Rigenerazione urbana sostenibile: serve una nuova cultura progettuale, attenta alla qualità di vita della città

Alessandro Marata, Dipartimento Ambiente e Sostenibilità, Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori


 

 

La crisi del modello della società nella quale siamo immersi, crisi che stiamo subendo in questi ultimi anni, sta provocando conseguenze drammatiche all’interno del mondo del lavoro. Gli economisti dicono che è un fenomeno strutturale e non una oscillazione.
Da una crisi economica ci si risolleva, magari un po’ piú poveri, ma sostanzialmente uguali; da quella strutturale ci si riprende, sempre che ci si riesca, profondamente cambiati.

Green jobs e green washing

Nella cosiddetta filiera dell’edilizia chiudono, o si riducono, con drammatico inesorabile ritmo, imprese di costruzioni, medio grandi, e studi professionali, medio piccoli. Sopravvive chi effettua ottimizzazioni organizzative e strategiche, chi ha la capacità economica alle spalle per resistere e chi ha forza e la volontà di cambiare.
Nell’era digitale, nella quale la comunicazione in tempo reale e l’informatizzazione dei dati velocizzano e visualizzano gli eventi,  questo mutamento provoca continui effetti dinamici e proteiformi nei rapporti umani e di lavoro. Si intravedono vie di uscita che istantaneamente si dissolvono e si cercano nel buio traiettorie da seguire. La sfera globalizzata della Green Economy rappresenta sicuramente una possibile fonte di risorse economiche  e di lavoro. Assieme all’inevitabile meccanismo del Green Washing, gli sciacalli e i furbetti esistono in ogni comunità, sempre di piú il mercato del lavoro e della cultura si sta orientando verso un comportamento migliore.
Gli eco-lavori, quelli che al di fuori dell’Italia vengono chiamati green jobs, sono materia di grande interesse, in particolar modo per gli economisti, per i disoccupati e i sotto-occupati.
I cosiddetti lavori verdi sono quelli che che aiutano a proteggere gli ecosistemi, a ridurre lo spreco di ogni forma di energia, il consumo di risorse e di acqua, a minimizzare o evitare la creazione di ogni tipo di inquinamento e di rifiuto.
La definizione di green job, contenuta nel rapporto Towards Decent Works in a Sustainable Low-Carbon World, promosso da UNEP-Programma Ambientale delle Nazioni Unite, ILO-Organizzazione Internazionale del Lavoro, IOE-Organizzazione Internazionale dei datori di Lavoro e ITUC-Confederazione Internazionale dei Sindacati, è vasta e articolata ed è utilizzata, dal punto di vista commerciale e anche da quello culturale, per quasi tutti i settori merceologici: artistici, umanistici e scientifici.
Tutto ebbe inizio, come si dice nei racconti, dal Pacchetto Clima ed Energia 20-20-20, che è stato promosso dalla Commissione Europea nel 2008 e che conteneva al suo interno obiettivi ambiziosi: la riduzione del 20% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al dato del 1990; la copertura attraverso le fonti rinnovabili del 20% dei consumi energetici; il risparmio del 20% dell’energia utilizzata rispetto ai trend attuali. Questo obiettivo ambientale porterà, si dice, oltre un milione di nuovi posti di lavoro, nel solo settore delle energie rinnovabili, entro il 2018.
Agli obiettivi ambientali si accompagnano quindi quelli occupazionali: nella Green Economy spesso l’interesse per i temi del lavoro superano addirittura quelli etici e ambientali, creando quel cosiddetto doppio dividendo che si traduce in possibili scambi tra gli obbiettivi economici e quelli sociali ed ecologici.
Sempre secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro il passaggio verso una economia piú sostenibile influenzerà il mercato in almeno quattro modi: creando nuovi lavori, sostituendone alcuni, eliminandone altri e trasformandone e ridefinendone tanti man mano che i metodi di produzione, i profili professionali e le competenze richieste si allineeranno con le richieste del mercato dei beni e servizi verdi.
Una larga parte dei bisogni di nuove competenze è quindi da ricercare piú nelle occupazioni già esistenti piuttosto che nelle professioni nuove o emergenti. Almeno in termini quantitativi, i bisogni di riqualificazione e adeguamento delle abilità e delle conoscenze nelle professioni esistenti, il cosiddetto greening of existing occupations, sono dunque piú rilevanti dei fabbisogni di formazione iniziale o riconversione della manodopera per le professioni nuove o emergenti, le green occupations.
In conclusione, quali sono, ai giorni nostri, le principali aree strategiche e le relative figure professionali ambientali?
Nell’àmbito della pianificazione e della progettazione sostenibile: valutatore di impatto ambientale, environmental consulting, esperto in fonometria, illuminotecnica, campi elettromagnetici, radiazioni ionizzanti, misurazioni termotecniche, materie seconde, marketing di sistemi a basso impatto e manager del governo del territorio.
Nel campo delle energie rinnovabili: energy manager e progettista di sistemi.
Nel settore delle aree protette e turismo sostenibile: direttore o consulente di parchi e consorzi, esperto e promotore della filiera, tecnico in gestione di turismo ambientale.
Nel campo dello sviluppo partecipato: garante e referente dell’informazione partecipata e della partecipazione locale, Agenda 21, esperto di impresa nei rapporti con le istituzioni pubbliche.
Il campo di intervento, come si evince dai dati, è molto fertile, ma è evidente che è necessario affiancare, accanto alle nuove competenze, una buona dose di imprenditorialità, determinazione e creatività, che sono requisiti sempre piú importanti, in particolar modo in Italia, nell’attuale mondo del lavoro e del mercato globale.

Gli Stati Generali della Green Economy

In occasione degli Stati Generali della Green Economy, che si sono tenuti verna
so la fine dello scorso anno, organizzati dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in accordo con il Ministero dell’Ambiente e in collaborazione con EcomondoKey energy, è stata elaborata una serie di punti, suddivisi in otto settori tematici, utili per delineare anche le possibilità di intervento, e quindi di lavoro, per gli architetti e i progettisti in genere.
Per quanto riguarda quelle che vengono indicate quali misure generali, efficaci per avviare una nuova fase di sviluppo, si possono certamente individuare, nelle competenze dell’architetto, ruoli utili a diffondere la nuova visone della Green Economy, a rafforzare la comunicazione verso gli investitori e i promotori immobiliari, a promuovere l’impiego dei fondi europei, ancora oggi sottoutilizzati, a contribuire, a livello istituzionale, a definire un quadro normativo in grado di facilitare lo sviluppo della nuova economia verde.
Nel settore dell’eco-innovazione il ruolo dell’architetto è certamente determinante.
Dal punto di vista delle tecnologie e dei processi della filiera dell’edilizia, ad esempio, è competente nell’individuazione, nella promozione e nell’utilizzo di materiali innovativi e compatibili con le prescrizioni di uno sviluppo sostenibile, sempre di piú presente e consapevole.
Uno dei temi piú importanti, all’interno dei processi ambientali ed economici della Green Economy, è quello che riguarda il riciclo dei rifiuti, orientato verso una ottica nuova che ne mette in discussione il concetto stesso, invenzione, per cosí dire, della società moderna.
Storicamente, infatti, nella cultura popolare, da quella gastronomico-alimentare a quella dell’oggettistica e del lavoro, tutto era, come si direbbe oggi, riciclato. Niente veniva buttato via; ogni materiale aveva, in un dato momento del suo ciclo di vita, un sua utilità. Poteva essere piú o meno importante, ma a qualche cosa sarebbe servito di sicuro.
La filosofia del “può sempre tornare utile” dominava su quella della rottamazione che oggi, a stento, finalmente comincia ad essere percepita come uno stupido spreco di risorse da parte dell’uomo, animale intelligente, ma egoista e pieno di difetti. L’architetto, nel suo esercizio professionale, può intervenire in numerosi àmbiti per contribuire a ridurre la produzione di rifiuti e lo smaltimento in discarica, per svilupparne il riciclo, per sviluppare il mercato delle materie prime e seconde e dei prodotti realizzati con materiali riciclati, per sviluppare la standardizzazione dei materiali e dei prodotti derivati dal riciclo, per incrementare la ricerca applicata, migliorare le tecnologie, utilizzare materie prime possibilmente biodegradabili o riciclabili.
Questa limitazione controllata nell’utilizzo dei materiali si può applicare, con le medesime modalità, anche al consumo di suolo agricolo, soprattutto in Italia, Paese molto denso in termini di abitanti, costituito da una miriade di piccoli centri abitati, con modeste estensioni di territorio ancora non eccessivamente antropizzato. Un territorio, quindi, quello italiano, che necessita di particolare attenzione da questo punto di vista.
In questo àmbito l’architetto può, anzi deve, contribuire alla tutela e alla valorizzazione del territorio, sia quello naturale che quello urbano, per un miglior utilizzo e relativa gestione di quello che è il patrimonio piú importante del nostro paese, quello storico, artistico e naturalistico.
Un altro settore nel quale si possono utilmente inserire le competenze dell’architetto è quello delle strategie energetiche per lo sviluppo della produzione delle fonti energetiche rinnovabili, ma quello nel quale ci può essere grande convergenza tra benefici ambientali, qualificazione etica del proprio operare e maggiore possibilità di occasioni di lavoro  riguarda il miglioramento dell’efficienza energetica sia nei nuovi edifici che nel patrimonio edilizio esistente. Per quanto riguarda la nuova edificazione il traguardo a cui tendere è quello delineato dalle norme comunitarie che indicano nel 2018 l’anno nel quale tutti gli edifici pubblici dovranno essere Nearly Zero Energy Building.
Gli edifici a energia quasi zero sono costruzioni che hanno un consumo di risorse, per  riscaldamento, raffrescamento e illuminazione, molto basso. Il termine quasi sta a significare che è ragionevolmente impossibile avere costruzioni a impatto energetico totalmente nullo. In alcuni casi, grazie all’apporto di energia rinnovabile tramite tecnologie quali quella fotovoltaica, l’edificio può arrivare a consumare meno energia di quanta ne produce. Rimane conglobata nell’edificio quell’energia utilizzata per la sua produzione, che potrà essere reimmessa nel ciclo di vita dei materiali quando il fabbricato sarà smontato e riciclato, teoricamente pezzo per pezzo. Può sembrare uno scenario irrealistico, ma è quello che avviene per gli elettrodomestici, gli arredi e le automobili.

Il programma RI.U.SO: RIgenerazione Urbana SOstenibile

La seconda edizione del concorso RI.U.SO. RIgenerazione Urbana SOstenibile, propone, ricerca e richiede riflessioni sulla città contemporanea; ai progettisti, agli amministratori pubblici e privati, alle università, alle associazioni.
Si rivolge a chiunque si occupi per lavoro o abbia a cuore le sorti e il futuro di quello che è il luogo nel quale si concentrano la maggior parte degli abitanti del pianeta, delle ricchezze, delle attività, delle contraddizioni e della creatività; gli abitanti delle città che crescono al ritmo di oltre una volta l’Italia ogni anno.
Nelle città si producono i tre quarti del PIL, in testa Tokyo, New York e Londra, dodicesima Milano. La dinamica, però, è velocissima: tra meno di dieci anni Shangai supererà Londra e l’elenco delle città piú grandi e importanti sarà rivoluzionato.
Nelle prime seicento città, dove vive il venti per cento degli abitanti del pianeta, si genera almeno la metà della ricchezza mondiale, ma la graduatoria varia di continuo e a ritmo sempre crescente.
Rigenerazione vuol dire sostituzione di quelle parti di tessuto urbano degenerato e non piú, quindi, recuperabili con consuete opere di manutenzione o riqualificazione.
Urbana sta a significare che è la città il luogo nel quale si concentra, come già detto, la maggior parte delle risorse e dei problemi legati all’attività antropica.
Sostenibile è un termine che serve per ricordare non tanto quello che si deve fare, ma quello che non si deve piú fare, in modo che la qualità della vita sul pianeta aumenti, la quantità di risorse disponibili non diminuisca e le generazioni future possano vivere una esistenza quanto meno accettabile.
La rigenerazione delle città è certamente una delle vie, ormai condivisa e indicata da tutti, per dare una credibile risposta anche alla crisi del settore dell’edilizia, nell’ambito di quella che oramai è universalmente conosciuto come il fenomeno della Green Economy.
La rigenerazione si colloca nel panorama piú ampio del recupero del patrimonio edilizio esistente, particolarmente importante dato che l’età media degli edifici italiani è alta e purtroppo la qualità, in termini energetici e di sicurezza, è molto bassa.
Inoltre, questa terza rivoluzione nella storia dell’uomo, quella digitale, che segue di oltre due secoli quella industriale e di piú di dieci millenni quella agricola del neolitico, sta trasformando la nostra vita e con noi quella delle città. Emblematico è il caso di Detroit, città industriale per eccellenza, ora in quasi improvviso default economico, sociale e demografico, la cui rinascita è però già stata pianificata con una dinamica tipicamente americana alla quale si può guardare con realistico ottimismo.
Dal concorso RIUSO-02 si attende una vasta panoramica progettuale di idee innovative che consentano di promuovere anche in Italia programmi come quelli ormai capofila di Amburgo, Nantes, Berlino.
In quasi tutti i Paesi dell’Europa si sono messe in campo, anche oramai da decenni, politiche imponenti di rigenerazione delle città. Francia e Germania hanno capito, con largo anticipo rispetto a noi, l’importanza di attuare politiche di riconversione urbana, che possono avere enormi riflessi sull’economia e sulla qualità della vita dei cittadini, soprattutto nelle periferie e negli ambiti peri-urbani spesso desolatamente degradati.
Contemporaneamente il consiglio nazionale degli architetti sta lavorando per definire un quadro legislativo, derivato dal quadro normativo attuale, che consenta la realizzazione di quei progetti di rigenerazione che le norme urbanistiche, i tempi infiniti e la burocrazia inespugnabile rendono impossibili. Irrealizzabili anche per via di quella ormai nota inaffidabilità, tutta italiana, degli attori del progetto edilizio, che allontana gli investitori, i veri possibili protagonisti di questo programma, sia italiani che stranieri.
Le trasformazioni urbane necessitano di certezza delle destinazioni d’uso, di tempi di approvazione ragionevolmente rapidi, di collaborazione tra il pubblico e il privato. In una sola parola, necessitano di affidabilità, caratteristica che manca quasi totalmente all’interno della classe politica e amministrativa del nostro Paese.
Questo processo di modifica di parti anche grandi e importanti delle città viene molto spesso, quasi sempre, inibito da processi che non solamente molto lenti, fatto già di per sé gravissimo, ma anche incerti nella prassi metodologica e nell’individuazione dei referenti istituzionali. Per non parlare della corruzione e della mancanza di etica. E spesso i tempi di una variante agli strumenti urbanistici vigenti, necessari per una coerente e intelligente riconversione della città,  sono cosí lunghi e difficoltosi da scoraggiare anche il piú bendisposto degli investitori o degli operatori del mercato immobiliare.
Il progetto RI.U.SO. promuove quindi innanzitutto la qualità e la sostenibilità, in termini ambientali e sociali, degli interventi, la semplificazione normativa e procedurale, ma anche la loro diffusione nelle molteplici declinazioni dello spazio urbano e delle attività dell’uomo all’interno delle città.
Qualità, trasparenza, fattibilità e quantità: … in riuso stat virtuset labor! Il progetto, attraverso uno specifico bando, punta alla selezione di progetti e realizzazioni per:
– la rigenerazione urbana sostenibile;
– la riqualificazione architettotnica e funzionale degli
spazi urbani;
– il recupero di brownfield e di aree industriali dismesse;
– il riciclo dei materiali all’interno dei processi edilizi;
– la valorizzazione di tecnologie per la sostenibilità;
– l’efficientamento del patrimonio edilizio esistente;
– il contenimento del consumo del suolo;
– il riuso e la densificazione della città;
– il co-housing e il co-working;
– la mobilità sostenibile;
– il retrofit energetico;
– il design for all;
– le smart city.

Etica e professione nella Green Economy

Da quanto premesso e considerato in precedenza si può senz’altro rilevare che in aggiunta al primo paradosso, che può si riassumere nello slogan “la crisi economica come risorsa”, se ne può aggiungere un altro, ancora di piú sorprendente: “piú etica, ambientale e sociale, piú lavoro e guadagno”.
Allora, possiamo dire che va tutto bene, che è tutto chiaro e semplice, che la linea da seguire è tracciata? No, i problemi occupazionali per gli architetti sono, e resteranno per molto tempo, a dir poco drammatici. Però è indubbio che i mutamenti strutturali che stiamo attraversando non si possono affrontare attendendo immobili il disvelarsi di nuovi scenari, che non si può sapere che volto avranno e quando appariranno.
Ed è certo vero che la Green Economy, intesa nella sua accezione piú ampia, una economia che guarda al futuro con un rinnovato senso etico, che non è piú indifferente alle sorti del pianeta e, seppur in maniera piú leggera, alle sorti dell’umanità, può riservare ad alcune professioni, come quella dell’architetto, grandi possibilità di lavoro, soddisfazione e guadagno.
Ma perché questo accada l’architetto deve mettere in gioco la propria cultura ed essere pronto a rimettersi a studiare, restando vigile nei riguardi dei pericoli insidiosi del Green Washing, aggiornando di continuo le proprie conoscenze tecnologiche e sociali, per deviare la propria operatività verso una architettura etica e sostenibile.

 

Alessandro Marata
Dipartimento  Ambiente e Sostenibilità, Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori

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