Protagonisti motivati e responsabili, pronti a cambiare, per rimettere al centro la persona

Cristina Braida, Assistente sociale, Comune di Caorle, Dottoranda in Fondamenti    e Metodi delle Scienze Sociali e del Servizio Sociale, Univ. di Sassari

Federica Palomba, Assistente Sociale, Centro per la giustizia minorile pr la Sardegna, Dottoranda in Fondamenti e Metodi delle Scienze Sociali e del Servizio Sociale, Univ. di Sassari


 

 

Punto di partenza del Welfare generativo è che tutti possano dare qualcosa e che sempre di piú le persone che si rivolgono al Servizio Sociale non chiedano risposte preconfezionate e risolutive a prescindere dalla loro stessa attivazione, ma che chiedano opportunità.

“Non posso aiutarti senza di te”. alla radice del servizio sociale professionale

L’intervento del Servizio Sociale professionale non si può considerare come la soluzione al problema o la risposta al bisogno, bensí come l’azione di sviluppo e di rinforzo di autonome capacità, da realizzarsi con le persone che si rivolgono alle Istituzioni per porre una domanda o un problema che non riescono da sole a soddisfare o a risolvere. Il Servizio Sociale ha coniato negli anni uno slogan che racchiude il senso della professione: “aiutare gli altri ad aiutarsi da sé”.
Abbandonata la tendenza a occuparsi prevalentemente del sintomo del disagio con funzioni di cura, trascurando le cause che hanno prodotto quel sintomo, ha infatti messo a fuoco l’importanza del lavoro con la persona, i gruppi e la comunità, teso a stimolare e recuperare le potenzialità e le risorse primarie e naturali, nonché ad attivarne di nuove.
L’assistente sociale, secondo il modello costruttivista, non può piú essere considerato il detentore di un sapere teorico da applicare di fronte a una data situazione di disagio, configurandosi, la relazione di aiuto, come un processo di costruzione sociale in cui l’operatore e l’utente si confrontano e si influenzano reciprocamente, valorizzando le potenzialità di ciascuno degli attori coinvolti (1). L’obiettivo diventa quello di sostenere percorsi di aiuto che, partendo dalle attitudini, possibilità, disponibilità e responsabilità della persona, possano produrre cambiamenti la cui efficacia prosegua anche a conclusione dell’intervento professionale.
Si è passati quindi dal “lavoro su la persona”, al “lavoro con la persona”, prevedendo, come momento fondamentale del percorso di aiuto, la fase del “contratto”, in cui le parti, utente e assistente sociale, si assumono reciprocamente delle responsabilità e degli impegni.
Gli obiettivi sopra accennati trovano il loro fondamento nei princípi costitutivi e nella deontologia del servizio sociale, nonché nella rielaborazione e rivisitazione della pratica che ha portato gli assistenti sociali ad adottare riferimenti teorici sempre piú coerenti con i princípi che da sempre hanno sostenuto la nascita e l’evoluzione del Servizio Sociale.
Il Codice deontologico dell’assistente sociale, approvato nella seduta del Consiglio nazionale del 17 luglio 2009, contiene le norme deontologiche alle quali il professionista assistente sociale deve attenersi nell’esercizio della professione e, nel declinare i princípi fondamentali, evidenzia le responsabilità dell’assistente sociale nei confronti dell’utente, della società, dei colleghi e degli altri professionisti, dell’organizzazione di lavoro e della stessa professione, tutti àmbiti fondamentali in cui si esplica l’attività lavorativa.
«La professione – recita l’art. 5 – si fonda sul valore, sulla dignità e sulla unicità di tutte le persone, sul rispetto dei loro diritti universalmente riconosciuti e delle loro qualità originarie, quali libertà, uguaglianza, socialità, solidarietà, partecipazione, nonché sulle affermazioni dei princípi di giustizia ed equità sociale».
Rispetto del valore della persona, della sua dignità e integrità, delle sue infinite potenzialità e del suo essere unica e irripetibile, sono le fondamenta dell’agire del Servizio Sociale che lavora con la persona, i gruppi e le comunità, valorizzando l’autonomia, la soggettività e la capacità di assumersi responsabilità (Titolo II – art. 6). L’affermazione di detti princípi si riflette nelle specifiche responsabilità dell’assistente sociale cui è fatto obbligo di lavorare per promuovere l’autodeterminazione, le potenzialità e l’autonomia della persona. L’oggetto di studio e di intervento specifico del Servizio Sociale, che lo distingue da altre professioni di aiuto, è l’uomo nella sua relazione sistemica e di reciprocità con l’ambiente che lo circonda (2). Proprio per questo l’attività del Servizio Sociale si rivolge anche al territorio e alla comunità, avendo cura di promuovere una cultura della solidarietà e della sussidiarietà, favorendo la partecipazione attiva delle persone affinché si sviluppi un tessuto sociale accogliente e rispettoso dei diritti.
Fa parte delle responsabilità dell’assistente sociale, prevista dal Codice deontologico, contribuire alla promozione di politiche integrate indirizzate all’emancipazione ed alla responsabilizzazione della comunità (titolo IV del c.d. all’art. 36). Dall’analisi del Codice deontologico emerge il senso della pratica professionale che, lungi dall’essere orientata a fornire prestazioni, deve invece comprendere un sistema complesso di interventi realmente personalizzati, in cui la relazione professionale e di fiducia che si instaura con le persone e con la società, diventa il principale strumento e veicolo di empowerment.
Proprio in questa direzione si è assistito all’evoluzione di modelli teorici sempre piú orientati alla reale partecipazione dell’utente alla valutazione, all’individuazione di un progetto di intervento, alla sua realizzazione, per scongiurare il rischio di interventi passivizzanti e tali da creare dipendenza anziché autonomia.

Raccogliere e redistribuire: quale spazio per esprimere l’arte professionale?

I richiami ai princípi etici e deontologici del Servizio Sociale evidenziano come la componente generativa sia una componente fondante l’operato dell’assistente sociale: la dimensione per eccellenza entro cui esprimere l’arte professionale.
Tuttavia, le realtà dei servizi che quotidianamente osserviamo, le voci degli operatori con cui ci confrontiamo e le immagini che ci vengono restituite dalla percezione collettiva sul senso del nostro mandato professionale, parlano di altro: parlano di un Servizio Sociale spesso interprete di politiche sociali che bruciano risorse anziché generare, che inducono dipendenza anziché favorire autonomia, che svalutano il potenziale umano anziché promuoverne la dignità.
Scollamento ancora piú preoccupante se pensiamo a come la cultura professionale ha invece nel frattempo perfezionato i propri princípi costitutivi, sviluppando modelli teorici orientati all’empowerment, alla centralità della persona, alla progettazione personalizzata, al lavoro di comunità, cui si è accennato sopra.
Che ne è stato dunque dell’arte professionale capace di generare, trasformando il bisogno in risorsa, il problema in opportunità?
Nella testimonianza dei colleghi, la dimensione creativa pare si sia progressivamente affievolita a favore di approcci sempre piú standardizzati e burocratizzati (3), che si sono affermati in nome di una maggiore “qualità” degli interventi offerti. Questa esigenza ha avuto il sopravvento sulle istanze di “personalizzazione” proprie dei Servizi Sociali: anche laddove i piani e i programmi di politica sociale richiamano tale valore, agli assistenti sociali vengono invece chieste valutazioni del bisogno standardizzate, finalizzate alla verifica di requisiti amministrativi, piuttosto che all’elaborazione di progetti partecipati, centrati sulle specifiche esigenze e risorse della persona, del suo contesto familiare e ambientale.
D’altro canto, dietro al ripiego in una eccessiva burocratizzazione, possiamo anche intravedere una sorta di “paura” degli operatori nell’interpretare con autonomia e creatività il proprio mandato istituzionale.
La professione, cresciuta ed esercitata quasi esclusivamente all’interno della pubblica amministrazione, si è dovuta cosí misurare con due esigenze opposte: da un lato, quelle riconducibili al mandato professionale che presuppone ampi margini di discrezionalità per esprimere pienamente la propria capacità trasformativa, dall’altro lato, quelle dettate dall’appartenenza istituzionale che, al contrario, comporta il rispetto di vincoli procedurali, amministrativi, contabili, ecc. …
Tale tensione ha trovato motivo di sbilanciamento a mano a mano che le politiche sociali si sono orientate in senso prestazionistico, facendo dei trasferimenti in denaro il principale fronte su cui far convergere le risorse del Welfare. Di fronte a questa deriva, la cultura professionale si è trovata impreparata nella sua capacità di dimostrare e di rendicontare gli esiti dell’attività di Servizio Sociale, capacità che avrebbe potuto contrastare il dilagare di logiche assistenzialistiche ed emergenziali, spingendo verso soluzioni maggiormente attente all’efficacia e alla rigenerazione delle risorse.
Dove il Servizio Sociale è riuscito a dialogare con i propri referenti politici e istituzionali portando evidenze circa il senso e l’utilità di un approccio autenticamente centrato sulla persona e sulla comunità, valorizzando pertanto le competenze proprie della professione, i margini di operatività in senso “generativo” sono stati preservati, resistendo alle spinte prestazionistiche. La possibilità di investire sulle risorse disponibili, grazie al lavoro di “mediazione professionale”, capace di trasformare e di far conseguire risultati positivi da capitalizzare nel tempo, è una frontiera che impegna anzitutto sul piano culturale.
Le responsabilità deontologiche alle quali il Codice ci richiama, muovono in questa direzione e l’attuale momento di crisi, potenzialmente destinato a minare le basi etiche e metodologiche della professione, può invece rivelarsi un momento privilegiato per rilanciare proprio il potenziale trasformativo della professione. Ed è su questi presupposti che la proposta del “Welfare generativo”, rappresenta per il Servizio Sociale un’opportunità di sviluppo e di maturazione dei propri fondamenti valoriali.
Il sistema di Welfare che abbiamo conosciuto in Italia si è finora basato sulla raccolta e redistribuzione delle risorse, prevalentemente in termini di trasferimenti monetari, a favore di persone in stato di bisogno, accertato in base al possesso di determinati requisiti amministrativi, come sopra evidenziato. Il Welfare generativo propone un cambio di paradigma, con la riconfigurazione del rapporto diritti/doveri e con la previsione dei diritti sociali a corrispettivo, che richiedono l’esercizio di responsabilità personali e sociali.
La percorribilità di tale proposta deve tenere conto della funzione essenziale che la mediazione professionale può e deve svolgere, affinché la relazione tra l’assistente sociale e la persona, possa essere veicolo per esplorare le potenzialità della persona stessa e consentirle di ritenersi risorsa per sé e per gli altri.
La sfida lanciata dall’approccio generativo, di pensare ai diritti sociali non in termini di minaccia ma di motore moltiplicativo delle capacità, interpella, dunque la nostra professione sui possibili sviluppi del prendersi cura, riportando il dibattito sui fondamenti etici del Servizio Sociale.
Quale capacità trasformativa può esprimere la professione all’interno della Pubblica Amministrazione nel difficile equilibrio tra creatività e arte professionale, da un lato, e burocrazia e logiche standardizzate dall’altro? Quali competenze possono essere esplorate e approfondite per aprire la relazione di aiuto anche all’esercizio dei diritti sociali? Ma soprattutto da dove partire per “ritrovare la speranza” di molti operatori nel sentirsi capaci di “ridare speranza” alle persone, che a loro si rivolgono per chiedere un aiuto rispettoso della propria dignità?
Domande che hanno iniziato a porsi in parallelo gli assistenti sociali della Sardegna e del Veneto, intraprendendo un percorso di confronto al proprio interno, che ha preso avvio con gli stimoli offerti in occasione di un convegno  promosso dall’Ordine degli Assistenti Sociali Regione Sardegna, in collaborazione con l’ANCI Sardegna, la Provincia e il Comune di Cagliari, e che ha visto la partecipazione della Scuola di Dottorato in Fondamenti e Metodi delle Scienze Sociali e del Servizio Sociale dell’Università degli Studi di Sassari.
Le riflessioni qui proposte raccolgono le prime rielaborazioni da parte delle autrici, che sintetizzano quindi il pensiero e la voce di molti altri colleghi, ai quali va il nostro ringraziamento, in un percorso di ricerca che è insieme individuale e della comunità professionale tutta.

La relazione di aiuto e l’incontro professionale come generatori di trasformazione

Per esprimere la sua capacità generativa, il Welfare deve riportare al centro la mediazione professionale, capace di ridare un volto a ciascuna persona, superando logiche di standardizzazione e di burocratizzazione. È, infatti, nell’incontro professionale e all’interno della relazione di aiuto che possono emergere le potenzialità di ciascuno: potenzialità da recuperare, da valorizzare e da trasformare in risorsa per sé e per gli altri.
La mediazione professionale interviene nel processo di distribuzione e di re-distribuzione delle risorse, integrando il diritto a ricevere prestazioni con la funzione del prendersi cura che completa di contenuto il diritto ricevuto. In questa prospettiva il bene tutelato non è ciò che l’operatore trasferisce, il contributo economico, la casa, il posto letto, ecc., ma prima di tutto la persona, la sua capacità di comprendere la situazione, di valutare le difficoltà e le opportunità, di superare il momento di difficoltà, di costruire o ricostruire legami, di acquisire o riacquisire abilità, di ripensarsi per il futuro, di ritrovare la speranza e di contribuire essa stessa al “bene comune”.
Un Welfare senza mediazione professionale si priva di questa possibilità, e insieme priva l’intero sistema del contributo unico e originale che quella persona può offrire, oltre che spingersi in direzione opposta a quella della promozione dell’uguaglianza sociale, confinando sempre piú l’area del bisogno verso quella dell’esclusione sociale.
Nella prospettiva del Welfare generativo il bene della collettività investito sul singolo, esce dalla dimensione individuale per essere rimesso in circolo dalla persona, che è stata posta nella condizione di poterlo trasformare in beneficio per sé e per la comunità, salvaguardando prima di tutto il rispetto della sua dignità ed evitando insieme il progressivo depauperamento del sistema.
Il processo di aiuto si conclude pertanto per opera della persona stessa che, autenticamente posta al centro della progettazione, lo completa in maniera virtuosa contribuendo con le proprie abilità al bene comune e rifondendo contemporaneamente il Welfare di nuova vitalità. Si tratta di un paradigma che implica per il servizio sociale professionale una ricentratura della relazione di aiuto in senso simmetrico, una specifica attenzione al lavoro di comunità per la costruzione delle alleanze necessarie sul fronte degli investimenti sociali, e il coraggio di rischiare osando percorsi creativi al di fuori delle procedure standardizzate e all’interno dei vincoli amministrativi e finanziari esistenti.

Le 3 R per il servizio sociale professionale: Relazione, Reciprocità, Risultati attesi

Affinché il cambio di paradigma sintetizzato in quel “non … senza di te” possa realmente concretizzarsi è necessario come professionisti arricchire di ulteriori attenzioni alcuni aspetti metodologici caratterizzanti l’intervento professionale.

1. Relazione
Accoglienza, ascolto e valutazione della domanda sono le dimensioni privilegiate nel processo di aiuto che consentono alla persona di essere vista e riconosciuta nella sua unicità e globalità. Trascurarle svuota di significato l’incontro professionale, riducendo l’operatore a erogatore di prestazioni.
Se pensiamo a un servizio sociale dedicato alla ri-generazione delle risorse e al loro rendimento, diventa quanto mai necessario rafforzare le competenze della relazione di aiuto che facilitano l’esplorazione e l’espressione da parte della persona delle sue potenzialità. Questo vuol dire anche aprire l’incontro professionale a dimensioni ancora poco considerate tra gli operatori, quali ad esempio la dimensione valoriale e spirituale, per aiutare la persona a entrare in contatto con sé stessa, riscoprire nuove vitalità e completare l’immagine del proprio volto, troppo spesso sacrificata e segnata da processi di stigmatizzazione esterni (5).

2. Reciprocità
Il Servizio Sociale professionale sempre piú deve spingere verso percorsi di sussidiarietà, arginando approcci autoreferenziali e/o auto-centrati e ampliando le alleanze con i soggetti del territorio, da coinvolgere anzitutto per diffondere la cultura delle reciprocità, sottesa alla prospettiva del “diritto con corrispettivo”. Ostacolo significativo alla sua implementazione, potrebbe infatti rivelarsi non tanto la mancata disponibilità della persona assistita a “restituire” il ricevuto, quanto piuttosto la perplessità diffusa sulla sua capacità di restituire, e ancor piú la fatica e la conseguente resistenza nell’offrire ed organizzare spazi entro cui chiedere e ricevere tale restituzione.
La cultura dell’elargizione, di cui sono ben permeate le nostre pratiche assistenziali, ha richiesto grandi sforzi sul fronte del “dare”, ma allo stesso tempo ha facilmente liberato dall’impegno i “benefattori”, conservandone potere e autorevolezza. Il paradigma del Welfare generativo esce da questa logica riequilibrando sul piano della dignità le relazioni di aiuto. Si tratta di un salto culturale notevole, che dovrebbe trovare il Servizio Sociale professionale già maturo sotto il profilo teorico, consentendogli quindi di giocare un ruolo di traino nei confronti delle istituzioni e delle altre professioni. Tuttavia non è da sottovalutare la difficoltà che invece proprio la professione potrebbe incontrare nello spogliarsi di quell’eccessivo “potere” che le è stato conferito da una lunga storia di politiche sociali de-responsabilizzanti le persone assistite. Una sfida e una opportunità anche sotto questo profilo, che potrà essere affrontata non tanto e non solo dal singolo operatore, ma dalla comunità professionale tutta, attraverso una riflessione interna, il confronto esterno e il coraggio di sperimentarsi in approcci volti a promuovere e facilitare anche l’assolvimento dei doveri da parte degli utenti, e non piú il loro solo esercizio di diritti.

3. Risultati attesi
La valutazione di esito, si è detto, rappresenta una competenza con la quale il Servizio Sociale ha ancora poca dimestichezza. L’attenzione si è concentrata, infatti, sul valutare e misurare processi, qualità, gradimento, ma molto meno sulla possibilità di rilevare i risultati raggiunti grazie all’intervento professionale.
Come evidenziato sopra, si tratta di una competenza che invece deve necessariamente esser fatta propria dalla professione, essendone principale strumento di legittimazione e di sviluppo: «ne sancisce l’utilità sociale in quanto rende visibili i risultati dell’azione professionale sia agli stessi utenti sia all’esterno; dà una base di maggiore scientificità ai processi di aiuto; prelude alla costruzione di evidenze scientifiche, quale garanzia di omogeneizzazione degli interventi e di maggior successo nelle decisioni da prendere» (6).
La prospettiva del Welfare generativo non può prescindere dalla valutazione di esito, poiché è con la definizione dei risultati attesi che potranno essere espresse al meglio le 3 R che lo contraddistinguono: rendere, rigenerare e responsabilizzare. La capacità di far rendere le risorse rigenerate presuppone infatti la possibilità di rilevare e misurare i cambiamenti avvenuti a seguito dell’intervento professionale, esiti che andranno quindi prima di tutto raccolti per poter esser poi portati a rendimento. Il Servizio Sociale professionale dovrà sempre piú perfezionare questa competenza, che probabilmente farà emergere esempi di Welfare generativo già intrapresi e sperimentati con successo, senza tuttavia essere mai stati palesati e tanto meno capitalizzati.
Infine, la formulazione dei “diritti sociali”, cosí come prospettata, apre una nuova dimensione su cui lavorare, all’interno della relazione di aiuto, in termini di risultati attesi: quella della prefigurazione dei cambiamenti che interesseranno la persona non solo nei confronti di sé stessa, ma anche nei confronti degli altri e della comunità. Si tratta di un terreno nuovo che però mette in campo una leva fondamentale nei processi di cambiamento, la leva della “fiducia”, potenziata ulteriormente dalla richiesta di restituzione avanzata alla persona.
Dal punto di vista Servizio Sociale professionale significa disporre, all’interno della relazione di aiuto, di spazi, ulteriori e privilegiati, per concretizzare una effettiva e sincera “condivisione di responsabilità”, oltre che di uno strumento facilitante l’attivazione della persona nella ricerca del bene per sé e per gli altri. La sfida aperta per la professione, riguarda quindi la possibilità e la necessità di pensare e ripensare al proprio mandato non solo in termini di «che cosa mi viene chiesto di fare» ma anche di «che cosa voglio ottenere» e sulla base di questo proporre percorsi di presa in carico e di progettazione dotati di maggiore efficacia.

“Ritrovare speranza” per “ridare speranza”

“Ritrovare la speranza” non è solo un problema dei nostri utenti, ma sempre piú è anche un’esigenza di molti operatori, alla ricerca di motivazioni dalle quali ripartire per interpretare il mandato professionale, rispettandone princípi etici e valoriali imprescindibili. Qualsiasi professione di aiuto deve essa stessa credere per prima nella propria capacità trasformativa, percependosi parte attiva dei processi di cambiamento, nei quali crede grazie anche alla fiducia riposta sulle competenze che le vengono affidate.
Sebbene la storia del nostro Welfare si sia coronata negli ultimi anni di princípi fondamentali come lo sono l’integrazione e la sussidiarietà, molti operatori che lavorano nei servizi deputati a promuovere il benessere per le persone, lamentano situazioni di forte sofferenza e di burn out per un vissuto di pesante isolamento.
La non aderenza tra gli orientamenti valoriali e la pratica professionale di cui si è parlato, la scarsa condivisione con altri colleghi, molto frequente tra i tanti assistenti sociali che lavorano come figure uniche all’interno di Servizi frammentati e mai messi a sistema, la recente realtà contrattuale che interessa molti nuovi operatori, inquadrati alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche con contratti a termine che costringono a un lavoro nel breve periodo fatto di scarsa progettualità e di molta gestione dell’ordinario e delle emergenze, sono solo alcuni aspetti che possono determinare lo smarrimento della professione, generando un senso diffuso di frustrazione.
Il cambio di paradigma suggerito dal  generativo invita tutta la comunità professionale a riflettere sull’importanza di riconoscere le competenze, le abilità e il contributo che ciascuno può offrire, perché solo nell’incontro di responsabilità possono essere evitate situazioni di accomodamento e favoriti autentici percorsi di autonomia.
La professione per prima deve ritrovare la fiducia nella propria “capacità trasformativa”, per sentirsi essa stessa soggetto attivo delle politiche sociali e non mero esecutore di linee progettuali spesso in contraddizione con i propri orientamenti etici e deontologici. Si tratta, per certi versi, dello stesso impegno che ci aspettiamo mettano le persone che a noi si rivolgono per una richiesta di aiuto: noi per primi stiamo vivendo sulla nostra pelle le difficoltà a essere protagonisti motivati e responsabili dei cambiamenti necessari in questa fase di smarrimento di senso delle politiche sociali.
Noi per primi però, siamo chiamati a testimoniare il cambiamento possibile, recuperando e valorizzando la risorsa piú preziosa di cui disponiamo, il nostro patrimonio culturale e valoriale, che è, e sempre piú potrà essere, potenziale generativo se sapremo sostenerlo, talvolta anche difenderlo, ma soprattutto se sapremo condividerlo.

Cristina Braida
Assistente sociale, Comune di Caorle Dottoranda in Fondamenti e Metodi delle Scienze Sociali e del Servizio Sociale, Università di Sassari

Federica Palomba
Assistente Sociale, Centro per la giustizia minorile pr la Sardegna, Dottoranda in Fondamenti e Metodi delle Scienze Sociali e del Servizio Sociale, Università di Sassari


 

Note

1) L. Gui, Le sfide teoriche del servizio sociale, Carocci Faber, 2004.

2) E. Neve, Il Servizio Sociale, Carocci Faber, 2008.

3) De Martis M.R., L’aiuto professionale in servizio sociale, Franco Angeli, Milano 2012.

4) Convegno, Verso un welfare generativo, Cagliari 8 maggio 2013.

5) C. Braida, Curare e prendersi cura: differenze e complementarietà per meglio caratterizzare l’incontro e l’aiuto professionale, in Studi Zancan n. 6(2012).

6) Fondazione Zancan, Associazione Italiana Docenti di Servizio Sociale, Ordini Regionali degli Assistenti Sociali, Come formare e sostenere la capacità degli assistenti sociali di utilizzare le prove di efficacia nel lavoro a diretto contatto con l’utenza, in “Studi Zancan” n. 3(2012).

 

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