EPP 2 – 2012 ANZIANI / Una vita sempre piú lunga: cambiamenti e nuova identità

Renzo ScortegagnaSociologo, Università di Padova


Anziano o vecchio? I due termini sono spesso usati come sinonimi anche se il senso comune distingue i significati, attribuendo al vecchio un significato negativo che richiama il decadimento fisico e mentale, mentre il termine anziano viene associato alla saggezza, alla maturità e quindi con un senso positivo.
La distinzione diventa ancora piú significativa quando si introduce la variabile di genere. Qualificare una donna come vecchia, infatti, non evidenzia soltanto un’età, ma esprime anche una trascuratezza nella cura del corpo e nel vestire, segni che rinviano comunque al concetto di decadimento. Diverso, se si usa il termine anziana, che potrebbe corrispondere a una signora di una certa età. Quale termine usare quindi?

Un cambiamento in atto

Se l’uso di una parola non dipende soltanto dalla sua etimologia, ma anche dal significato che a essa viene attribuito nel contesto culturale di riferimento, non c’è dubbio che è preferibile riconoscersi nei termini anziano/anziana, associandoli all’età che segue l’età adulta, sapendo che il criterio degli anni è del tutto insufficiente per descrivere la condizione anziana e le singole persone. Si tratta peraltro di una fascia di popolazione abbastanza ampia, che pesa circa il 20% sulla struttura dell’intera popolazione e che aggrega circa vent’anni di vita: dal termine della vita adulta fino alla morte. Sono riferimenti quantitativi che danno una prima idea sulla consistenza delle persone anziane oggi, ma che non rivelano nulla rispetto alle dimensioni qualitative che interessano la vita di tali persone, che dipendono dalle storie individuali e dai contesti culturali e ambientali nei quali la vita viene realmente vissuta.
Per completare la riflessione intorno al termine da usare quindi, occorre considerare i contesti nei quali la persona si colloca.
Sul piano individuale ciò comporta contemplare, tra gli elementi che descrivono la persona anziana, non soltanto l’età anagrafica, ma anche lo stato di salute e di autonomia, il ruolo sociale, lo stato sociale, ecc. E in quest’ottica ogni persona presenta un profilo unico e originale, che la distingue dagli altri, pur avendo alcuni caratteri comuni.
I termini però vengono anche usati per riconoscere un gruppo, per qualificare una categoria sociale: gli anziani, i giovani, gli adulti e cosí via; per poter operare in tal modo, si parte dal presupposto che tra gli individui ci siano caratteristiche comuni che consentano le rispettive aggregazioni. Nel caso specifico si ritiene che gli anziani siano tutti uguali: una condizione che permette di indagare sulle dimensioni che li definiscono, indipendentemente poi dal come tali dimensioni siano declinate da ciascuno sulla base della propria soggettività. Questa è anche la condizione che permette l’elaborazione di modelli e la costruzione di stereotipi, capaci di rappresentare la cultura e i contesti nei quali le persone vivono.
Com’è facile intendere si tratta di due prospettive diverse, ma non in contrasto tra loro, in quanto l’una descrive il profilo individuale della persona anziana, mentre l’altra ha una valenza plurale e rappresenta un’entità socialmente riconoscibile. Si potrebbe anche affermare che la prima esprime la soggettività dei significati, mentre la seconda riguarda l’oggettività dei significati, visti nelle cornici sociali e culturali di riferimento.
Sul piano dei contenuti si deve rilevare una reciproca influenza tra le due prospettive, nel senso che la soggettività non è soltanto il vissuto e l’esperienza di vita dell’individuo, ma anche la traduzione e l’interpretazione dei riferimenti sociali (in termini di valori e di comportamenti), che danno legittimità alla stessa soggettività. D’altro canto l’oggettività non è la semplice somma delle soggettività, anche se è da tutte queste (soggettività individuali) che trae spunto l’analisi e l’elaborazione di modelli e di profili socialmente osservabili.
Questo spiega la ragione per cui si possa parlare di anziani come una categoria sociale, dando per scontato che esistano dei caratteri comuni e contemporaneamente affermare che ogni anziano/anziana rappresenta una propria specificità, che non sempre combacia con gli elementi riconoscibili nella categoria. Ciò si riscontra facilmente nell’esperienza quotidiana, nel momento in cui una persona anziana riconosce gli anziani come entità socialmente rilevante e osservabile attraverso modelli e stereotipi.
Nel medesimo tempo la stessa persona si vive soggettivamente “diversa”, sentendosi piú o meno vicina agli “altri anziani”, a seconda che il proprio profilo concordi, piú o meno, con il profilo sociale ricavabile dallo stereotipo. In questo modo si costruiscono e si modificano anche le identità individuali, attraverso continui processi, piú o meno consapevoli, di confronto e di interiorizzazione in una realtà in continuo cambiamento.
Ovviamente in questa sede si rifletterà intorno ai modelli e agli stereotipi, in rapporto alle dinamiche di cambiamento che li coinvolgono, come se gli anziani e le anziane fossero tutti uguali, lasciando peraltro ai singoli individui il compito di accertare gli aspetti di convergenza e quelli divergenti tra il proprio profilo e il profilo sociale-culturale. In altri termini si presenterà un quadro di riferimento all’interno del quale costruire un modello e un’immagine di anziano; e questi costituiranno anche le basi di confronto con l’esperienza e il vissuto soggettivi. Cosí la singola persona potrà sentirsi piú o meno omologata nel suo profilo e riconoscersi nello stereotipo e, di conseguenza, o piú o meno appartenente alla categoria sociale di riferimento.
Per procedere in tale direzione è necessario riflettere sui diversi àmbiti che interessano il processo di invecchiamento, allo scopo di cogliere i principali cambiamenti in corso. Ciò consentirà di valutare il grado di corrispondenza tra le immagini e gli stereotipi provenienti dal passato con la realtà che si sta vivendo e tracciare quindi il nuovo profilo di anziano, sapendo che esso diventerà uno dei principali riferimenti sulla base dei quali costruire e mantenere una nuova identità individuale e sociale.

Mutamenti nell’ambito del lavoro

L’allungamento della vita ha modificato anche i tempi e i significati del lavoro. Il progresso scientifico e le nuove tecnologie, in particolare, hanno cambiato il contenuto del lavoro, togliendo o riducendo la fatica fisica e arricchendolo di intelligenza di soggettività; e il lavoratore è considerato un capitale umano da valorizzare e da coinvolgere nel processo produttivo. Il lavorare infatti non è considerata soltanto come la principale attività strumentale per l’acquisizione delle risorse per dare soddisfazione ai bisogni, ma anche l’espressione dei propri talenti e una delle modalità per realizzare sé stessi, sia a livello individuale che nella dimensione sociale. In quest’ottica cambia anche l’atteggiamento verso la fatica fisica, vista in passato come un “castigo” ineliminabile e cambiano le norme di tutela e di prevenzione, per evitare che l’ambiente lavorativo produca danni o pericoli alla salute del lavoratore.
Si tratta di nuove situazioni che evidenziano nuovi bisogni e nuove istanze alle quali occorre fornire nuove risposte.
Lo stesso istituto della pensione (dell’uscita obbligatoria dal mercato del lavoro per limiti di età), vissuto in passato come un atto liberatorio e uno stato di riposo (dopo il lavoro) non conserva piú tale significato. Alla pensione infatti si collega la perdita del ruolo sociale, il possibile isolamento, il rischio di depauperamento, la perdita di protagonismo, ecc., tutte situazioni che incidono negativamente sulla condizione di benessere della persona.
Sono considerazioni che riguardano da vicino la persona anziana che si interroga sulla fine dell’attività lavorativa. Una persona che, giunta a una certa età, si sente ancora la voglia di lavorare per non perdere i contenuti di cui si è detto; una persona che in qualche caso sarebbe disposta a cambiare lavoro e a intraprendere nuovi percorsi per mettere a frutto l’esperienza maturata e per non interrompere il percorso di autorealizzazione.
La raccomandazione rivolta alle persone che invecchiano di mantenersi attive va in tale direzione. Semmai si tratta di definire meglio i campi nei quali essere attivi, che non sono necessariamente i luoghi del lavoro tradizionale e della produzione di beni e servizi, ma possono essere luoghi piú legati alla produzione e tutela del bene comune e allo sviluppo di relazioni sociali. E devono essere definite anche nuove modalità di lavoro, consone alle attività svolte e adeguate alle condizioni di salute delle persone stesse.
In questa prospettiva si collocano anche i criteri di uscita dal mercato del lavoro (andare in pensione). Va approfondita e sperimentata l’ipotesi di flessibilizzare e diversificare le modalità per andare in pensione, non piú concepito come un atto imposto e automatico, applicabile in maniera indistinta per ogni persona, per la quale si maturino certi requisiti. Al contrario la pensione potrebbe diventare una scelta personale, pur all’interno di alcune regole comuni, che risponda a certe istanze individuali, legate alle proprie caratteristiche e ai relativi contesti. Scelta che va opportunamente preparata e che deve essere compatibile con le esigenze e le regole dei processi produttivi, ai quali si appartiene.

Cosa è cambiato nell’ambito della famiglia

Quale posto occupa la persona anziana nella famiglia? L’immagine del vecchio patriarca, venerato e temuto come figura di riferimento ed espressione dell’autorità nella famiglia è tramontata da molto tempo. Essa si reggeva su una struttura gerarchica, sostenuta e garantita da uno stato di convivenza e da legami di dipendenza non soltanto affettiva, ma anche economica.
Lo sviluppo e l’affermarsi della famiglia mononucleare ha notevolmente modificato la posizione della persona anziana nella famiglia: molte famiglie sono composte da coppie anziane senza figli conviventi, specialmente nell’ambiente urbano e sono aumentate anche le famiglie costituite da un’unica persona anziana (famiglie monopersonali). Queste nuove soluzioni strutturali, non piú centrate sulla convivenza, rispondono meglio alle istanze di autonomia e di libertà espresse dai singoli componenti, ma contemporaneamente modificano sia i loro reciproci legami, sia il sistema di relazioni.
Le prime conseguenze si riscontrano nei modelli e nelle dinamiche educative e nei processi di trasmissione dei valori, che tendono a escludere le persone anziane con il loro patrimonio di esperienze e di testimonianza. Mancando la vicinanza fisica tra le generazioni (nonni-nipoti) diventa difficile valorizzare tale patrimonio, a meno di creare apposite occasioni perché questo confronto e questo scambio intergenerazionale possano avvenire in modo armonico. La stessa difficoltà di relazione, sempre all’interno della famiglia, favorisce anche l’insorgere, per la persona anziana, di condizione di solitudine, con serie conseguenze sul piano della salute. Un rischio assai frequente, che va affrontato responsabil- mente dalla stessa persona anziana, attivando meccanismi originali che non trovano riscontro nei modelli del passato. Le nuove situazioni non hanno invece cancellato l’impegno delle persone anziane nel lavoro di cura e nell’aiuto economico fornito negli stati di difficoltà. L’accudimento dei nipoti, piccoli servizi a sostegno delle mancanze di tempo da parte dei genitori-figli, contributi economici ai nipoti adolescenti anche nelle fasi di ricerca del lavoro, ecc. sono tutte attività che riconoscono un ruolo alle persone anziane, specialmente alle donne, ma non soltanto. Si tratta di uno scenario nuovo che coinvolge molte persone anziane (almeno per un certo tempo), che crea nuovi contenuti nei rapporti e nuove identità anche per le persone interessate. Occorre prevenire il rischio che tali situazioni creino nuove forme di dipendenza e nuove gerarchie, dove la persona anziana si trova in una posizione di relativa debolezza.

L’influenza delle nuove tecnologie

Il progresso della tecnica, registrato in questi ultimi decenni, è avvenuto con un ritmo senza precedenti. Sarebbe impresa impossibile elencare le tante applicazioni tecnologiche riscontrabili nei diversi campi. Merita invece sottolineare che la persona anziana ha assistito ed è stata coinvolta in tali cambiamenti, proprio per l’impatto che le nuove tecnologie hanno avuto e hanno nella vita quotidiana, specialmente nel campo delle comunicazioni. Telefoni cellulari, reti informatiche, Internet, navigatori satellitari, sistemi digitali e cosí via stanno modificando le modalità di relazione tra le persone e i criteri di accesso ai servizi, creando nuovi comportamenti. Il nuovo scenario che si sta costruendo è destinato a influenzare lo stile della vita quotidiana e ha una forte correlazione con l’età delle persone. Basta osservare la modalità con cui un adolescente e una persona anziana usano il cellulare, per cogliere le differenze tra una generazione che si è confrontata con le nuove tecnologie fin dalla nascita (i cosiddetti “nativi digitali”) e un’altra generazione che ha dovuto apprendere l’uso dei nuovi strumenti, sostituendoli a quelli precedenti assai diversi, sia per le funzioni che svolgevano che per le operazioni che richiedevano per utilizzarli. Come cambia lo stile di vita di una persona anziana per effetto di tali tecnologie?
Le risposte all’interrogativo sono diverse e, ancora una volta, non si possono fare generalizzazioni. L’uso eccessivo e incontrollato di alcune funzioni possono generare nuove forme di dipendenza (basti pensare alle nuove forme di dipendenza da gioco) o nuovi criteri nell’organizzazione del tempo del lavoro rispetto al tempo libero. Nello stesso tempo le nuove tecnologie possono essere dei moltiplicatori di rapporti e costruttrici di nuovi legami, anche se forse si tratta di rapporti e legami superficiali, che non garantiscono quell’approfondimento desiderato nelle reti o nei gruppi di amici.
I cambiamenti quindi non sono automatici, ma dipendono in larga misura dai criteri con cui le stesse tecnologie vengono usate. Sarebbe quindi miope coltivare atteggiamenti nostalgici criminalizzando il progresso. Per questo sono da considerare anche i rischi che il “non-uso” delle nuove tecnologie sono in grado di produrre, specialmente nelle persone anziane. Possono verificarsi situazioni di autoesclusione che anticipano forme di isolamento sociale; oppure forme di analfabetismo che producono nuove dipendenze da altri e cosí via. Situazioni che si riflettono comunque nello stile di vita e nel grado di benessere, che una persona anziana ha diritto di godere.

Salute e qualità di vita

L’allungamento della vita ha reso piú elevato il rischio della perdita dell’autonomia a causa di malattie degenerative. Le conoscenze scientifiche e l’organizzazione sanitaria consentono oggi di sopravvivere ad alcune malattie spostando significativamente i confini della morte; poter vivere a lungo quindi diventa un obiettivo plausibile per molti. L’attenzione semmai si sposta dal semplice conteggio degli anni, al livello di qualità di vita garantibile attraverso le terapie e gli interventi di cura. Un quadro nel quale si collocano almeno due questioni importanti.
La prima riguarda la prevenzione e quindi l’interesse verso il proprio corpo, come segno di responsabilità personale che influenza la qualità dell’invecchiare. Ciò riguarda prevalentemente lo stile di vita che la persona anziana adotta, ma anche le scelte di mantenimento dell’autonomia che richiedono alcune specifiche azioni (come il movimento, la dieta, l’esercizio mentale, l’attivazione di relazioni, ecc.), oltre alle terapie previste nei casi di presenza di precise patologie.
La seconda questione riguarda il tema del cosiddetto accanimento terapeutico che in alcune situazioni sembra piú orientato a ritardare la morte, che a permettere alla persona ammalata una vita dignitosa di qualità. È un problema delicato, con forti connotati etici, che si riferisce a ogni persona, indipendentemente dall’età, ma che per la persona anziana può considerarsi piú vicino. Ad esso ci si può accostare con un’adeguata preparazione che coinvolga la coscienza individuale e si confronti con il reale diritto di autodeterminazione.
Ma riguarda anche l’operatore sanitario e di assistenza proprio per le relazioni che questi sono in grado di attivare nei confronti della persona malata e dei suoi familiari, rispetto ai limiti della cura e alla dignità del morire.
Si tratta di un problema non facile da affrontare ed è molto forte a tutti i livelli la tentazione di negarlo o di mascherarlo, come si nega o si nasconde la morte.

Dimensione sociale: tra appartenenza e partecipazione

Appartenere significa sentirsi parte di un’entità sociale. Appartenere significa avere un ruolo sociale, dei compiti da svolgere, dei diritti da esercitare, dei doveri da rispettare. Partecipare significa prendere parte alla vita e al funzionamento di tali entità, trarre da esse motivazioni per svolgere attività e senso della vita. La società in tutte le sue configurazioni e organizzazioni costruisce appartenenza per i suoi membri e contemporaneamente offre le opportunità per costruire e mantenere un’identità sociale. In questa linea si incontrano le agenzie di socializzazione, i paesi, i quartieri delle città, le religioni organizzate, i partiti politici; ma anche i gruppi, le associazioni, le comunità nelle loro espressioni formali e non formali; tutti luoghi capaci di attivare e sviluppare relazioni tra le persone.
Si tratta di un sistema che sta vivendo un momento di profondo cambiamento, dove le strutture tradizionali sono impoverite, dove l’individualismo tende a elevare ostacoli e resistenze, dove l’integrazione e l’accoglienza dei diversi diventano sempre piú complesse e difficili.
La persona anziana con la sua fragilità rischia di essere emarginata, di perdere i legami costruiti durante la vita adulta, rischia di essere isolato e quindi di essere privo di ruoli e non trovare, di conseguenza, un senso alla vita.
Ed è questa una delle questioni che chiama in causa non soltanto la persona e la sua famiglia, ma anche i responsabili della vita organizzata, le istituzioni e specialmente i corpi intermedi, comunque presenti nella società civile, che possono diventare altrettanti laboratori di partecipazione. La persona anziana attraversa tutti questi àmbiti, legge e vive i cambiamenti che vi riscontra, costruendo e adattando continuamente la propria identità. Ed è proprio questa capacità di adattarsi e di attivare nuove relazioni che riempiono di contenuti e di senso l’esistenza, sottraendo l’anziano dal rischio di trasformare la richiesta di adattamento in rassegnazione e rinuncia.

 

Renzo Scortegagna
Sociologo, Università di Padova

 


Bibliografia di approfondimento

R. Scortegagna, Invecchiare, il Mulino, Bologna 1999. R. Scortegagna, Vivere e morire con dignità, Marsilio, Venezia 2011.

R. De Beni (a cura), Psicologia dell’invecchiamento, il Mulino, Bologna 2009.

G. Petter, Per una verde vecchiaia. La terza età e il “mestiere del nonno”, Giunti, Firenze 2009.

E. Oggioni, I ragazzi di sessant’anni, Mondatori, Milano 2012.

P. L. Berger, T. Luckmann, Lo smarrimento dell’uomo moderno, il Mulino, Bologna 2010.

R. Esposito, Communitas, Einaudi, Torino 1998. A. Bagnasco, Tracce di comunità, il Mulino, Bologna 1999.

Aa.Vv., Il  capitale sociale. Istruzioni per l’uso, il Mulino, Bologna 2001. M. Colasanto, F. Marcaletti, Lavoro e invecchiamento attivo, FrancoAngeli, Milano 2007.

M. C. Bombelli e E. Finzi, Over45, Guerini e Associati, Milano 2006.

 

Read More