Trattare con cura e affetto: l’ambiente sarà vivibile, quanto piú i lavori saranno verdi

Marco Gisotti, Giornalista e divulgatore esperto in “green economy”


 

 

Quando 1.400 fra bambini e ragazzi, tutti fra i 10 e i 24 anni, provenienti da 120 Paesi di tutto il mondo, in occasione della conferenza mondiale sull’ambiente di Rio del 2012, venti anni dopo quella storica del 1992, hanno presentato un proprio documento ai grandi della Terra, il loro messaggio è stato semplice quanto diretto: “Green economy is our only future”, ovvero “l’economia verde è il nostro solo futuro”.
«Come bambini – ha poi spiegato Adeline Tiffanie Suwana, 14 anni, indonesiana -, siamo in grado di piantare alberi, pulire fiumi e spiagge, ma non possiamo impedire alle industrie di inquinare i nostri fiumi, non possiamo costringerle ad adottare un’economia verde. Vogliamo che politiche e leggi rendano le industrie sostenibili».
«Nei prossimi dieci anni – si legge nel documento – la popolazione mondiale raggiungerà i 7 miliardi e avremo bisogno di dare lavoro a oltre un miliardo di giovani: lavori che consentano di vivere una vita produttiva e che valga la pena di essere vissuta, ma anche che contribuiscano a raggiungere una piena economia verde».
Se si considera che circa il 40 per cento dei non occupati del Pianeta, quasi 80 milioni di persone, ha un’età compresa proprio fra i 14 e i 24 anni, si comprende perché il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (Unep) sia impegnato attivamente nel promuovere un sempre piú stretto rapporto tra giovani e green job a partire da un piú ampio programma denominato “Tunza Youth Strategy”, adottato nel 2003 come strategia a lungo termine per coinvolgere i giovani in attività ambientali e lavorative e dove la parola “tunza”, in swahili, vuol dire “trattare con cura o affetto”.
D’altronde, è stato lo stesso Sha Zukang, segretario generale della Conferenza Onu sullo sviluppo sostenibile, ad aver messo appaiati al primo punto dell’agenda degli impegni di Rio+20 il lavoro verde e l’inclusione sociale: «Rio +20 sarà un vertice sulla vita delle persone e sui loro mezzi di sostentamento – ha spiegato in una nota ufficiale -. Si tratta di un vertice sulle misure necessarie per creare piú posti di lavoro, migliori e verdi. A Rio, i governi avranno bisogno di condividere lezioni su quali politiche relative alla green economy potranno essere d’aiuto alla creazione di lavori verdi».

La green economy e i green jobs

Per l’Unep, un’economia verde deve offrire «un miglioramento del benessere umano e dell’equità sociale, riducendo significativamente i rischi ambientali e i deficit ecologici». L’Unesco, dal canto suo, in occasione di Rio +20, ha suggerito un aggiustamento di tiro di questo concetto, introducendo quello di “società verdi”: «le economie verdi da sole non bastano. Le sfide complesse e sfaccettate e i rischi attuali e futuri hanno bisogno di risposte che riguardino le questioni sociali, economiche e ambientali che affliggono il mondo di oggi, in maniera globale e integrata, con nuovi indicatori per guidarci. Significa costruire società verdi. E le società verdi dovranno essere giuste, eque e inclusive».
D’altronde, equità sociale e giustizia ambientale erano già una componente fondamentale del Rapporto Bruntland. In questo senso anche il concetto di lavori verdi è discendente diretto di questo percorso.
Nel nostro Paese, gli stessi studi di Unioncamere degli ultimi anni fanno diretto riferimento alla definizione ILO-UNEP, secondo la quale i green jobs sono tutte quelle «attività lavorative nel settore agricolo, manifatturiero, amministrativo, dei servizi e nelle attività di ricerca e sviluppo che contribuiscono sostanzialmente nell’opera di salvaguardia o ripristino della qualità ambientale. Questi includono attività che aiutano a tutelare e proteggere gli ecosistemi e la biodiversità; a ridurre il consumo di energia, risorse e acqua tramite il ricorso a strategie ad alta efficienza; a minimizzare o evitare la creazione di qualsiasi forma di spreco o inquinamento (…) Non è sempre facile identificare i lavori verdi perché se alcuni settori, come quello delle energie rinnovabili, sono ben riconoscibili, i cambiamenti che avvengono nelle industrie tradizionali non sono sempre facilmente individuabili. (…) Come ogni altro settore, quello degli investimenti in campo ambientale genera sia un certo numero di posti di lavoro diretti (progettazione, costruzione, mantenimento) che indiretti (nelle industrie che forniscono i componenti). Alcuni impieghi sono facilmente identificabili come lavori verdi, per esempio l’installazione di un pannello solare o la manutenzione di una pala eolica, mentre un componente di acciaio di una pala eolica può venire da un’acciaieria senza neanche che questa ne sia a conoscenza».
Allo stesso tempo, Unioncamere, nella misurazione dei green jobs nell’economia italiana ha considerato anche il piú recente approccio indicato dall’Eurobarometro 342/2012 della Commissione europea, in base al quale va considerato come un green job qualunque lavoratore che applichi competenze verdi nello svolgimento delle proprie mansioni lavorative, in toto o in parte.

Green job in Italia

In Italia il dibattito sui “green job” è stato spesso limitato alla creazione di posti di lavoro da parte delle imprese del settore delle energie rinnovabili, presso le quali si stima che siano circa 150.000 le persone a vario titolo impiegate. I dati dell’ultima edizione del Rapporto GreenItaly, ralizzato da Unioncamere e Fondazione Symbola, presentato lo scorso 5 novembre 2013, segnala che oggi nell’intera economia italiana (sia privata che pubblica) gli occupati “verdi” sono piú di 3 milioni. E a fianco di questi si possono contare altre 3 milioni e 700 mila figure “attivabili” dalla green economy: professioni potenzialmente green, nel senso che sebbene non abbiano per natura competenze green, possono diventarle a seconda del contesto in cui operano (imprese e filiere green oriented), delle attività lavorative a cui sono dedite e delle competenze attuali o potenziali acquisibili attraverso, soprattutto, specifici interventi formativi.
Nel 2013, sono 52.000 le assunzioni complessive (sia non stagionali che stagionali) di green jobs in senso stretto previste dalle imprese dell’industria e dei servizi con dipendenti, pari al 9,2% del totale; osservando la parte un po’ piú strutturale della domanda di lavoro, di queste circa 47.000 hanno carattere non stagionale (12,7% del totale delle assunzioni non stagionali, il massimo degli ultimi cinque anni). Mentre le assunzioni di figure attivabili dalla green economy (sia non stagionali che stagionali) risultano essere pari a 81mila (14,4% del totale assunzioni), di cui poco piú di 54.000 non stagionali (14,7% del totale delle assunzioni non stagionali).
Secondo l’Isfol complessivamente i lavoratori verdi nel nostro Paese supererebbero appena le 300.000 unità, ma il numero potrebbe essere molto piú alto soprattutto se analizzassimo i dati forniti delle associazioni di categoria e di quelle datoriali.
Si scopre cosí che non c’è comparto che non sia attraversato, sia pure in tempi di crisi, da una riconversione sostenibile, con numeri decisamente importanti sotto il profilo occupazionale: 116.000 nel trasporto pubblico, 410.000 nel settore delle foreste, 103.000 nei rifiuti e 76.000 nel riciclaggio, 80.000 nelle aree protette, 13.000 nella chimica verde, 50.000 nell’agricoltura biologica, 27.000 nel settore delle bonifiche ambientali, 50.000 nell’ecoturismo.
Complessivamente si stima che siano operativi oggi in Italia fra gli 800.000 e i 950.000 lavoratori verdi, con prospettive di crescita nei prossimi anni.
Secondo uno studio di Unioncamere e Fondazione Symbola, “GreenItaly”, il 39,5 per cento di tutte le professioni censite dall’Istat sono oggi oggetto di una riconversione verde e il 90 per cento delle imprese italiane ritiene urgente o necessaria l’assunzione di lavoratori con competenze ambientali.

Il futuro dei green jobs

Quando si parla di economia verde è evidente che alcune definizioni tendano ad essere insufficienti, sia come categorie che come numeri. Lo stesso paradosso messo in evidenza dall’ILO, per cui il lavoratore di un’acciaieria può essere considerato verde a seconda se il prodotto della sua attività sia inserito in una filiera anziché in un’altra, rende perfettamente l’idea della liquidità delle definizioni di questa era.
A ben guardare la transizione verso la sostenibilità è un fatto ineludibile almeno dalla presentazione del Primo Rapporto sul clima dell’Ipcc nel 1990. Il Protocollo di Kyoto, la Direttiva europea 20/20/20 e i loro epigoni disegnano una serie di necessità e di interventi per combattere le cause e gli effetti del cambiamento climatico. Ciò significa una ristrutturazione dell’intero sistema produttivo e non solo. Anche le città devono essere ridisegnate e reingegnerizzate, incluse case, uffici, negozi, trasporti e ogni altro servizio. I servizi ecosistemici, messi sotto stress dal climate change ma anche da altri fattori antropici, richiedono una cura diversa e maggiore rispetto al passato. E tutto questo a ogni latitudine della Terra.
L’effetto necessario è lo sviluppo di tecnologie, di prodotti e di processi che convergano verso lo scopo comune di mantenere l’ecosistema globale entro limiti accettabili alla sopravvivenza e al benessere della nostra e delle altre specie.
Il tema dell’efficienza diventa perciò dominante in tutti i processi. Persino l’economia che a lungo si è trovata in una posizione di conflitto e di contrapposizione con le istanze ecologiche oggi deve scendere a piú miti consigli e declinare molti dei suoi paradigmi verso la “green economy” o il “green grown”. Siamo ancora lontani perché i processi decisionali dei vertici dei governi o delle imprese abbiano appreso e condiviso alcune intuizioni di fisici prestati all’economia, come peraltro emerso anche durante la Conferenza di Rio sull’ambiente del 2012, ma l’evidenza della crisi ecologica e il protrarsi della crisi economica hanno decretato un’accelerazione verso la sostenibilità.
Un’accelerazione che ha coinvolto tutti i campi dell’economia, da quelli teorici a quelli applicativi, e lo stesso dicasi per l’industria. Spesso dal basso (lo dimostrano i dati di Unioncamere in Italia) dove l’imprenditoria ha cercato nuove soluzioni anche in assenza di meccanismi di incentivazione. Se, per esempio, è vero che efficienza energetica e fonti rinnovabili sono state aiutate nel nostro Paese da interventi pubblici, è vero che l’innovazione in molti settori è emersa come strategia di sopravvivenza: ridurre i consumi, migliorare la qualità intrinseca della produzione, aggiornare le proprie competenze oppure rassegnarsi a quote di mercato sempre piú ridotte fino all’estinzione.
In questo processo domanda e offerta del mondo del lavoro non sempre si sono incontrate e, vale la pena notarlo, neppure i percorsi formativi. Se, infatti, nel 2011 si sono laureati in agraria 4.336 persone , 12.025 hanno scelto architettura, 21.677 giurisprudenza, 43.170 economia, 37.529 ingegneria, 33.125 medicina e chirurgia e appena 119 chimica industriale, anche se sappiamo che il 41% delle imprese della chimica oggi sono green. Un settore che cerca spasmodicamente nuovi chimici ma che non riesce a trovarli.
In mezzo ci sono gli strumenti di orientamento, disorganici e quindi inefficaci, gli uffici per l’impiego e tutte quelle strutture che, in àmbito territoriale, per cento ragioni non sempre riescono ad allineare la domanda con l’offerta.
In un panorama di esigenze che vede le competenze green emergere sempre di piú in maniera trasversale. Persino il softwerista oggi è piú che mai necessario nell’industria e nei processi green, pur non essendo nel nostro immaginario il tipico lavoratore verde.
Torniamo quindi a quella trasversalità o, secondo una definizione piú attuale e sincretica, a quella liquidità che contraddistingue molti dei fenomeni moderni. La stanchezza dei modelli statistici delle professioni risiede proprio nella rapidità con cui le competenze professionali evolvono e si trasferiscono da una figura all’altra e da una categoria professionale all’altra.
Anche per questo, sia a livello internazionale che nazionale, una definizione di “green job” stenta a essere compiuta, cosí come una definizione di green economy. Tutte quelle competenze che partecipano alla transizione verso l’era dell’efficienza (che non è solo energetica) sono certamente competenze green, che si rivelano essere necessarie anche sul mercato del lavoro poiché offrono maggiori margini di successo sul mercato.
Viene dunque spontaneo chiedersi se, piuttosto che censire le professioni, non sia tempo di censire le competenze. Una scomposizione che vede la singola professione come un ecosistema di competenze, adattabile e collocabile secondo l’ambiente e la necessità.
In questo modo i soggetti atti a costruire un ponte fra impresa e cittadini e impresa e istituzioni potranno guardare al mondo del lavoro come un elemento imprescindibile della costruzione del tessuto sociale ed economico. Dove le singole professioni – e quindi i singoli lavoratori – potranno vantare un aumentato valore aggiunto in termini di competenze e di formazione, restituendo al lavoratore una dignità e un peso politico e sindacale andati via via perduti nel corso degli ultimi decenni.
«Perché l’economia verde decolli – ha detto uno dei 1.400 giovani che hanno scritto alla Conferenza di Rio, Danier Isfer Zardo, brasiliano di 24 anni – dobbiamo guardare la nostra società, il nostro ambiente e renderci conto che non possiamo ridurre la povertà e proteggere l’ambiente senza avere lavori verdi, soprattutto per i giovani».
Ed ecco perché questo è il “solo nostro futuro”.

 

Marco Gisotti
Giornalista e divulgatore esperto in “Green Economy”

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