Social Network: risposta a domanda? In realtà, è un “nodo di relazioni”, tra immagine e trasformazione di sé

Per evitare di offrire una risposta irenica all’analisi della domanda rispetto ai Social Network, vorrei partire proprio da uno degli attacchi piú pesanti a Facebook, realizzato da Tom Hodgkinson su The Guardian del 14 gennaio 2008, con un articolo dal titolo With friends like these …(1):
«I despise Facebook. This enormously successful American business describes itself as “a Social utility that connects you with the people around you”. But hang on. Why on God’s earth would I need a computer to connect with the people around me? Why should my relationships be mediated through the imagination of a bunch of supergeeks in California? What was wrong with the pub? And does Facebook really connect people? Doesn’t it rather disconnect us, since instead of doing something enjoyable such as talking and eating and dancing and drinking with my friends, I am merely sending them little ungrammatical notes and amusing photos in cyberspace, while chained to my desk? A friend of mine recently told me that he had spent a Saturday night at home alone on Facebook, drinking at his desk. What a gloomy image. Far from connecting us, Facebook actually isolates us at our workstations». “And does Facebook really connect people?”. Ma “Faccia-Libro” mette realmente le persone in connessione?
Potremmo farci la stessa domanda per Whatsapp (2) che rappresenta per preadolescenti e adolescenti – nonché per adulti con adolescenze di ritorno – il fenomeno non piú emergente ma ormai velocemente assodato dal punto di vista dell’on-line-together.
In realtà sembra proprio che i Social Network rispondano, almeno in parte, ad alcune domande importanti.

Domanda di allargamento della “possibilità relazionale”

Dopo aver strutturato il profilo è possibile “invitare amici” a far parte del proprio network, gli “amici” a loro volta possono fare lo stesso, cosicché ci si trova ad allargare la cerchia di contatti con gli amici degli amici e cosí via.
È inoltre possibile costituire dei “gruppi” in base alle proprie passioni e interessi, aggregando cosí altri utenti e stringendo contatti professionali e di amicizia.
A questo punto è interessante per la Psicologia Sociale, cogliere la trasformazione del concetto di “amicizia” e di “gruppo” operata da un Social Network.
Per esempio cosa significa “essere amici su Facebook”? Oppure che valore ha “avere un gruppo su Facebook” o anche “appartenere a un gruppo su Facebook”? Nella dinamica di un gruppo appartenente alla “vita reale” (offline) cosa significa quando gli adolescenti o i giovani, dopo un pomeriggio o una serata insieme, si salutano in questo modo: “Okay, ciao allora, ci vediamo su Facebook”.
Queste espressioni dello slang adolescenziale pongono provocazioni sul livello del “legame” [?] che può esistere all’interno di un “gruppo virtuale”, ma anche sulle modalità di relazione di questo gruppo quando l’espressione “ci vediamo” non allude alla web-cam ma a una modalità visiva mediata dall’interfaccia di una piattaforma e di una chat.
Ognuna di queste provocazioni meriterebbe probabilmente una tesi a parte dal punto di vista psico-pedagogico.
Qui possiamo raccogliere alcune piste di riflessione nella direzione del “legame sociale”.
I legami online possono anche essere considerati “legami deboli”, ma potremmo anche affermare che le tecnologie che espandono il Social Network di un singolo, offriranno un aumento di informazioni e opportunità disponibili. E queste andranno a confluire in quelli che potremmo chiamare i benefici di un grande ed eterogeneo Network.
Il punto di svolta di questo processo di “interazione interpersonale” di massa che si sta strutturando non è solo la costruzione concreta di azioni e relazioni sociali piú o meno consistenti e stabili nel tempo, ma risiede soprattutto su questo versante di potenzialità di contatto, di messa in relazione, di reperimento di informazioni.
Quello che si sta creando è – a livello di uno sguardo “ideale” e quindi anche “positivo” (“ricognizione della risorsa”) – un accesso generalizzato a quell’orizzonte di possibilità di “legami”, di “relazione”, di “acquisizione” e di “partecipazione” che attraverso queste tecnologie di comunicazione diventano appunto accessibili e concretamente gestibili, non da alcuni, ma da tutti.
La possibilità che questo fenomeno conduca a situazioni ingestibili e indiscriminate e forse anche diseducative nel periodo dello sviluppo (pensare per esempio al mondo casuale indistinto e selvaggio di una chat-roulette), non deve impedire di cogliere l’aspetto di ampliamento della risorsa in una prospettiva relazionale e/o sociale.
Prendendo come referente tematico Facebook potremmo sinteticamente rilevare che appunto questo Social Network «permette ai suoi utenti di sentirsi e vedersi parte di una rete di relazioni che hanno un volto e una storia quotidiana alla quale si può partecipare con un click. Se io vado sulla mia home, cioè la prima schermata che mi appare quando mi connetto alla piattaforma, in un colpo d’occhio vedo lo stato aggiornato dei miei “amici” e dunque apprendo che cosa stanno facendo, posso visitare poi il loro profilo e saperne di piú, magari vedendo chi sono i loro nuovi “amici” o leggere le loro riflessioni, vedere le nuove foto che hanno scattato e cosí via» (3).
È possibile anche trovare qualche “amico” online e chattare con lui direttamente o inviare messaggi sulla “posta personale”. In questo senso Facebook permette di sviluppare relazioni e d’altra parte per mette anche agli altri di svilupparle con noi. Infatti, chi aggiorna il proprio stato o fa l’upload (“caricamento”) di materiali personali lo fa perché altri possano conoscerli, leggerli, vederli.
In questo senso «Facebook diventa parte di un piú ampio lifestreaming (4), un flusso di vita vissuta che viene in un modo o nell’altro diffuso e quindi condiviso con i propri contatti mantenendo un certo grado di intimità, almeno apparente. Le applicazioni sociali che fanno parte del lifestreaming forniscono una cronaca dettagliata e puntuale delle esperienze quotidiane degli utenti» (5).
E che dire dal punto di vista dell’allargamento della possibilità di comunicazione dopo la notizia bomba che Facebook compra Whatsapp. Che cosa ci riserverà il futuro da questo punto di vista? Il maxi-accordo fra il Social Network di Mark Zuckerberg e l’App di instant messaging fondata dagli ex Yahoo Jan Koum e Brian Acton prevede 15 miliardi in azioni e quattro in contanti.
Dopo Instagram e il gran rifiuto di Snapchat, il gigante di Menlo Park inghiotte la piattaforma da 450 milioni di utenti attivi ogni mese che ha cambiato il modo di comunicare (6).

Domanda di comunicazione nella polarità emittente/ricevente

Grazie ai Social Network, veniamo a trovarci di fronte allo sviluppo di tecnologie di comunicazione e pratiche correlate che non solo modificano la nostra idea di amicizia (pensare a cosa significa quando un adolescente ti dice «noi siamo amici su Facebook» oppure anche «ho 300 contatti su Whatsapp» – è il concetto stesso di amicizia a subire una variazione incredibile, una modificazione non trascurabile a nessun livello) e di “cerchia sociale” (nel concetto di Social friend la cerchia sociale prende “altri contorni” e pure “non-contorni”), ma che mutano il nostro percepirci come oggetto passivo delle comunicazioni di massa e cambiano il nostro pensarci come cittadini, consumatori, pubblico.
Non veniamo piú a essere solo “oggetto di comunicazione” (“ricevente” nella dinamica della comunicazione), ma possiamo diventarne il soggetto (“emittente” nell’accezione di teoria e tecnica di comunicazione). Il ribaltamento non è indifferente.
Pensiamo solo al fatto che un successo musicale come quello di Psycho non sarebbe mai potuto esistere senza YouTube (7). Grazie ai Social questo Signor Nessuno della musica mondiale non sarebbe mai entrato nell’olimpo dei “cartoni animati” che vengono ospitati nella galleria di Just Dance per Wii.
Da un punto di vista delle posizioni sociali (nel senso di posizioni all’interno della pólis), la voce del singolo cittadino può essere ascoltata alla stregua del piú potente magnate dei media. Senza essere proprietario di un organo di stampa e senza disporre del capitale necessario per affittarne uno, un singolo attivista può rendere pubblico un argomento di discussione tramite una presenza o un contatto diretto e credibile. Gli è possibile fare luce su questioni che diversamente rimarrebbero taciute. Per merito di Internet si presentano costantemente delle opportunità (partecipative) di impegnarsi a rielaborare le informazioni in maniere creative e allettanti. Tale procedimento potrebbe generare cittadini piú stimolati e piú coinvolti nei dibattiti pubblici e politici, dando vita a quella società partecipativa che ancora appare in questo momento come di là da venire.
In questo senso verrebbe a realizzarsi una sorta di “semiotic democracy” in riferimento a un contesto in cui ci sono piú persone in grado di raccontare gli eventi, che partecipano alla ricodifica e alla rielaborazione del loro significato culturale.
Si tratta di una vera e propria “rivoluzione creativa”:
«The creative revolution in cyberspace is not only about who gets to say what to whom. It is also about the question of who gets to control the shaping of culture, the making of “meaning”. This is one area in which the Internet is living up to its hype. The Internet, by giving people the ability to shape and reshape cultural understanding through digital creativity, has introduced something that is truly different. And it is Digital Natives who are best poised to engage in this process» (8).
L’ampliamento del concetto di comunicazione al concetto di potere viene a mettere conto che nella comunicazione digitale sono diventate particolarmente importanti queste “micro sfere pubbliche”, in cui il livello “micro”, con un effetto a palla di neve, può portare risonanze significative nel “macro”, come è dimostrato dalla paura dei regimi autoritari e dalla loro chiusura rispetto al mondo della Rete.
«Digital technology gives everyone the means to express themselves, and it empowers them to speak – and to be heard by others, including those in power – in ways that previous generations could only have imagined.
Creators no longer need to rely on the old gatekeepers like professional agencies, editorial boards, and producers.
Digital technology allows creators “to route around” the traditional intermediaries by using the hardware and software in their dorms and homes
» (9).
In questa prospettiva il “nativo digitale” passa dalla posizione di ricevente a quella di emittente.

Domanda di creare/condividere

Sui Social Network, nel proprio profilo, si possono pubblicare fotografie, video e link, si possono creare e condividere informazioni, foto, suggestioni ed emozioni: la Rete è il regno dello sharing, della condivisione e dello scambio.
Henry Jenkins nel considerare il panorama mediatico (new-media) contemporaneo da un punto di vista interattivo, scrive: «L’abitudine a (ri)appropriarsi di contenuti ha riportato alla luce un magma di produzioni amatoriali e creatività diffusa, forme di vita tipiche della vecchia cultura popolare che erano andate in esilio con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa» (10).
Nell’ottica di Jenkins, l’éra della convergenza dei media rende possibili forme di ricezione comuni, invece che individualistiche. Pochi guardano la televisione in completo silenzio e totale isolamento. La televisione è il carburante che alimenta le conversazioni davanti alla macchinetta del caffè. E, per un numero sempre piú elevato di persone, la macchinetta del caffè è diventata digitale. Ciò che tiene insieme un’intelligenza collettiva non è il possesso del sapere, ma il processo sociale di acquisizione della conoscenza in quanto dinamico e partecipativo, che continuamente mette alla prova e riafferma i legami del gruppo. Un uomo con una macchina (una tv) è condannato all’isolamento, ma un uomo con due macchine (una tv e un computer) può sentirsi parte di una community.
Ovviamente non tutti gli utenti partecipano al “rinascimento creativo” che sta avvenendo in Rete, anzi, la grande maggioranza non ha l’idea di fare qualcosa di eclatante, come una satira politica in formato di remix digitale. Gli operatori di mercato chiamano la produzione di questi “creatori” UserCreated Content o User-Generated Content (UUC o UGC in italiano contenuti generati/creati dagli utenti). E quando si parla di Web 2.0 ci si riferisce, oltre che ai Social Network, proprio a questo fenomeno di creazione di contenuti.
In linea teorica questo cambiamento ci porta da un mondo di consumatori per lo piú passivi in cui i contenuti sono creati da pochi professionisti autorevoli a un mondo formato da comunità di utenti sempre piú attivi in grado di produrre e condividere per esempio video come su YouTube, di pubblicare notizie o di collaborare con altri utenti per riscrivere le enciclopedie online.

Domanda di partecipare/agire

Sui Social Network si può aderire a cause e gruppi di carattere politico e non.
L’avvento del Web 2.0 con la diffusione del fenomeno del blog e la nascita di esperienze di giornalismo partecipativo sembra stia promuovendo una trasformazione quantitativa e qualitativa della partecipazione online e una maggiore integrazione con le pratiche offline.
Lo sfumarsi del confine tra partecipazione e comunicazione, tra ciò che è politica e ciò che non lo è (per esempio tra partecipazione e svago/divertimento) è evidente in strumenti come YouTube, MySpace e Facebook, ossia spazi generici di Social Networking o rivolti a uso prevalentemente di svago che si convertono in spazi utilizzabili per sviluppare discussioni di rilevanza politica.
Attraverso il fenomeno dei Social Network, Internet «sta diventando “uno spazio di micro sfere pubbliche auto-costituite che sono divenute una componente vitale sia dei media che della realtà politica» (11).
La Rete fornisce una piattaforma piú utile e allettante per chi è già predisposto alla partecipazione attiva. I giovani hanno accesso a una quantità di informazioni enormemente superiore rispetto a qualsiasi periodo storico, possono raggiungere altre persone in maniera molto piú efficace. «Bastano uno o due individui ambiziosi per fondare un’operazione di cronaca che può mettere enorme pressione sugli organi giornalistici tradizionali, offrire punti di vista alternativi e raggiungere un pubblico globale con un budget limitato» (12).
I siti di Social Network possono aiutare nel coordinamento e nella mobilitazione di azioni sociali e nell’accrescerne la visibilità. Il Social Network offre, infatti, semplici ed economici modi di organizzare i membri, pubblicizzare meeting, diffondere informazioni e opinioni. Può essere usato per organizzare boicottaggi e proteste velocemente e in maniera efficiente. Internet offre ai giovani un modo nuovo di impegnarsi nelle questioni pubbliche che unisce la politica con la cultura, il senso civico, e la tecnologia.
Inoltre, dà modo alla creatività dei nativi digitali di influenzare la politica.
Questo forma attiva, pro-attiva di influenzamento sociale, va positivamente nella direzione della partecipazione e dell’azione.

Oltre l’apparenza tecnologica

Sembra che non abbiamo un problema tecnologico.
Bensí antropologico. Ed educativo.
O se non vogliamo indicarlo come un problema potremmo parlare di un “tema”.
Un “tema” antropologico ed educativo.
L’analisi della domanda porta infatti l’attenta lettura a piegarsi da un panorama solo apparentemente tecnologico a un dettato squisitamente antropologico.
Da un punto di vista psicologico la Social Generation può essere riletta in riferimento a tre dinamiche psicologiche a cui i Social Network danno una risposta al proprio livello, intrecciandosi con la psicologia adolescenziale, con i suoi compiti ed i suoi conflitti.
In primo luogo rispondono a una domanda di auto-presentazione (“proiezione” come esposizione dell’immagine di sé). L’adolescente in costruzione di identità, che nelle scritture sghembe di un Social Network o attraverso le foto, inizia a pensare sé come sé stesso.
In secondo luogo i Social si collocano sul versante della trasformazione di sé, dinamica intrinsecamente legata con il periodo dello sviluppo. Per cui potremmo dire che i Social incontrano il soggetto in crescita ponendosi al livello di risposta ideale per chi sta uscendo nel mare della vita e sta facendo le “prove generali per essere uomo” o le “prove generali per essere donna”. Cosa c’è di piú alla portata di mano di un Social che ti permette di trasformarti in ogni cosa? E quindi la dinamica di trasformazione come fragilità, ma anche come “difesa” di questa immagine.
In terzo luogo la risposta alla domanda di relazione. Relazione all’interno di un Social friends come luogo di “condivisione” di questa immagine. Il Social Network come “nodo di relazioni”.
A questo punto si aprono le interrogazioni, legate alla critica di quanto la proiezione dell’immagine che avviene nei Social corrisponda alla realtà di una identità in crescita e quanto invece la trasformazione non renda ragione della verità di uno sviluppo che si capovolge in fuga. Fuga dalla relazione. Fuga dal legame. Surf. Surf tra contatti che non portano a giocare tutto di sé, che non conoscono la drammaticità della storia, della carne del sangue e delle lacrime come anche dei sorrisi, che non inaugurano legami, che non sono ancorati a un territorio, che si sciolgono nella liquidità.
E relazioni sí. Ma relazioni senza legami. Senza rischio. Sempre nella logica del surf.
Potremmo forse rischiare di dire che la domanda permane intatta al di sotto, negli abissi, e una generazione – che si è vista abbassare la temperatura del sistema di cura – grida che si trova in “carenza di riconoscimento”… che la risposta è troppo sottile, fragile, volatilizzata nella stagione del surf, perché non si configura mai come risposta vera alla domanda vera sottesa.
Che comunque è girata a noi … educatori.
Attende proprio noi.
E permane intatta …

 

Giovanni Fasoli
Sacerdote, Psicologo clinico e dell’educazione


 

Note

 

1) Cfr.: http://www.guardian.co.uk/technology/2008/jan/14/facebook» (13.11.2011).

2) Cfr.: http://autodifesainformatica.it/come-incidono-facebook-whatsapp-i-social-network-socializzazione-i-giovani/» (07.10.2014).

3) Antonio Spadaro, Web 2.0. Perché Internet è una grande occasione di relazione, San Paolo, Milano 2009, p. 117.

4) Il lifestreaming è l’attività di raggruppare in un singolo posto tutte le informazioni che una persona mette in Rete in tempo reale sul suo flusso di vita.

5) Antonio Spadaro, Web 2.0. Perché …, op. cit., pp. 117-118.

6) Cfr.: http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/02/19/news/rivoluzione_sul_ web_facebook_compra_whatsapp_per_19_ miliardi-79100980/» (07.10.2014).

7) http://www.youtube.com/ watch?v=7SfIVCqMRHQ» (07.10.2014).

8) John Palfrey, Urs Gasser, Born digital. Understanding the first generation of digital natives, Basic Books, New York 2008, p. 125.

9) John Palfrey, Urs Gasser, Born digital …, op. cit.

10) Henry Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, Milano 2007, p. 136.

11) T. Häyhtio, J. Rinne, Hard Rock Politics,  2007, p. 34.

12) Cfr.: Palfrey e Gasser 2009, p. 347; M. Drusian e C. Riva (a cura di), Bricoleur high tech. I giovani e le nuove forme della comunicazione, Guerini, Milano 2010, pp. 149-150.

 

  • Posted by Etica per le Professioni
  • on 5 Settembre 2016
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