Saper [di] contare: nuove regole, ma anche cittadini-risparmiatori consapevoli

Andrea Baranes, Fondazione Culturale Responsabilità Etic


 

Il PIL (Prodotto Interno Lordo) del mondo è di poco superiore ai 60.000 miliardi di dollari l’anno. Una singola banca statunitense detiene strumenti derivati per un nozionale che si aggira sui 78.000 miliardi di dollari. Complessivamente quattro banche controllano un ammontare di derivati intorno ai 200.000 miliardi di dollari. “L’eccessivo” debito pubblico italiano, una delle prime dieci economie del pianeta, è circa l’1% di questa cifra.
I beni e i servizi importati ed esportati nel mondo tra diverse nazioni ammontano a 20.000 miliardi di dollari all’anno. Il commercio di valute ha superato i 4.000 miliardi di dollari al giorno. Questo significa che circola piú denaro in soli 5 giorni sui mercati finanziari che in un intero anno nell’economia reale, o, in altre parole, che circa il 99% delle operazioni sul mercato delle valute non è legato a beni e servizi prodotti e scambiati, ma unicamente a guadagnare sulle oscillazioni valutarie. Soldi che inseguono soldi per fare altri soldi.
Negli USA il 70% delle operazioni sui mercati finanziari è eseguito da computer, senza nessun intervento umano. In Europa tali operazioni sarebbero “solo” il 40% del totale. È il cosiddetto High Frequency Trading o commercio ad alta frequenza, in cui le transazioni sono realizzate nell’arco di alcuni millesimi di secondo.

Le degenerazioni della finanza

Sono molti altri gli esempi e le cifre che si potrebbero portare per chiarire come la finanza si sia in massima parte trasformata in un gigantesco casinò dedito alla pura speculazione. Nei termini piú semplici possibili, la finanza dovrebbe rappresentare il mercato dei soldi. Se voglio comprare delle mele vado al mercato, luogo di incontro tra il contadino (l’offerta) e i clienti (la domanda). In maniera analoga, le banche sono nate per raccogliere il risparmio di cittadini e famiglie e prestarlo per attività produttive. Il paragone con un mercato diventa ancora piú calzante riguardo le borse valori, non a caso spesso indicate come mercati finanziari. La loro funzione originaria è essere il luogo di incontro tra Stati e imprese che necessitano di capitali per le loro attività e i risparmiatori che hanno soldi da investire. Oggi la finanza ha in massima parte perso questo suo ruolo sociale di strumento al servizio dell’economia e dell’insieme della società, per trasformarsi in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel piú breve tempo possibile.
Le conseguenze di una tale trasformazione sono sotto gli occhi di tutti. L’attuale fase recessiva e le enormi difficoltà in diversi Paesi, in particolare nell’Unione Europea, discendono direttamente dalla crisi esplosa negli USA nel 2007 con la bolla dei mutui subprime e che ha rapidamente contagiato l’intero pianeta. Le radici di tale crisi possono essere fatte risalire a molti anni addietro. Parliamo dello sviluppo di una finanza ipertrofica, del sempre maggiore indirizzamento dei capitali dai salari ai profitti e dei profitti dagli investimenti alle rendite, di una continua crescita del PIL e dei consumi assunta a dogma e finanziata tramite livelli insostenibili di indebitamento.
Cerchiamo di riassumere. Nel 2006 il mercato immobiliare negli USA si ferma, dopo una fase espansiva durata decenni. Da questo evento, in sé limitato, l’anno successivo nasce la peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni. Il motivo è riassumibile nello sviluppo di strumenti finanziari sempre piú rischiosi e incomprensibili costruiti sul mercato dei mutui, e piú in generale nella comparsa di un gigantesco sistema bancario ombra, fatto di imprese registrate nei piú noti paradisi fiscali del pianeta. Imprese che si comportavano come banche, raccoglievano denaro ed erogavano prestiti come banche, ma che non erano banche e non dovevano sottostare a nessuna forma di controllo o di regolamentazione.
Nel 2007, alla vigilia della crisi, il sistema bancario “ufficiale” svolgeva un’attività di intermediazione pari a 11.000 miliardi di dollari. Il sistema bancario ombra valeva 20.000 miliardi di dollari. Come dire che ogni filiale bancaria a stelle e strisce aveva alle spalle due filiali “fantasma”, strettamente legate alle stesse banche, ma al di fuori di ogni controllo. Nel 2007 questo sistema bancario ombra va in crisi, e le perdite tornano sui bilanci dei gruppi bancari che a loro volta rischiano il collasso, anche a causa del crollo della fiducia sui mercati e della conseguente difficoltà di finanziarsi.
A cavallo del 2008 gli Stati devono intervenire con giganteschi piani di salvataggio del sistema finanziario responsabile della crisi. La FED (Federal Reserve System), il sistema di banche centrali degli Usa, eroga nei mesi successivi qualcosa come 16.000 miliardi di dollari al sistema bancario tra prestiti a tasso agevolato e altre forme di intervento.
In altre parole gli Stati si indebitano, ovvero il mostruoso debito creato dalla finanza speculativa per moltiplicare i profitti eludendo regole e controlli viene trasferito agli Stati, senza alcuna condizione. Specularmente, parliamo di un gigantesco assegno in bianco firmato dai principali governi occidentali alle loro banche. Questa montagna di debiti mette in difficoltà diversi governi, causando la crisi dei debiti sovrani esplosa in Europa nel 2011. Ecco allora i piani di austerità, le misure “lacrime e sangue”, i tagli al welfare. In ultima analisi, il debito creato nel sistema bancario ombra è stato trasferito alle banche, poi agli Stati e da questi ai cittadini. Oggi non c’è piú nessuno su cui scaricarlo. Siamo tutti noi a dovere pagare il conto, ed è un conto molto salato in termini di disoccupazione, tagli allo stato sociale, svendita dei servizi pubblici ed essenziali, perdita di diritti acquisiti.

La finanza in crisi

Cerchiamo di evidenziare ancora meglio le diverse cinghie di trasmissione della crisi dalla finanza-casinò ai cittadini.
Primo, il crollo finanziario ha provocato una recessione globale, ovvero una diminuzione del PIL. Se il parametro fondamentale usato per valutare lo stato di salute di una nazione è il rapporto tra debito e PIL, la diminuzione del denominatore provoca un’immediato peggioramento del rapporto.
Secondo, anche il numeratore peggiora, perché recessione significa meno consumi, meno entrate fiscali (a partire dall’IVA che è un’imposta sui consumi) quindi a parità di spese pubbliche un deficit maggiore e un aumento del debito.
Terzo, con l’indebitamento degli Stati aumenta l’emissione di titoli di Stato (Bot, Btp e Cct in Italia) per finanziare il debito stesso. Aumenta l’offerta sui mercati di titoli tedeschi, statunitensi, inglesi, francesi proprio in un momento di difficoltà, quindi con meno capitali disposti a investire. La Germania, con un’economia piú solida, riesce a piazzare i propri Bund sui mercati, mentre Paesi come l’Italia hanno maggiori difficoltà, e sono costrette ad aumentare i tassi di interesse offerti. È il famigerato “spread”, che indica proprio la differenza di tasso di interesse tra i titoli italiani e gli omologhi tedeschi.
Quarto, strumenti finanziari derivati originariamente pensati come contratti simili ad assicurazioni, i CDS, consentono delle vere e proprie scommesse sul fallimento di Stati e imprese. Montagne di tali titoli aumentano l’instabilità e la volatilità sui mercati e le difficoltà per gli Stati che subiscono pesanti attacchi speculativi.
Quinto, grandi investitori istituzionali possono operare al di fuori dei mercati regolamentati, su piattaforme denominate “dark pool” o pozze nere, eseguendo compravendite al di fuori di qualsiasi controllo o trasparenza. Su tali piattaforme è possibile vendere sottocosto i titoli di Stato subito prima di un’asta del governo, in modo da farne crollare il prezzo e costringere il governo di turno a emissioni a tassi di interesse superiori, aumentando i profitti degli acquirenti.
Riassumendo, una finanza fuori controllo causa la crisi. Viene salvata con i soldi pubblici, ovvero con i nostri soldi, ricevendo migliaia di miliardi di dollari senza nessuna condizione o contropartita. A questo punto le difficoltà si spostano su Stati e cittadini. Vedendo queste difficoltà, lo stesso sistema finanziario attacca gli Stati piú deboli per guadagnarci su. Al culmine del paradosso, le nazioni oberate di debiti devono rivolgersi ai mercati finanziari per ottenere il finanziamento dei loro debiti pubblici. Da un lato, tutto questo sembra un gigantesco gioco delle tre carte per non riconoscere che i debiti accumulati nel sistema finanziario sono semplicemente troppi. Dall’altro, a differenza dei soldi ricevuti solo un paio di anni prima, i mercati finanziari fissano delle condizioni per ri-prestare i soldi agli Stati. Da un lato, alti tassi di interesse, dall’altro, delle condizioni molto stringenti. I mercati pretendono garanzie circa la restituzione dei debiti. Garanzie che prendono la forma dei piani di austerità, del fiscal compact, del pareggio di bilancio nelle costituzioni e via discorrendo. Non si può spendere per il welfare, le risorse devono andare al pagamento del debito e a rimettere a posto i conti pubblici.

Restituire fiducia?

Dobbiamo accettare i sacrifici per “restituire” fiducia ai mercati. Restituire fiducia, come se all’esatto opposto non fosse questa finanza-casinò a dovere radicalmente cambiare rotta per riconquistarla, la nostra fiducia. In questa situazione, il singolo cittadino si trova spesso perso. Da un lato, le cifre in gioco appaiono al di fuori della realtà. Dall’altro, i meccanismi messi in campo dai soggetti finanziari sembrano estremamente complicati. È molto difficile seguire il funzionamento della finanza, quasi impossibile pensare di potere agire e intervenire in prima persona. Nello stesso momento, gli impatti sono tali e tanti che è necessario e urgente un impegno in prima persona.
Il cambiamento deve avvenire lungo due direttrici. Da un lato, potremmo dire dall’alto, occorre un nuovo sistema di regole e di controlli per limitare lo strapotere delle finanza e per evitarne i peggiori eccessi. Dall’altro, “dal basso”, serve un impegno diretto di tutti noi in quanto risparmiatori e clienti delle banche o di altri attori finanziari.
Sul primo versante sono molte le proposte messe in campo negli ultimi tempi da studiosi di tutto il mondo e dalle organizzazioni e reti della società civile internazionale. Diminuire la leva finanziaria, separare le banche commerciali da quelle di investimento, tassare le transazioni finanziarie, chiudere i paradisi fiscali, regolamentare i derivati, e via discorrendo. Nella maggior parte dei casi non ci sono difficoltà tecniche. Sappiamo cosa bisognerebbe fare e come procedere. È unicamente una questione di volontà politica, ovvero occorre superare lo scandaloso potere delle lobby finanziare che, a dispetto dei disastri combinati negli ultimi anni, continuano a opporsi a ogni forma di regolamentazione e controllo e in molti casi a procedere a una vera e propria “cattura del regolatore” in base alla quale sono gli stessi attori della finanza a scrivere le regole che riguardano il loro operato.
Accanto a queste e altre misure, è importante che parta dai cittadini un vero cambiamento. Negli ultimi anni, milioni di donne e di uomini hanno iniziato a modificare i propri consumi, avviando forme di consumo critico e interrogandosi sugli impatti sociali e ambientali legati alle produzioni di beni e servizi. Da tali riflessioni si sono sviluppati movimenti che oggi hanno una grande rilevanza, anche dal punto di vista economico, come nel caso del commercio equo e solidale.

Verso un cambiamento culturale

Oggi, prima ancora che in àmbito economico o finanziario, occorre un cambiamento culturale. Quanti di noi presterebbero i propri soldi a chi volesse giocarseli al casinò? Quanti li darebbero a chi li volesse investire in un traffico di mine anti-uomo, per quanto remunerativo? Eppure quanti di noi domandano alla propria banca, fondo pensione o di investimento l’utilizzo che viene fatto del nostro denaro? Questo, una volta incanalato nei meccanismi finanziari internazionali può avere enormi impatti, tanto in positivo quanto in negativo, sull’economia e la società. Ancora un esempio. A giugno del 2011 la maggioranza assoluta degli italiani vota un referendum per proibire una volta per tutte il nucleare nel nostro Paese. Quanti, tra chi è andato a votare, hanno un conto corrente presso una banca che, anche con i loro risparmi, continua a finanziare progetti di realizzazione o ampliamento di impianti nucleari, anche a poche centinaia di chilometri dall’Italia?
Le banche e gli altri attori finanziari giocano un ruolo essenziale nell’attuale sistema economico, potendo decidere come allocare i capitali che vengono loro affidati. Tali decisioni hanno impatti fondamentali sull’economia e la società. Prestare denaro per l’efficienza energetica e le rinnovabili o per il nucleare e i combustibili fossili, finanziare l’economia reale o la speculazione, investire nel territorio o in qualche paradiso fiscale.
Abbiamo il diritto, e per molti versi il dovere, di chiedere alla nostra banca come intende utilizzare i nostri risparmi ed esigere una piena trasparenza. In Italia, Banca Etica pubblica sul proprio sito tutti i finanziamenti concessi a imprese, associazioni e cooperative. Un esempio concreto di come il famigerato “segreto bancario” non sia legato a un qualche obbligo legislativo o a una generica riservatezza: se non c’è nulla da nascondere, non è necessario nascondere nulla. Perché le altre banche non fanno altrettanto? Perché come clienti e correntisti non le obblighiamo a farlo?
Non si tratta unicamente di una maggiore trasparenza. Mentre i maggiori gruppi bancari del mondo hanno avuto bisogno, e continuano ad avere bisogno, di gigantesche iniezioni di capitali pubblici per tenersi in piedi, diversi studi hanno mostrato come le “banche che fanno le banche”, ovvero raccolgono risparmio per erogare prestiti a famiglie e imprese, stanno attraversando la crisi con molti meno problemi. In un momento in cui il sistema bancario italiano presenta tassi di sofferenza, ovvero la percentuale di prestiti che non vengono restituiti, tra il 5 e il 6%, per Banca Etica lo stesso dato è inferiore al’1%. Tutto questo anche se molti dei prestiti vengono accordati a soggetti tradizionalmente ritenuti piú deboli economicamente o addirittura “non bancabili” quali cooperative sociali o piccole associazioni.

La forza del risparmiatore

Un discorso analogo vale riguardo le nostre scelte finanziarie. Parliamo della massa di capitali investiti dai fondi di investimento, dai fondi pensione, dalle assicurazioni. Ancora una volta, Etica SGR, la società di gestione del risparmio della rete di Banca Etica, oltre a realizzare una accurata analisi sociale e ambientale delle imprese e degli Stati che possono entrare nel proprio “universo investibile”, pubblica sul proprio sito l’elenco completo di Stati e imprese. La riservatezza commerciale non è e non può essere un alibi di fronte al nostro diritto di sapere nel dettaglio come vengono utilizzati i nostri risparmi.
E i margini di intervento sono anche altri. Come azionisti possiamo intervenire nelle assemblee delle imprese nelle quali investiamo. È quello che cercano di fare alcune iniziative di azionariato attivo o azionariato critico, ricordando anche ai piccoli risparmiatori che essere azionisti significa avere dei doveri, e non solo dei diritti. Accanto a un profitto atteso e alla riscossione di un dividendo, essere azionista di un’impresa significa essere proprietario di una quota, per quanto piccola, della stessa impresa, ovvero doversi occupare anche di come si comporta e genera tali profitti, con quali impatti sociali e ambientali e quali conseguenze.
Non possiamo continuare a lamentarci per l’inettitudine della politica, ancora meno prendercela con i generici “mercati”. Nel caso del mercato finanziario, gran parte della materia prima la mettiamo noi. Singolarmente i nostri risparmi possono essere molto limitati, ma tutti insieme hanno un enorme potere. È ora di esercitare questo potere.
Oggi si moltiplicano le pubblicità di banche che offrono rendimenti del 4 o 5% sui conti correnti. Considerando che la banca, oltre all’interesse corrisposto deve pagare stipendi, affitti e dividendi agli azionisti, in quali attività investe per garantire a noi clienti tali tassi di interesse?
Quali progetti danno rendimenti tanto elevati, considerando che l’economia italiana è in recessione? Il problema è esattamente che non lo sappiamo.
È allora forte il sospetto che per realizzare margini cosí elevati, i nostri risparmi vengano incanalati in attività speculative. E a pagare le spese di questa speculazione saremo nuovamente noi. Da un lato, avremo poche decine di euro in piú sul conto corrente. Dall’altro, il rischio è di un peggioramento della recessione, un aggravarsi della crisi delle finanze pubbliche, un aumento del prezzo di beni e servizi.
Nelle avventure del Barone di Munchausen c’è un passaggio in cui il protagonista esce da una palude nella quale era finito tirandosi i lacci delle proprie scarpe. Nella realtà le cose funzionano diversamente. Se il PIL del mondo cresce del 2% o del 3% l’anno e gli speculatori pretendono tassi di interesse sui loro investimenti finanziari 5 o 10 volte superiori, abbiamo un problema. Nel lungo periodo, le possibilità sono solamente due. O la finanza speculativa continua a risucchiare risorse in misura sempre crescente dall’economia reale, o si creano delle gigantesche bolle sul nulla che prima o poi esplodono. Oggi ci troviamo in un terribile mix di entrambe queste situazioni.
In conclusione, per uscire dalla crisi il passo piú importante deve consistere nel riportare la finanza a essere uno strumento al servizio dell’economia e della società, non l’opposto come avviene oggi. Per questo è necessario il doppio approccio evidenziato in precedenza. Da un lato, sostenere le campagne e le iniziative che mirano a regolamentare la finanza e a impedire i comportamenti piú rischiosi e speculativi. Dall’altra, evitare di essere, oltre che vittime, anche complici inconsapevoli di questo sistema. Se la nostra banca, il nostro gestore di fondi o la nostra assicurazione continua a giocare con i nostri risparmi come con le fiches di un casinò abbiamo una risposta tanto semplice quanto efficace: non con i nostri soldi.

 

Andrea Baranes
Fondazione Culturale Responsabilità Etica


 

Riferimenti bibliografici

 

N. Roubini, S. Mihm, Crisis Economics, The Penguin Press, New York 2010.

L. Gallino, Finanzcapitalismo, la società del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011.

A. Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte-UniNomade, Verona 2010.

J. E. Stiglitz, Bancarotta, l’economia globale in caduta libera, Einaudi, Torino 2010.

Aa.Vv., Manifesto degli economisti sgomenti. Capire e superare la crisi, Minimum Fax, Roma 2012.

M. Pianta, Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di dieci anni fa, Laterza, Roma-Bari 2012.

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