Diritti sociali | Stesse regole e stessi diritti, ma nessuno è padrone della vita | di Ivone CACCIAVILLANI (EPP 3/2016)

Ivone Cacciavillani, Avvocato in Stra – Venezia


Un luminare di una rinomata Università romana ha tenuto recentemente una conferenza a un Convegno del Clero sul tema oggi di gran moda, “il gender”, sostenendo la tesi che «la natura di uomo e di donna va superata a favore di un’autodeterminazione del soggetto, anche nella propria sessualità», donde la doverosità di eliminare le differenze di trattamento giuridico (e, stante l’estrazione di chi scrive, solo a tale aspetto si limitano le considerazioni che si va a sviluppare) dei soggetti legate al sesso. Una tesi che a chi scrive sembra frutto piú di una moda che di argomentazioni giuridicamente pertinenti.
A parte che a un tal simposio, data l’estrazione dell’uditorio, ben avrebbe potuto risultare assorbente il passo di Genesi «… masculun e foeminam creavit eos; et vidit quod esset valde bonum», fermo che dalla Bibbia non si possono trarre argomenti giuridici valevoli erga omnes, le argomentazioni esposte a sostegno della tesi criticata, come riferite dalla fonte di stampa di riferimento, sembrano, sempre sul piano giuridico, decisamente non pertinenti.

Differenze ed uguaglianza

Il principio della parità del trattamento giuridico tra i soggetti di diritto è – oggi e nel nostro ordinamento – generale e fondamentale sul piano del diritto positivo sancito dall’articolo 3 della Costituzione Italiana e dall’art. 20 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”, comunemente nota come “Carta di Nizza” (principio peraltro non ancora universale, ben noto essendo che altri ordinamenti, come le caste dell’India, si fondano su princípi tutt’affatto diversi). Peraltro, parità di trattamento giuridico non significa certo assoluta uguaglianza di trattamento di fatto, ben evidente essendo che trattare in modo uguale situazioni diseguali sarebbe la stessa iniquità del trattare in modo diseguale situazioni uguali.
Il principio giuridico – che rispecchia un altrettanto perentorio precetto etico (per vero emerso e affermatosi da non molto tempo: anche senza riandare alla
schiavitú, si pensi alla “cetizzazione” della società, divisa per legge in ceti: nobili, artigiani, plebei) – va inteso nella sua accezione tecnica come enunciata dal grande Mortati in Assembla Costituente nella discussione che portò all’inclusione nella Costituzione del 1948 degli articoli 2 e 3, come uguaglianza nei punti di partenza.
La legge, l’ordinamento giuridico, deve assicurare a tutti i nati nel territorio della Repubblica – ora anche in Europa e si spera che avvenga anche nel resto del mondo – una perfetta uguaglianza, nel senso che ciascuno deve poter disporre delle stesse regole di vita e mezzi di formazione, che consentano a tutti uguale possibilità di successo.
Questo dispone il primo comma dell’articolo 3 della Costituzione, ma si tratta di mera affermazione di principio, perché il vero precetto giuridico è posto dal secondo comma: «… è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
Un secondo elemento-base è che il “nascere”, il venire alla vita, non è un atto “negoziale”, frutto d’un accordo piú o meno pattizio; come non rifarsi al rilievo del Kelsen, che, riuscito a sottrarsi alle leggi razziali tedesche che lo condannavano a morte in quanto ebreo, rilevava sconsolato di dovere, secondo la legge del suo Paese, morire reo solo d’essere nato, posto che l’essere nato ebreo non era per nulla dipeso né da sua scelta né da suo consenso: si era trovato nato!
Nato e condannato a vivere, si potrebbe ben dire, perché il vivente non è mai padrone dispotico della sua vita; ha certo il dovere morale di migliorarsi per migliorarla – la vita – ma non il diritto di disporne togliendosela. Sul punto chi scrive è ostaggio di quanto esposto in un recente libro “I diritti sociali” (1), a cui non può che rinviare!
Un terzo punto rilevante è il contesto in cui il vivente s’è trovato a vivere; rilevante nelle due componenti, individuale e sociale. Sul piano individuale è il “bagaglio genetico”, l’essere quello che gli è capitato di essere. Alcuni elementi sono nella disponibilità del soggetto (educazione, acculturazione, cura del corpo e via esemplificando), altri sono fissi e immutabili – colore della pelle, tratti somatici “locali” (cinese, piuttosto che europeo e via esemplificando).

Il sesso

Tra i tratti in assoluto non disponibili è la determinazione del sesso, condizionata da elementi morfologici normalmente irreversibili; solo in casi di malformazione patologica si potrà, sul piano medico, decidere della necessità/opportunità di interventi correttivi, ma siamo nell’àmbito della patologia che fortunatamente non fa norma.
Il discorso sul sesso-morfologia e sul sesso-funzione si fa molto piú complesso e ci fa entrare cosí nel vivo del tema, con una chiara premessa: il tratto di personalità rappresentato dal sesso del soggetto non è solo morfologia, ma coinvolge anche componenti della psicologia del soggetto, solo in parte inoculati con la prima educazione infantile.
Si aggiunga che nella struttura psico-fisica del soggetto possono convivere stimoli/elementi comuni ad ambedue i sessi, di tal che con il passar degli anni l’equilibro di quegli stimoli/elementi può mutare, ingenerando la necessità di interventi anche chirurgici per adeguare la struttura morfologica del soggetto alle esigenze di una nuova sessualità-funzione. E questa è tematica squisitamente medica, per la cui soluzione non si può che rinviare alla fondamentale trattazione di materia citata in nota (2).
Il sesso-funzione forma oggetto, ora come mai nel passato, di infinite diatribe non sempre informate o anche solo razionali. Già la terminologia “di materia” è oggi piú che mai confusa; nel libro citato, I diritti sociali, si distingue tra sesso-morfologia, sesso-funzione e sessismo-patologia. Il tutto in relazione a quella componente del sesso-funzione derivante dal contesto sociale, l’ambiente di vita del soggetto. Tema a sua volta assai complesso e articolato, con vari gradi di condizionamento del singolo soggetto. Nel libro citato si stabiliscono limiti oggettivi posti addirittura dalla legge penale alla libertà di comportamento sociale relativo al sesso-funzione, distinguendosi, nell’àmbito della moralità sociale (art. 565 cod. pen.), la decenza (art. 725) dall’oscenità (art. 527).

Il gender

A quanto consta dal resoconto giornalistico di rifermento, il gender presentato al sopra citato simposio e del resto l’ideologia del gender tanto di moda, sostiene il diritto del singolo di scegliersi il comportamento relativo al sesso-funzione, nel cui paradigma sociale ed esistenziale intende impostare la propria vita, finendo per sostanzialmente degradare il sesso-funzione in sessismo, sotto la spinta di una prouderie tanto di moda e ben definibile sessista, nella sostanza banalizzante una problematica di grande delicatezza e difficoltà, quando si riferisca a situazioni oggettive, correttamente valutate e ritenute meritevoli e postulanti interventi correttivi o adattativi.
Semplicemente non pertinente giuricamente è la giustificazione che ne viene data, considerata espressione della libertà di scelta opzionale del singolo, espressione del diritto di libertà che impegna l’intera collettività al rispetto dell’uguaglianza di trattamento: personale la scelta, assoluto il diritto che “gli altri” non solo la rispettino, ma vi si adeguino, trattando il gender come una assoluta normalità: è un moderno ircocervo, ma deve andare trattato come un soggetto perfettamente normale.
La posizione va considerata – sempre nel campo solo giuridico in cui qui ci si muove – una vera aberrazione. Nell’àmbito dei fattori di personalità, taluni elementi sono liberamente modificabili: chi decide di farsi frate modifica addirittura i dati anagrafici, assumendo un’identità civile diversa, condizionante addirittura tutti i rapporti sociali, costituendo reato (art. 403 cod. pen.) il vilipendio di un ministro del culto cattolico.
La scelta di gender – che può giungere (sempre nell’àmbito del sesso-funzione) a rapporti anche intimi e duraturi tra persone dello stesso sesso – resta libera (pur nei limiti della capacità civile del decidere, del che subito infra) in applicazione del principio romanistico che de internis non curat Praetor. Ma appunto finché resta un interna corporis; non piú quando pretenda di porsi come fatto sociale, condizionante i rapporti altrui alle scelte del soggetto, che restano tutte e integralmente ”sue”.
Ecco l’aberrazione: posto che la scelta di gender è pienamente reversibile, e che i rapporti sociali sono retti dal principio dell’affidabilità dell’apparenza, non è ammissibile che il comportamento rapportuale altrui sia condizionato da scelte – lecitissime sul piano personale – che restano e devono restare interna corporis del singolo.
C’è un sottofondo di immaturità nella teorizzazione-esaltazione della teoria del gender, una asocialità di fondo – o immaturità che dir si voglia – frutto ed espressione di una prouderie modaiola punto commendevole.

Decidere

Da ultimo, il punto piú delicato e intrigante: il vero “crimine sociale” di sostenere che la scelta di gender debba essere consentita (e i relativi criteri inoculati) sin dalla prima infanzia.
Si è detto che nell’àmbito del sessofunzione si possono rivelare antinomie d’identità; rivelarsi tendenze-stimoli di due sessi diversi, con delicatissimi problemi di diagnostica medica e di terapia. Appunto: rivelarsi con il progredire dell’età.
Con che criterio – in forza di quali ideologie eversive – si possa sostenere l’opportunità di porre ai bambini problemi di identità sessuale, veramente non è dato di comprendere. Come non rimpiangere i tempi in cui s’inculcava il principio che maxima debetur pueris reverentia!

 

Ivone Cacciavillani  
Avvocato in Stra – Venezia


 

Note

 

1) I. Cacciavillani, I diritti sociali, Proget, Padova.

2) I. Cacciavillani, Praxis et mala praxis medica in Aa. Vv. (a cura di S. Ferrara), Malpractice and Medical Liability,  European State of the Art and Guidelines, New York, pp. 5168.

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