EPP 1 – 2012 FINANZA / Responsabili del benessere comune, per sviluppare crescita e fiducia

Corrado Passera, Ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti


 

 

Qualcuno potrebbe avere dubbi sul fatto che sia giusto partire da San Francesco e confrontarci in luoghi come questo per comprendere le ragioni della crisi che stiamo vivendo e per costruire il nuovo futuro che vogliamo? È giusto farlo perché le ragioni della crisi sono soprattutto valoriali ed epistemologiche, culturali prima ancora che tecniche (*).
Quanto è accaduto ha confermato questa visione, facendo risaltare in tutta la sua forza e attualità il messaggio di Francesco.
Il tema del lavoro è sempre stato molto rilevante nella tradizione cristiana. Già Paolo di Tarso scriveva alle prime comunità di fedeli dicendo: «Chi non lavora neppure mangi». Ecco dunque uno dei piú alti contributi del cristianesimo: l’enfasi posta sulla centralità del ruolo del lavoro come mezzo per il raggiungimento di un autentico sviluppo umano e sociale.
San Francesco in particolare è una delle figure piú importanti a questo riguardo. Una fra le eredità piú significative del pensiero francescano consiste proprio nell’impegno per la valorizzazione della dignità dell’uomo attraverso il lavoro.
La citazione che appare nel titolo del convegno – tratta dal Testamento del Santo – è un passaggio che testimonia efficacemente l’attualità del suo pensiero: «… ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare … voglio che tutti lavorino». Si tratta di una riflessione molto in sintonia con le istanze della società contemporanea.

Da San Francesco parole antiche per una società nuova

L’auspicio espresso da San Francesco rappresenta ancora oggi la sfida piú importante anche per la politica e per l’economia, sollecitando alcune riflessioni che desidero condividere con voi, seppure con stile essenziale.
Innanzitutto, va detto che per “ripensare il mondo” oltre la crisi economica, dobbiamo capire perché siamo arrivati al punto in cui siamo; dobbiamo comprendere perché la dimensione della crisi è diventata quella che è oggi. Dobbiamo accettare che non si tratta di un semplice incidente di percorso: se vogliamo ricostruire il mondo davanti a noi non basta riposizionarsi sul vecchio binario.
In secondo luogo, va riconosciuto che certamente stiamo vivendo una discontinuità che tutti assieme dobbiamo capire per potere andare oltre. Andare oltre, vuol dire non accontentarci dei modi di pensare che ci hanno portato dove siamo arrivati. È una questione anche di categorie mentali: dobbiamo avere immaginazione, caratteristica indispensabile quando si vuole creare il cambiamento. Pensare in modo diverso è il pre-requisito per costruire il nuovo e in questo momento costruire futuro è la nostra principale responsabilità.

Il presente si fonda e si costruisce sul passato

Personalmente non mi sento di far parte di coloro che pensano che si debba ricominciare sempre tutto da capo. Il modello europeo di economia e di società è una conquista di civiltà che costituisce un solido punto di partenza. Il passato e il presente sono parte della nostra identità, ma la nostra identità è soprattutto basata su quello che vogliamo essere e su quello che vogliamo costruire.
Per cambiare il mondo, occorre mutare il modo di pensare. Ciò significa innanzitutto rimettere l’economia al proprio posto, rimetterla all’interno dei suoi confini. L’economia è un eccezionale strumento a nostra disposizione, ce lo dice anche San Francesco, è uno straordinario metodo di analisi e di gestione del reale, ma certamente non deve essere l’unico, come a un certo punto è stato, e non deve essere nemmeno il prevalente.
Va ammesso, poi, che noi veniamo da venti anni di eccesso di presunzione, di sicurezza da parte dell’economia: l’economia sembrava la chiave di ogni cosa, il principio, il criterio interpretativo di tutto, di qualsiasi aspetto umano, sia sociale che individuale. Tutti ci siamo abituati a leggere con categorie economiche addirittura anche le cose private, piú intime e familiari. Invece di parlare di educazione dei figli abbiamo cominciato a parlare di “investimenti” in educazione; invece di parlare di rapporti, di emozioni, di dono, abbiamo cominciato a parlare di “investimenti” in rapporti, addirittura di “investimento” in amore. I guai e le conseguenze di questo approccio alla vita sono un po’ sotto gli occhi di tutti.
Per costruire futuro occorre utilizzare anche gli strumenti dell’economia, ma è necessario andare ben oltre perché, come tutti noi sappiamo – anche se non era di moda dirlo negli anni passati -, tantissime cose che fanno andare avanti il mondo – anzi i motori principali che fanno andare avanti il mondo – non hanno nulla a che vedere con i criteri di base e con i necessari meccanismi dell’economia: l’interesse, il profitto, il calcolo.

Oltre la visione puramente economicistica

Dobbiamo tutti andare oltre la visione puramente economicistica della società e della politica. Oggi si è maggiormente consapevoli di questo e a questo tavolo ci sono persone che l’hanno detto. Ma negli anni passati questa visione non era proprio cosí facilmente accettata: ci veniva detto che non ricondurre tutto a livello economico, non voler portare tutto a livello di interazione e contrasto di interessi, era la dimostrazione che non si riusciva a capire come funzionava il mondo.
Questa circostanza ha portato non solo all’uso squilibrato del mercato, ma quasi al culto del mercato stesso, con tutta una serie di conseguenze negative. Ridimensionare, dunque, il ruolo e il peso del mercato non significa negarne il ruolo strepitoso e fondamentale: anzi, in molte aree dell’economia il mercato deve addirittura essere espanso, portato oltre, reso ancora piú libero.
Occorre, tuttavia, fare attenzione: quando uno strumento diventa una specie di ideologia, di meta-interpretazione del reale, si porta dietro tanti problemi: cosí è successo con il mercato. Quando il mercato, a un certo punto, è diventato l’unico criterio, esso è diventato una specie di fine invece che uno strumento, diventando in tal modo autoreferenziale, arrivando a ipotizzare che si potesse auto-regolamentare, che potesse funzionare sempre, che fosse in grado di esprimere sempre valutazioni corrette.
Ed è stato proprio basandosi su queste ipotesi – culturali ed epistemologiche – che sono state costruite regole che si sono ovviamente dimostrate inadeguate e si sono attuati dei controlli che si sono dimostrati, invece, inefficaci e inefficienti. Quindi, senza voler perdere nulla di questi strumenti – che dobbiamo semmai potenziare – teniamo conto di quanto male ci abbia fatto arrivare a  ideologizzare il mercato. Adesso se ne può parlare apertamente – intendiamoci: in ambienti come questo in cui siamo riuniti oggi se ne è sempre potuto parlare apertamente -, però, come tutti sappiamo, per molti anni sollevare osservazioni di questo genere rappresentava proprio una sorta di eresia.
Ancora un punto su questo tema della società ridotta all’economia: abbiamo toccato con mano quello che Max Weber presagiva. Cito Weber perché, come ricorderete, nel suo libro Economia e società, egli parla della “razionalità economica” come di un modello di razionalità destinato – purtroppo, egli stesso diceva – a prevalere non solo all’interno dell’economia, ma anche all’interno della società. Quando parlava di “razionalità economica” intendeva il rapporto tra gli obiettivi e le risorse impiegate per raggiungerli: tutto ciò che non ottimizzava tale rapporto era considerato irrazionale e piú precisamente uno spreco.
Il modello di razionalità economica, dunque, non è certo l’unico che muove il mondo. Se noi applichiamo questo modello – lo diceva ancora lo stesso Weber – alla vita vera, alla vita che tutti noi viviamo in famiglia e nelle nostre comunità, capiamo che siamo assolutamente lontani dai veri motori del mondo.
In realtà, fortunatamente, la vita è fatta anche di “sprechi”: “sprechi” di emozioni, “sprechi” di sentimenti, “sprechi” di perdono, “sprechi” di volontariato. Portando sino alle estreme conseguenze il concetto economico dello spreco, in un mondo di pura razionalità, non c’è spazio neanche per Dio, e neppure per l’entusiasmo inteso come “fuoco” dentro. E quindi si può concludere che questa è una interpretazione chiaramente limitata che può soltanto portare a dei guai: è una gabbia. Ed è ancora lo stesso Weber a parlare della gabbia di acciaio che a un certo punto tragicamente ci chiude.
Questo, in parte, è proprio quello che è successo, fino al punto di portarci a vivere in un’epoca priva di incanti. La crisi è una buona occasione per liberarci, almeno in parte, da questa gabbia d’acciaio, nella quale ci siamo chiusi e dove abbiamo infilato non solo la nostra testa, ma anche i nostri desideri.
Questa gabbia era comoda, perché semplificava tutto, dava un senso facile e ovvio a ogni cosa. Però, abbiamo visto gli enormi limiti di quei modelli che volevano interpretare a tutti i costi con la pura razionalità i comportamenti degli individui e delle società. Cosí non è, anche se ascoltiamo ancora certi teorici del mercato che, nel caso in cui la realtà non vada d’accordo con i modelli, colpevolizzano la realtà invece che i modelli ai quali essa si riferisce.

Responsabilità per il bene comune

Di fatto, il nemico non è l’economia, ma – adesso ci appare molto piú chiaro – l’economicismo, che non è certo la forza dell’economia, quanto piuttosto la sua eccessiva pervasività in tutte le sfere sociali: questa estremizzazione ha portato a quegli effetti perversi di cui ha parlato anche Pareto, a tante conseguenze inattese e autodistruttive.
Oggi possiamo costruire futuro liberamente, senza remore. Forse mai come oggi viviamo una situazione di totale libertà dalle ideologie. Dopo averne superato molte insieme ai disastri da loro compiuti nell’ultimo secolo, l’ultima che ci era rimasta, come già detto, era quella del mercato. Oggi siamo liberi anche da quest’ultima e quindi abbiamo piú possibilità, piú responsabilità, ma naturalmente anche meno punti di riferimento.
Un aiuto importantissimo che ci è venuto, nel pieno della crisi, dalle parole dell’enciclica Caritas in veritate: essa rimette le cose in ordine e nella giusta gerarchia dei valori. Affronta temi coraggiosi per una società come la nostra: parla di visione generale (quella che spesso è risultata mancante) e di sviluppo integrale dell’uomo e della società; mette ordine e distingue tra fini, obiettivi – lo sviluppo integrale – e strumenti. Ed è proprio tra gli strumenti che, giustamente, colloca il mercato, l’economia, la crescita.
La società tratteggiata dall’Enciclica è una società dove si supera la visione limitata della somma degli interessi, o addirittura della semplice contrapposizione di interessi, che dovrebbe creare automaticamente il bene comune. L’Enciclica interpreta la società come giustamente deve essere intesa: ovvero come somma di responsabilità e come condivisione di responsabilità rispetto al bene comune, che tutti coinvolge.
Anche in questo senso il pensiero francescano è stato molto significativo: esso, infatti, ha sempre riconosciuto al denaro un ruolo specifico di “servizio per lo sviluppo”. Proprio grazie all’importanza attribuita alla virtú della “povertà” evangelica (Madonna povertà, come la chiamava Francesco), è stato possibile superare la dicotomia fra denaro e vita cristiana, incoraggiando e promuovendo l’orientamento della ricchezza a servizio del bene comune.
L’opera di grandi francescani, come ad esempio Pietro di Giovanni Olivi e Giovanni Duns Scoto, non solo ha insistito sulla necessità di corrispondere il giusto salario ai lavoratori, ma ha dato anche legittimità alla remunerazione connessa al prestito del denaro e all’attività mercantile, purché finalizzata a una utilità collettiva. Prima di allora, queste forme di intermediazione erano invece generalmente assimilate alla pratica dell’usura e quindi considerate in modo negativo.
Il fatto che proprio un frate francescano abbia fondato a Perugia il primo Monte di Pietà della storia (Barnaba Manassei, nel 1462), un monte frumentario, testimonia efficacemente come questa nuova impostazione promossa dall’Ordine abbia influito concretamente sull’organizzazione della società di allora. I francescani possono quindi essere considerati a buon diritto come gli iniziatori del sistema bancario e di conseguenza della moderna economia di mercato, secondo quanto ricordato dal Professor Antiseri. Questo esempio peraltro non è l’unico che si può fare. Anche l’ideatore della partita doppia, strumento fondamentale per lo sviluppo delle attività economiche e mercantili e alla base della contabilità ancora oggi utilizzata, è un frate francescano vissuto a cavallo tra il Quattrocento e il Cinquecento, Luca Pacioli.
La visione francescana della società appare quindi estremamente moderna, perché ha saputo riconoscere all’economia quello che deve essere il suo ruolo corretto, allora come oggi: quello di rappresentare uno strumento fondamentale per la creazione e la diffusione di benessere per le singole persone e per l’intera umanità.

Quali le priorità alla base del bene comune?

È bene ricordare che nelle varie fasi della storia tali priorità possono essere state diverse. Dunque, cosa intendiamo oggi quando parliamo di “bene comune”? Sicuramente oggi la principale urgenza, la principale priorità, in termini di bene comune, è il lavoro.
La vera drammatica urgenza che oggi è sotto gli occhi di tutti in tutti – nel nostro Paese come in Europa nel suo complesso, anche se forse non è sempre stata abbastanza affrontata – è quella del lavoro, della disoccupazione e del disagio legato alla disoccupazione. Perché al di là dei dati statistici della disoccupazione ufficiale, c’è tutto un mondo intorno che rende ancora piú grave questa situazione: non ci sono solo i disoccupati, ci sono anche gli inoccupati e tanti sotto-occupati. Tutti insieme creano un disagio occupazionale che in Europa conta molte decine di milioni di persone, e quindi tantissime famiglie: questa, oggi, è la nostra vera emergenza.
Il lavoro vero si crea in tanti modi, ma sicuramente non si crea se non c’è crescita economica. La crescita deve essere sostenuta. Non ci interessa piú la crescita drogata degli ultimi anni, una crescita apparente che sembrava spingere ogni tipo di attività economica, ma che poi si è scoperto avere dei piedi di argilla.
Solo una crescita vera, dunque, entra a far parte di un credibile discorso sul bene comune: ma tutto ciò richiede dedizione e impegno da parte di tutti. Mi riferisco ovviamente a una crescita sostenibile dal punto di vista finanziario, sociale e ambientale.
Con la crescita si ripagano anche i debiti pubblici e senza crescita alla fine invece anche i nostri doveri, le nostre responsabilità nei confronti dei nostri creditori potrebbero essere messe a rischio. Quindi disciplina, rigore ma anche sviluppo. Secondo la definizione del Prof. Zamagni, si tratta di due cavalli che devono tirare un aratro alla stessa velocità.
Ma come possiamo misurare la performance dei nostri Paesi nei prossimi anni? Occorre prendere in considerazione tutte le implicazioni. Sicuramente il PIL, cioè il Prodotto Interno Lordo di ogni Paese, dovrà sempre essere tenuto sotto controllo, ma con due grandi “correttivi”, o meglio, unitamente a due altri grandi indicatori: la creazione di posti di lavoro e l’andamento dei debiti che i sistemi – in particolare la parte pubblica – creano.
È fondamentale tenere conto della sostenibilità finanziaria della crescita (e, quindi, della dinamica dei debiti) e anche di quella ambientale.

I motori della crescita

Non possiamo in questa sede parlare di tutti gli strumenti e di tutti i motori che creano crescita, perché dovremmo parlare di competitività delle imprese, di funzionamento dei sistemi Paese, dei meccanismi di meritocrazia, di sistemi decisionali, tutti elementi integrati nell’Agenda della Crescita Sostenibile del Governo.
Dobbiamo ricordarci che uno dei motori fondamentali della crescita non è solo la competitività, ma anche la coesione sociale. Strumento fondamentale di coesione sociale è il welfare in tutte le sue forme: la previdenza, la sanità, la lotta alle tante povertà, le politiche per la famiglia. Ossia, tutti gli elementi che riducono le diseguaglianze e, soprattutto, la paura del futuro, che è oggi la principale ragione di sfiducia.
Il Terzo Settore, il volontariato, l’impresa sociale, la mutualità avranno un ruolo molto importante e crescente in tanti Paesi, sicuramente nel nostro: perché il privato in molti di questi settori non ci entrerà e il pubblico avrà sempre meno risorse. La sussidiarietà deve essere realizzata fino in fondo. La politica può fare molto per agevolare questa fondamentale dimensione, che il Prof. Zamagni ha giustamente definito ”economia civile”. È necessario infatti un forte impegno per definire regole del gioco adatte a un settore basato sulla logica del dono, ma sicuramente solo con l’impegno di tutti si possono raggiungere risultati importanti.
Se guardiamo a questo equilibrio di “motori” che devono lavorare tutti insieme per fare crescita, troviamo gli elementi del modello economico e sociale europeo. Modello europeo che rimane, con tutte le sue differenze e gradualità, un modello di grande civiltà. Un modello per cui l’Europa può dire, non dimenticando le proprie radici, di essere un passo avanti rispetto al resto del mondo. Nessun’altra parte del mondo, infatti, è riuscita a mettere insieme altrettanto bene mercato, crescita, solidarietà, libertà e democrazia.
L’Europa può e deve continuare a essere protagonista della storia: noi possiamo contare su un modello economico e sociale articolato in diverse declinazioni, ma con un contenuto di civiltà che rimane un riferimento importante. La sfida che abbiamo di fronte è quella di riuscire a fare in modo che quando un pezzo dell’Europa non raggiunge i risultati prefissati, debba essere anche accompagnata verso la soluzione del problema, senza essere costretta a risolverlo da sola. Non abbiamo dato buona prova di noi negli ultimi mesi, ma il risultato delle elezioni greche ci conforta: il messaggio che è stato lanciato sarà sicuramente colto dall’Europa, che riuscirà a integrare questo Paese nella prossima fase di sviluppo.

Aiutare l’economia, con il linguaggio della verità e dei fatti

Concludendo dobbiamo certamente asserire che non si tratta in nessun modo di abbandonare l’economia: San Francesco non ce lo chiede. Anzi, l’economia va supportata, va addirittura aiutata. Va però ridotta l’area della rendita: l’impresa deve essere messa al centro, perseguendo finalità di efficienza, di responsabilità e di oculata gestione del rischio.
Il mercato va fatto funzionare meglio in tanti settori, utilizzando regole e controlli adeguati. Però dobbiamo rifiutare definitivamente l’economicismo. Rifiutare il pensiero unico che riduce tutto a rapporti di tipo economico, perché se mai ne avessimo avuto bisogno, abbiamo avuto una tragica prova dei risultati a cui può portare. La lezione della crisi è che non basta l’economia: ci vuole vera politica, capace di una visione generale, perché solo la politica può mettere insieme le cose, suddividere sacrifici e benefici, progettare, scegliere, operare con una visione di lungo periodo, senza la quale non si costruisce futuro.
Non ci sono soluzioni facili, e cercare dei capri espiatori non ci aiuta. Pensare che ci sia stato un unico colpevole è troppo facile e auto consolatorio. Non serve quindi cercare di individuare le colpe degli altri: la responsabilità è condivisa e diffusa. È necessario cambiare molti comportamenti per evitare che questa situazione si ripeta. Per questa politica nuova ci vogliono valori e “padri spirituali” esemplari, come Francesco.
Ci vuole il coraggio di prendere decisioni molto spesso con esiti non garantiti e che possono anche far perdere parecchi consensi. Dobbiamo “sprecare” passioni, dobbiamo “sprecare” entusiasmo, dobbiamo metterci di piú di quella “irrazionalità” del dono che fa andare avanti sia le famiglie che molte comunità, che è capace di ricreare fiducia, alimentare speranza, sviluppare fraternità. In altre sedi useremmo parole come solidarietà e welfare: ma alla fine, stiamo parlando proprio di fraternità. Dobbiamo usare il linguaggio della verità e dei fatti, perché la gente – e soprattutto i giovani – non ne possono piú delle sole parole: soltanto attraverso i fatti e gli esempi di vita si crea fiducia. Queste sono alcune delle lezioni della crisi e alcuni elementi che ci possono aiutare a ripensare il mondo oltre la crisi economica. Per queste ragioni, per costruire futuro è giusto ripartire da San Francesco.

 

Corrado Passera
Ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti


 

 

(*) Il presente articolo è la pubblicazione dell’intervento che il Ministro Corrado Passera ha tenuto durante il Convegno “Un contributo francescano al superamento dell’attuale crisi economica”, svoltosi presso il Sacro Convento di Assisi, il 18 giugno 2012.

Read More