Relazione e progettualità: il segreto per capire e attivare percorsi efficaci

Roberto Maurizio, Educatore, Psicologo, Fondazione Zancan, Padova


Riflettere su cosa si è fatto verso i minori che hanno bisogno di cura da un punto di vista educativo potrebbe, apparentemente, esaurirsi nella esposizione di uno sterile elenco di interventi e servizi tipicamente appannaggio della sfera di competenza educativa.
Un approccio semplicistico di questo tipo non è piú adeguato e la realtà degli interventi di cura dei minori va analizzata in una prospettiva piú complessa.

Un ambito in costante evoluzione e sempre piú caratterizzato da integrazione professionale

Da quando, nel 1977, le funzioni di prevenzione e trattamento delle situazioni di disagio dei minori sono diventate una competenza degli Enti locali, si è assistito a un processo evolutivo molto rapido e intenso delle forme di intervento e degli approcci che li hanno contraddistinti. Tuttora questo è un àmbito che rappresenta, per il welfare, un costante terreno di sperimentazione, alla ricerca continua di dispositivi adeguati.
In questo percorso, ovviamente, sono stati implicati interventi di ogni natura e tipologia, riferiti a scienze e discipline diverse, tra cui anche le scienze dell’educazione.
Nonostante proprio l’àmbito educativo abbia contribuito in modo rilevante all’evoluzione del sistema di risposte alle problematiche minorili, è sempre piú diffusa la convinzione che per intervenire in modo adeguato in questo settore sia opportuno utilizzare una pluralità di apporti scientifici, metodologici e tecnici, integrati tra essi.
È difficile prendere in esame esclusivamente l’apporto delle scienze dell’educazione alle problematiche minorili, al di fuori di una logica complessa e integrata. Ciò è dovuto a due fattori:
a)  la crescente complessità delle situazioni familiari in cui i minori in difficoltà vivono, che presentano, sovente, carattere di multi-problematicità, con situazioni di disagio marcato in piú membri del nucleo familiare e problematiche afferenti piú dimensioni della persona (psicologica, educativa, sociale, sanitaria, ecc.);
b) la crescente differenziazione delle situazioni familiari e minorili che vivono in condizioni di disagio, che determina l’esigenza di risposte sempre piú differenziate e personalizzate.
Lo “sguardo” educativo, quindi, oggi integra altre prospettive, quella sociale e quella psicologica in particolar modo, sia nella fase della comprensione e valutazione delle problematiche familiari da affrontare, sia nella fase degli interventi, sia in quella della valutazione degli esiti, proponendo scenari nuovi nel sistema dei servizi e nel rapporto tra professionisti di discipline diverse. Un esempio di questo tipo è rappresentato dalle esperienze di alcune comunità di accoglienza residenziale (storicamente gestite esclusivamente da educatori) che accolgono minori con esiti di abusi e maltrattamenti e che propongono un approccio psico-pedagogico, prevedendo, per la gestione del servizio, équipe miste, composte da educatori e da psicologi.

Un ambito che comprende un ampio spettro di situazioni problematiche dei minori

A questo punto si pone l’esigenza di definire il campo entro cui si sviluppa la riflessione sugli interventi educativi a favore dei minori, con la necessità di costruire la mappa delle esperienze concrete, impresa non semplice considerata l’ampiezza e la differenziazione della gamma degli interventi da prendere in esame.
Quando ci si riferisce al minore come “vittima” di comportamenti adulti, si considerano, quanto meno, tre tipologie di situazioni differenti le une dalle altre:
– le situazioni in cui il disagio dei minori è espressione del “normale” disagio evolutivo del minore stesso e della famiglia, legato alle situazioni tipiche della crescita dei bambini e dell’evoluzione dei sistemi familiari;
– le situazioni in cui il disagio dei minori è legato a condizioni di deprivazione e/o esclusione sociale e/o emarginazione della famiglia, a condizioni di elevata vulnerabilità per fragilità degli adulti (malattie, …), o del progetto di coppia e della genitorialità, ecc.;
–  le situazioni in cui i minori sono in condizione di pregiudizio, a causa di comportamenti negligenti e inappropriati dei genitori o di violenze, abusi, maltrattamenti.
Quando ci si riferisce al minore come “autore” di comportamenti inadeguati, si considerano sia le situazioni in cui i comportamenti agíti dai minori sono negativi per sé e per gli altri quali, soprattutto, i comportamenti “a rischio” con profili giuridici interessati di tipo civile e amministrativo o di tipo penale.
È evidente che pensare alle problematiche minorili può portare verso esperienze completamente diverse una dall’altra, come ad esempio, la dispersione scolastica o l’uso di sostanze stupefacenti, l’abbandono dei genitori o i comportamenti violenti verso gli altri, ecc.
Per comprendere meglio queste differenze può essere utile usare l’immagine di un continuum, lungo il quale possono essere posizionate le diverse situazioni problematiche e i diversi interventi educativi: a un polo si trovano gli interventi di valenza promozionale/prevenzione, mentre al polo opposto possono essere posizionati gli interventi di protezione e rieducazione.
Senza pretese di esaustività l’elenco, di seguito proposto, può dare un’idea della varietà di interventi educativi che si possono attivare a favore dei minori in situazione di difficoltà:
– spazi gioco, ludoteche, centri di aggregazione, progetti di educazione socio-affettiva, progetti di promozione della partecipazione sociale, progetti di promozione del protagonismo, iniziative formative in àmbito sportivo, culturale, ecc., in oratori, ecc. (orientati nella prospettiva promozionale-preventiva di carattere generale);
– interventi individuali e di gruppo contro lo svantaggio scolastico e la dispersione scolastica, interventi di supporto educativo individualizzato a domicilio o territoriali, interventi di prevenzione del bullismo, peer-education, interventi di prevenzione delle dipendenze e consumi, interventi di prevenzione dei comportamenti a rischio, ecc. (orientati nella prospettiva preventiva con una maggiore individualizzazione);
– centri diurni per minori in situazione di disagio sociale, interventi di “educazione di strada” con minori e gruppi in condizioni di rischio sociale, progetti di inserimenti lavorativi, interventi di recupero e supporto individuale drop-out, interventi individualizzati e con gruppi in ordine a comportamenti a rischio, ecc. (orientati nella prospettiva dell’intervento educativo di protezione, risocializzazione e recupero);
– accoglienza in comunità residenziale educativa o comunità del circuito penale, interventi nelle strutture penali minorili, progetti di “messa alla prova”, ecc. (orientati verso una maggiore azione di protezione e nella prospettiva rieducativa).
Un ultimo aspetto da prendere in esame è rappresentato dall’età del minore da aiutare con interventi di aiuto, in quanto, ogni fase dell’età evolutiva mette in luce esigenze diverse del soggetto e implica differenti possibilità d’ingaggio e sviluppo della relazione educativa.

Una nuova prospettiva per l’intervento di aiuto verso i minori

La ricostruzione storica di quanto realizzato in funzione dell’obiettivo di aiutare i minori in situazione di difficoltà ha messo in luce un percorso di cambiamento, non solo delle forme concrete dell’agire sociale o delle leggi che hanno regolato il sistema degli interventi. Ciò che è cambiato è, soprattutto, la filosofia di fondo nel quale il singolo intervento si colloca.
Dall’iniziale filosofia basata esclusivamente sull’intervento sui minori in difficoltà si è passati, nel tempo, al riconoscimento del diritto dei bambini ad avere una famiglia e, piú recentemente, la direzione intrapresa è quella di cercare di coniugare insieme il diritto personale del minore a essere educato nella propria famiglia insieme a quello del genitore. Anche nelle situazioni piú difficili e complesse, in cui si rende necessario un allontanamento, la normativa vigente ritiene l’allontanamento un mezzo finalizzato al riavvicinamento.
È una convinzione recente, che sta diffondendosi sempre piú tra gli operatori dei servizi, l’idea che garantire il diritto del bambino a vivere nella propria famiglia dovrebbe avere come fine, la tutela del minore attraverso la riqualificazione delle competenze parentali dei genitori in quanto, finalmente si è compreso che non c’è inconciliabilità tra il lavoro con il bambino e il lavoro con la sua famiglia di origine.
Operare in questa prospettiva, però, implica un’effettiva inclusione dei genitori nel processo dell’aiuto, cosí come – nei limiti del possibile – implica anche il coinvolgimento diretto del minore. Entrambe le esigenze – il coinvolgimento dei genitori e dei minori – non vanno intese in un senso puramente formale o tecnico. Al contrario esse rappresentano una questione di fondo che dovrebbe portare – nelle politiche sociali – a investire sempre piú, e in ogni caso compresi quelli piú drammatici, sulla genitorialità per sostenerla, rinforzarla e, se del caso, riattivarla e sull’ascolto effettivo dei minori sia nelle procedure giuridiche (nell’àmbito di procedimenti presso le autorità giudiziarie) sia nei procedimenti attivati dai servizi sociali senza il coinvolgimento delle autorità giudiziarie.

Aspetti metodologici della cura dei minori in difficoltà

Gli interventi di natura promozionale e preventiva possono essere promossi da soggetti diversi, a fronte di una molteplicità di titolarità: indifferentemente possono essere realizzati su iniziativa di ministeri, enti locali, scuole, associazioni, oratori, gruppi, università, fondazioni, ecc.. In questo campo, infatti, le norme esistenti non limitano, anzi incentivano, la possibilità di agire dei diversi soggetti sociali.
Gli interventi di natura protettiva, invece, possono essere promossi solo dagli enti locali o dai servizi del ministero di giustizia, e possono essere sollecitati dalle diverse autorità giudiziarie, nell’àmbito delle proprie competenze.
Gli interventi di tutela e protezione dei minori, quindi, si attivano esclusivamente a seguito di un processo di analisi che determina l’emersione di una situazione di grave pregiudizio per il minore che, senza adeguate azioni di supporto, può portare a danni particolarmente significativi per il minore. L’analisi della situazione del minore e della sua famiglia è condotta, quindi, da operatori dei Servizi sociali territoriali pubblici, che attraverso colloqui, visite domiciliari, momenti di osservazione, raccolgono informazioni utili a comprendere la gravità della situazione (centrando l’attenzione sui fattori di rischio) e le possibili risorse personali del minori e familiari da mettere in gioco. Il processo di analisi si conclude con la valutazione globale della situazione e con un’ipotesi di prognosi, che determinano la messa a fuoco di un possibile progetto di presa in carico e di intervento di aiuto e supporto, dei soggetti da coinvolgere, dei tempi e delle azioni da sviluppare.
È l’analisi di fattori di crisi e protettivi che dovrebbe permettere agli operatori dei Servizi di valutare se si rende necessario un intervento di supporto educativo mantenendo il minore nel suo contesto di vita familiare o collocandolo al di fuori della propria famiglia.
Le statistiche piú recenti predisposte dal Ministero del Welfare, con la collaborazione del Centro nazionale di documentazione e analisi sull’infanzia e l’adolescenza presso l’Istituto Innocenti di Firenze, indicano in circa trentamila i minori collocati fuori della propria famiglia, di cui la metà inseriti in un progetto di affidamento familiare (intra-familiare o extra-familiare) e la metà in strutture residenziali di tipo comunitario. Il valore medio nazionale è di 2/3 bambini e ragazzi tra 0-17 anni fuori famiglia ogni mille residenti della stessa età.
Non vi sono, invece, statistiche certe a proposito degli interventi di presa in carico di minori in situazione di disagio senza allontanamento dalla famiglia. Non tutte le regioni hanno attivato l’osservatorio regionale – come previsto dalla legge 451/97 – e, di conseguenza, si può solo costruire una stima che indica nel 5-6% (circa 500mila minori) la quota di popolazione minorile a vario titolo in carico ai Servizi sociali territoriali (in tale percentuale sono inclusi anche i minori collocati fuori famiglia).
In aggiunta a questi dati occorre registrare l’attività di presa in carico di minori presso i Servizi di giustizia minorile, circa 20-25mila annui, di cui una quota inseriti in strutture penitenziarie e strutture residenziali di accoglienza. I Servizi sociali possono essere attivati sostanzialmente in due modi, in quanto essi operano:
– a partire da una domanda diretta di aiuto espressa dalla famiglia del minore o dal minore stesso, soprattutto se questi è in età adolescenza;
– a partire da una segnalazione di uno stato di possibile disagio-pregiudizio, giunta dai soggetti piú diversi (autorità giudiziarie, altri servizi, ospedali, scuole, organizzazioni del territorio, parenti, cittadini semplici, …).
I due percorsi sono diversi nel loro sviluppo perché implicano un rapporto qualitativamente diverso tra famiglia-minore e Servizi: speranza e fiducia, unitamente alla disponibilità a mettersi in gioco, che ci si può attendere nel primo caso, possono, nel secondo, essere sostituiti da sfiducia, timore, rabbia per l’intrusione operata da qualcuno nella sfera della vita privata della famiglia e del minore con conseguente indisponibilità a mettersi in gioco e collaborare.
Nel processo di analisi della situazione lo sguardo educativo può essere valorizzato laddove sia utilizzata la figura dell’educatore sia per le visite domiciliari sia per la realizzazione dei colloqui, sia per la realizzazione di alcune attività preliminari alla predisposizione di un progetto.
Ancor piú la dimensione educativa della presa in carico dovrebbe emergere chiaramente nell’attività di progettazione, sia perché tutti i soggetti coinvolti nell’intervento condividono responsabilità educative in senso lato, sia perché possono essere individuati specifici àmbiti di azione con l’utilizzo di educatori professionali.
Il contributo specifico educativo è orientato sui processi di crescita, di apprendimento, di reinserimento sociale, sulla prevenzione, con una rilevante e costante attenzione:
– alla persona nella sua globalità, alla valorizzazione delle risorse e al recupero delle potenzialità e dell’espressione,
– allo sviluppo della partecipazione degli individui, dei nuclei familiari, degli ambienti relazionali e comunitari;
– alla dimensione dell’ascolto e al valore di libertà delle persone;
– al dare senso e significato all’esperienza;
– alla mediazione con la realtà di riferimento;
– alla dimensione informale della vita delle persone e dei gruppi sociali.
Gli elementi base della dimensione educativa nel supporto ai minori in situazione di difficoltà sono due: la relazione e la progettualità. Per quanto riguarda la relazione “educativa”, si tratta in particolare di mettere al centro dell’attenzione:
– la condivisione della vita quotidiana, al fine di permettere il recupero e la valorizzazione educativa dei significati delle attività di routine, l’utilizzazione di “imprevisti” e “incertezze”, l’interpretazione e l’elaborazione degli “eventi”;
– la stimolazione e valorizzazione delle risorse personali e del contesto familiare dei soggetti, oltre che di quelle del territorio; l’attivazione di processi di cambiamento nella prospettiva di una costruzione della comunità locale, in un’ottica preventiva e promozionale, da un lato, compensatoria e integrativa, dall’altro.
Nella relazione educativa, la dinamica progettuale accomuna i due soggetti coinvolti: il cammino è comune, proprio in virtú di quella caratteristica professionale, che è derivata dalla quotidianità come costruzione di significati umani e psicologici, insieme tra educatore ed educando (soggetto in formazione). La quotidianità diventa, quindi, la caratteristica che differenzia e definisce, anche dal punto di vista metodologico, un progetto avente contenuto e valenza educativa da altri interventi, nei termini d’unitarietà e globalità dell’intervento.

In tema di valutazione

Un aspetto di particolare importanza, sempre piú al centro dell’attuale dibattito, è la questione della valutazione. Nonostante siano trascorsi cinquanta anni di pratiche, gli interventi e i servizi a favore dei minori, non si è riusciti a identificare metodologie e strumenti adeguati e facilmente utilizzabili per valutare l’efficacia. Di fatto, intorno all’efficacia è andata costruendosi una grande confusione che ha portato sovente a confondere mezzi e fini, come se il solo attuare un affidamento costituisca un esito positivo dell’intervento.
Qualche esperienza interessante c’è stata, ma sporadica e senza diventare un patrimonio tecnico-metodologico comune e condiviso. Ciò ha determinato l’impossibilità di confrontare le esperienze per cogliere elementi di diversità e di somiglianza, basandosi non tanto su impressioni o su approcci qualitativi (peraltro, importanti e utilissimi), ma su dati comparabili, giacché raccolti e costruiti in modo similare.
Oggi si pone un’esigenza sempre piú urgente di correlare prassi operative e di valutazione di esito in modo da permettere sia la valutazione sull’efficacia degli investimenti a favore dei minori e delle famiglie sia l’individuazione delle prassi con maggiori livelli di efficacia e delle condizioni necessarie per favorirne lo sviluppo e quelle da contrastare per evitare l’inefficacia delle stesse. Questa, peraltro, è l’unica strada per immaginare un confronto con ciò che accade in altri Paesi, nei quali vi è un maggiore investimento sulla valutazione.

Roberto Maurizio
Educatore, Psicologo, Fondazione Zancan, Padova


Riferimenti bibliografici

• V. Belotti (a cura di), Accogliere bambini, biografie, storie e famiglie. Le politiche di cura, protezione e tutela in Italia. Lavori preparatori alla relazione Sullo stato di attuazione della legge 149/01, Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento per le politiche per la famiglia-Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Istituto Innocenti, Firenze 2009.

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• C. Canali, T. Vecchiato, Le forme dell’affido in Europa: cosa sappiamo degli esiti e delle condizioni di efficacia?, Fondazione Zancan, Padova 2013.

• R. Maurizio, V. Piacenza (a cura di), Stanze di vita. Crescere in comunità di accoglienza, Edizioni Guerrini e Associati, Milano 2011.

• F. Mazzucchelli (a cura di), L’educatore professionale, Maggioli Editore 2010.

• S. Premoli, Bambini, adolescenti e famiglie vulnerabili. Nuove direzioni nei servizi socioeducativi, FrancoAngeli, Milano 2012.

• P. Triani, Disagi dei ragazzi, scuola, territorio, Editrice La Scuola, Brescia 2011.

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