologici e relazionali dell’economia, Bruno Mondadori Editore, Milano/Torino 2010.

L. Bruni, S. Zamagni, Dizionario di Economia Civile, Città Nuova, Roma 2010.

G. Dalla Libera, Onde anomale, E-logo ArchetipoLibri, Bologna 2011. Demos & Pi, Voglia di etica. Cittadini, banche e finanza in tempi d’incertezza, Indagine per Banca Etica. Rapporto di ricerca Ottobre 2009. In www.demos.it

T. Korst, A. Grün, Usare il denaro in modo etico, Queriniana, Brescia 2010.

H. Küng, Onestà. Perché l’economia ha bisogno dell’Etica, Bur Saggi, Milano 2012.

G. Manzone, Il volto umano delle professioni. Sfide e prospettive dell’etica professionale, Carocci, Roma, 2011.

R. Milano, La finanza e la Banca Etica. Economia e solidarietà, Ed. Paoline, Milano 2001.

R. Milano, Social Banking: A Brief History. In: Olaf Weber and Remerand Sven, Social Banks and the Future of Sustainable Finance, Routledge International Studies in Money and Banking. Taylor & Francis Group, 2011.

D. Tettamanzi, Etica e Capitale. Un’altra Economia è davvero possibile?, Rizzoli, Milano 2009.

S. Zamagni, Economia ed Etica, Ed. Ave, Roma 1994.

S. Zamagni, L’economia del bene comune, Città Nuova Edizioni, Roma 2007.

S. Zamagni, L’economia come se la persona contasse: Verso una teoria economica relazionale, Working Paper n° 32, in www.aiccon.it

S. Zamagni, La lezione e il monito di una crisi annunciata, Working Paper di AICCON n° 56, in www.aiccon.it

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