Professionisti, quando competenza e passione sanno generare novità

Daniele LoroDocente di Pedagogia della vita adulta, Dipartimento di Filosofia, Pedagogia e Psicologia, Università di Verona


 

 

È ben noto che il professionista o è “competente” o non può considerarsi un professionista; è infatti una contraddizione in termini parlare di professionista incompetente.
Altrettanto diffusa è la convinzione che il professionista deve essere “riflessivo”, ossia in grado di apprendere dalla sua stessa esperienza, essendo consapevole che la preparazione iniziale e gli eventuali successivi aggiornamenti non sono sufficienti per metterlo nelle condizioni di affrontare efficacemente gli aspetti problematici, sempre nuovi, che la realtà in cui opera gli pone costantemente davanti.
Si può apprendere dalla pratica almeno quanto si apprende dalla teoria, se solo si sa leggerla e interpretarla correttamente. In questo senso il professionista è anche un “ermeneuta” della sua stessa vita professionale e con essa è interpretazione vivente del lavoro che è specifico della propria comunità professionale. Infine, non vi è chi possa seriamente dubitare che il professionista non debba essere anche “eticamente consapevole” del fatto che il suo lavoro comporta inevitabilmente l’impatto con la dimensione etica, dal momento che il professionista esercita verso gli utenti che si rivolgono a lui il potere che gli deriva dalla sua stessa competenza, che può esercitare sugli utenti in un certo modo anziché in un altro; da qui la sua responsabilità di scelta, che è relativa al suo modo di essere e di agire.

Dalla competenza esteriore (o produttiva) a una competenza interiore (o generativa)

Gli aspetti sopra brevemente richiamati, che sono essenziali per ogni professione, forse non rivelano con immediatezza un ulteriore elemento importante, che dovrebbe essere proprio dell’agire di ogni professionista.
In effetti, il professionista è riconoscibile perché dimostra di essere in grado di agire con efficacia nel modo di affrontare un problema e di individuare la soluzione piú adatta. Tuttavia, si potrebbe dire che della professionalità gli aspetti operativi rappresentano la componente operativa o “produttiva”, nel senso che il professionista non è tale a parole o per i titoli accademici che possiede, ma perché di fronte a un problema – specie se di particolare complessità – sa osservare, comprendere, progettare e poi agire, producendo soluzioni che si dimostrano efficaci, oltre che metodologicamente corrette. Questo aspetto produttivo, però, può avere un significato ambivalente.
Da una parte, potrebbe trattarsi di una produttività di tipo meramente ripetitivo di operazioni conosciute e standardizzate, senza particolari elementi di novità che possano differenziare l’azione professionale messa in atto in un determinato contesto da quelle messe in atto in altri contesti, a volte anche molto diversi. Si tratterebbe di un agire professionale di tipo applicativo, nel senso che il professionista si limita ad agire applicando procedure già collaudate; un agire interamente centrato sul “fare”, quindi sull’esteriorità del gesto lavorativo. Verrebbe da chiedersi, in questo caso, in che cosa consisterebbe realmente la professionalità, se il tutto si limitasse a un lavoro sostanzialmente di tipo ripetitivo. Ciò non significa ignorare l’importanza dell’agire standardizzato, scandito da procedure consolidate dall’esperienza che possono arrivare anche a essere di routine, perché in moltissimi casi ciò può essere sufficiente e permettere nel contempo un notevole risparmio di tempo e di energie.
Dall’altra, una prestazione di tipo meramente produttivo e ripetitivo potrebbe essere intesa come il rendersi visibile di una capacità operativa che scaturisce dall’interiorità del professionista e che si potrebbe definire come “generativa”, intendendo con questo termine la capacità di generare, ossia di dare vita a qualcosa di nuovo, mai fatto o realizzato prima.
Il primo a caratterizzare in senso generativo l’agire dell’adulto è stato Erik Erikson (1), ma la sua analisi si incentrava essenzialmente sulla generatività in senso biologico e psico-sociale. Secondo lo psicologo americano di origine danese la generatività comporta la capacità di far uscire da sé la propria energia vitale e di donarla senza timore a un’altra persona, della quale poi prendersi cura; è un’esperienza di ricchezza e di potenza, ma anche di consapevolezza della propria non autosufficienza, perché si è generativi sempre verso qualcosa o qualcuno, non lo si è verso il nulla e nemmeno verso sé stessi.

La generatività è esperienza esistenziale prima che professionale

Dunque, il professionista può trovarsi nella situazione di dover “generare” un’idea, una soluzione, un progetto o una teoria, mai formulate o realizzate prima; ciò accade quando egli si trova nella condizione in cui tutte le conoscenze precedenti o le soluzioni prima adottate si dimostrano a vario titolo inadeguate. Da qui la necessità di pensare il nuovo, accompagnata spesso dalla necessità di pensare anche in termini nuovi, seguendo percorsi di riflessione non abituali o convenzionali. Quasi sempre sono le situazioni che richiedono questo tipo di approccio e che costringono il professionista a dare il meglio di sé, cioè a generare una soluzione nuova mettendo cosí alla prova la sua stessa professionalità.
Tuttavia, generare qualcosa di nuovo non è mai un fatto puramente tecnico o limitato agli aspetti operativi ed esteriori che lo caratterizzano, ma coinvolge per intero la persona che lo genera, perché l’atto generativo ha in sé dei significati piú generali, che toccano le corde piú intime della sua esistenza. Basti pensare, ad esempio, alla generazione per eccellenza, che è quella di un figlio: è molto difficile pensare che si tratti di un’esperienza che ha solo un carattere biologico o al piú psicologico. È al contrario un’esperienza che rappresenta un “passaggio di vita” (2), che segna cioè una svolta irreversibile fra tutto ciò che si era “prima” e ciò che si è diventati “poi, a seguito di tale esperienza.
Qualcosa di simile può accadere a un professionista, che nel proprio lavoro si trovi a dover pensare e realizzare qualcosa di completamente nuovo rispetto al passato. Si immagini, ad esempio, uno scienziato che formula una nuova teoria, un dirigente che inventa un nuovo modello organizzativo per la sua azienda, oppure un medico chirurgo che inventa una nuova tecnica operatoria, o un docente che elabora una didattica del tutto nuova rispetto a quella tradizionale.
Che cosa avranno vissuto costoro, a livello personale, nel momento stesso in cui stavano generando qualcosa di nuovo? Di certo non solamente il fatto di avere vissuto un’esperienza professionale; al contrario, avranno percepito che stavano generando qualcosa che aveva a che fare con la loro vita e con quella dei destinatari del loro gesto generativo; dunque, avranno percepito che non si trattava solamente di semplici attività lavorative che li coinvolgevano esclusivamente in ragione del loro ruolo professionale.
In realtà, una professionalità generativa coinvolge per intero la persona del professionista, come ora si cercherà di mostrare.

Caratteristiche esistenziali di un atto generativo

Pensando piú in profondità cosa significa “generare” (3), è possibile individuare una serie di implicazioni che ne evidenziano la complessità esistenziale anche per la vita professionale.

a) Quello che c’era prima appare ora limitato e inadeguato
Generare il nuovo può essere considerato come una “rottura” nei confronti di ciò che si viveva o si pensava fino a quel momento; una rottura resa necessaria dal fatto che ciò che era stato fino a quel momento appare improvvisamente inadeguato, insufficiente nelle sue modalità e mancante di qualcosa di importante; da qui, la necessità e insieme il desiderio di cercare il nuovo, che sia in grado di far tornare a vivere un rapporto positivo e significativo tra la propria vita e la realtà in cui si è.
Si genera, dunque, per la necessità di superare un’inadeguatezza di rapporto con la realtà che è al di fuori di sé. Inoltre, chi genera si trova egli stesso a dover lasciare la posizione in cui si trovava prima e che gli appariva ormai limitata. Lo stato d’animo del professionista, di fronte a un problema di cui non intravede la soluzione alla luce delle conoscenze e delle competenze già acquisite, è segnato certamente da una connotazione di disagio, perché avverte per intero l’inadeguatezza del proprio rapporto con il problema e con la realtà di cui quest’ultimo è espressione.

b) Generare il nuovo richiede lotta e sofferenza
L’atto del generare il nuovo non è mai una passeggiata; esso comporta sempre una lotta tra le resistenze del vecchio e la forza del cambiamento, che è implicita nel nuovo che sta realizzandosi; è una tensione emotiva e cognitiva forte, che si instaura tra la paura di perdere quello che si era (o si possedeva fino a quel momento) e la speranza (e con essa il rischio) di guadagnare qualcosa di diverso e di ancora piú importante; è lotta tra la certezza di conoscere già quello che c’era prima e l’incertezza di ciò che potrà venire dopo. Come ogni lotta, anche questa comporta sofferenza e non di rado una crisi interiore; è lotta e sofferenza in cui si mescolano assieme il “dolore” per ciò che si sente di dover perdere e la “bellezza” di ciò che si prospetta dinanzi a sé. Non si genera solo nel dolore, come si potrebbe immaginare pensando al parto; si genera anche nella “bellezza” di vedere come ciò che si sta generando sia in grado di mostrare alla vita una “forma” nuova, che riflette un significato nuovo. Quando si pensa il nuovo, e forse ancor piú quando si sta operando per realizzarlo, è un continuo alternarsi di questi sentimenti contrastanti. Non è diversa l’esperienza del professionista che sa di inoltrarsi su un sentiero che la sua comunità professionale non ha ancora sperimentato e che non di rado può essere addirittura avversato da molti colleghi.

c) Si genera vivendo un momento di “sospensione”
Nel momento in cui si genera, si sperimenta di vivere un tempo di “sospensione” che separa e oppone ciò che era “prima” da ciò che sarà “poi”; vivere quel momento è come trovarsi ad attraversare quel territorio di nessuno che divide la frontiera che limita lo Stato da cui si proviene e quella che delimita i confini del nuovo Paese. Quel momento di sospensione lo si sperimenta come un momento di silenzio e di pace, dopo il conflitto e la sofferenza che lo hanno preceduto.
È precisamente in questo spazio/tempo della sospensione che inizia a prendere forma il nuovo, libero dalle costrizioni delle forme che lo precedevano! Per la sua stessa esistenza questo spazio/tempo provoca un distacco, una discontinuità nella continuità della propria esistenza; questa discontinuità è la condizione necessaria alla costituzione della nuova identità. Il tempo di sospensione è insieme un momento in cui si sperimenta di agire nell’oscurità, perché non si conosce appieno ciò che si sta creando. È dunque un momento non definibile mentre lo si vive, ma lo si può forse riconoscere facilmente a posteriori, se solo si fa memoria che fino a un certo momento si pensava o si agiva in un certo modo e che, da un certo momento in poi, ci si trova a pensare e ad agire in modo del tutto diverso.
Se si fosse continuato a pensare e ad agire secondo il modello vecchio, il nuovo non sarebbe mai nato; tuttavia, se è nato il “nuovo”, non si può che riconoscere la presenza di una rottura, la cui conseguenza è che, quanto vi era prima, appare ora come “vecchio”, cioè inadeguato rispetto a ciò che da un certo momento in poi si avverte come capace di vedere e interpretare le cose in modo diverso. Anche il professionista, che non si limita a produrre soluzioni già preconfezionate, ma a generare nuovi modi di pensare o di operare, vive il momento della sospensione e del conseguente distacco da ciò che era prima; in altre parole, vive la “morte” del suo modo di essere  precedente quale prezzo inevitabile per la “vita” che sta generando.

d) Ciò che nasce dall’atto generativo  è “altro” rispetto alle attese
Ciò che nasce di nuovo ha certamente qualcosa in comune con chi lo ha generato e con il suo progetto generativo; però ha anche qualcosa di estraneo, di imprevisto e  di non conosciuto, perché è comunque un’altra cosa, in quanto ciò che è stato generato non si è formato casualmente, ma rappresenta la “risposta” che il soggetto generante dà alla realtà che lo ha provocato a rispondere, per l’appunto, generando.
Tuttavia, la risposta sarà efficace nella misura in cui rifletterà non solo le intenzioni “di chi” l’ha generata, ma anche le richieste della realtà, a partire dalla quale vi è stata la generazione. Non sempre le due prospettive coincidono; è piú facile che, poco o tanto, esse divergano. Per questo ciò che è generato può apparire, a chi lo ha creato, come una cosa “altra” dalle sue intenzioni originarie, che deve rispondere a esigenze “altre”.
Può essere esemplare a questo riguardo pensare alla costituzione genetica di un figlio, il cui patrimonio cromosomico è per metà dell’uno e per metà dell’altro genitore, mentre nell’insieme il figlio è altro rispetto a entrambi. Lo stesso si potrebbe dire per la generazione di un’idea,  di un progetto economico o di un’opera d’arte: in tutti i casi pesa il condizionamento delle situazioni esterne, che fungono da elemento provocatore, ma anche da fattore condizionante e limitante. In definitiva, se il generato appare a un certo punto come un “altro”, che ha la sua identità e che solo in parte dipende dal generante, ne consegue che il generante è costretto a riconoscere l’alterità di ciò che ha generato.
Può essere esperienza comune di ogni professionista, che abbia prodotto un’idea nuova o un progetto innovativo, sperimentare che ciò che ha formulato, e in particolare nelle forme che ha assunto, non rispecchia appieno la propria ideazione originaria. Forse, è questa la ragione per la quale chiunque abbia generato qualcosa non è mai pienamente soddisfatto di essa, fino ad arrivare addirittura a non riconoscerlo come una realtà generata da lui. Da qui, un senso di tristezza e insieme di solitudine che può avvertire il professionista, che si può sentire “tradito” e “abbandonato” da ciò cui egli stesso ha dato vita.

e) Ciò che è generato si mostra come un “tu” che interroga l’io che lo ha generato
Il generato appare non solo come un “altro” che ha la sua identità, ma anche come qualcuno che porta dentro di sé la domanda che è all’origine della sua stessa esistenza e che per questo ha dentro di sé qualcosa da chiedere a chi lo ha generato: «Perché mi hai chiamato all’esistenza?». È solo rispondendo a questo interrogativo, proveniente da chi gli sta ormai di fronte, che il generante può arrivare a comprendere appieno il senso della sua stessa generatività. Può venire anche al professionista di chiedersi la ragione per la quale ha dato vita a un’idea nuova o a un nuovo progetto, e perché non si è accontentato di riproporre ciò che era già noto e consolidato. Nel tentativo di rispondere a questo interrogativo egli si troverà a riprendere in mano il problema del significato del proprio lavoro e a ripensare il modo di interpretare il senso della sua stessa vita.

Perché qualcosa suscita la capacità di generare e un’altra cosa no?

Posto che il professionista realmente competente sia tale perché è disponibile a generare soluzioni anche del tutto nuove a problemi altrimenti non risolvibili, ci si può chiedere perché in una determinata situazione un professionista sente l’esigenza di generare il nuovo, mentre un altro pur ugualmente competente, non avverte tale esigenza.
Si potrebbe rispondere che dipende dal modo con cui entrambi interpretano la misura della gravità del problema, ma sarebbe una risposta superficiale, perché non spiega la ragione per la quale solo uno dei due avverte la necessità di ricercare una soluzione del tutto nuova rispetto a quelle date in precedenza. Una risposta piú adeguata potrebbe essere che questi è un professionista non solo tecnicamente competente, ma anche “appassionato” del suo lavoro e per questo consapevole che non ci sono mai due situazioni problematiche del tutto identiche e dunque che una soluzione non può mai essere solamente riportata pari pari da un altro contesto. Da qui, la consapevolezza che ogni soluzione, poco o tanto, deve essere sempre “generata” di nuovo, come se fosse la prima volta, anche quando il problema non fosse totalmente nuovo.
In definitiva, il desiderio di generare il nuovo può essere frutto della capacità di “appassionarsi” a ciò che si fa, al punto tale da vivere il proprio lavoro come se fosse sempre nuovo. Se questa ipotesi è verosimile, rimarrebbe da chiedersi da dove nasce la capacità di appassionarsi a ciò che si fa, in particolare al proprio lavoro.

Ci si appassiona solo a ciò che si riconosce importante “per noi”

Forse (4), ci si appassiona a qualcosa perché lo si “riconosce” come molto importante “per noi”, nel senso che la relazione con una determinata realtà (problema, evento, esperienza, ecc.) è relazione con qualcosa che ha in sé “tracce” o “elementi” che per noi hanno un significato del tutto particolare; qualcosa che ci parla di noi in modo vero, incontestabile, di cui non si può non prendere atto. Se è cosí, ne deriva che ci appassiona qualcosa che, pur essendo altro da noi, ci appare comunque come qualcosa di noto e di familiare, come  qualcosa che permette di conoscere meglio “chi” siamo. In una parola: ci si appassiona realmente solo a qualcosa che chiama in causa la nostra vocazione originaria.
Da questo riconoscimento possono scaturire due implicazioni. La prima riguarda la conoscenza di sé: per riconoscere qualcosa come importante e significativo, è necessario avere un certo grado di auto-conoscenza; ciò spiega perché, fino a quando non si affronta direttamente la questione della propria identità (io chi sono), non si è in grado di capire perché qualcosa ci appassiona.
La seconda implicazione riguarda la relazione, nel senso che si comprende come l’approfondimento della conoscenza di sé dipenda dalla relazione con l’oggetto della propria passione, senza il quale non ci sarebbe l’emergere di uno stato di coscienza nuovo. L’esperienza dell’appassionarsi, dunque, appare non come un semplice frutto della propria volontà, ma come risposta alla comparsa nella propria vita di qualcosa di “altro” che attira, coinvolge e provoca a rispondere.

Un professionista realmente competente è un professionista appassionato del proprio lavoro

In conclusione si potrebbe dire che un professionista può mirare a raggiungere una competenza di carattere tecnico, ritenendola necessaria e sufficiente. Un altro professionista, stando alle osservazioni sopra esposte, dovrebbe piú saggiamente pensare che la propria competenza si manifesta nella sua volontà di affrontare ogni problema con un atteggiamento generativo, la cui origine è  nella “passione” che prova per il proprio lavoro; è un’origine esistenziale perché la generatività nasce direttamente dal desiderio di riconoscere sé stesso attraverso la relazione con l’altro da sé. Lo stesso dinamismo è riscontrabile nella vita affettiva, familiare e/o genitoriale; è riscontrabile nella vita culturale, sociale politica ed anche religiosa.
Un professionista consapevole di questa esperienza trasversale, è anche consapevole che in ogni cosa che fa, compreso il lavoro, egli vive qualcosa il cui significato è un’eco del senso dell’intera sua esistenza, come un frammento richiama sempre l’intero di cui è parte.

 

Daniele Loro
Docente di Pedagogia della vita adulta, Dipartimento di Filosofia, Pedagogia e Psicologia, Università di Verona


 

Note

 

1) E. Erikson, Infanzia e società, trad. dall’inglese, Armando Ed., Roma 1966, 11° ristampa 1982, pp. 249 e segg.

2) A. Marcoli, Passaggi di vita. Le crisi che ci spingono a crescere, Arnoldo Mondadori, Milano 2003, ottava ristampa, 2009.

3) Le osservazioni che seguono sono tratte in parte da un mio articolo, pubblicato all’interno del volume a cura di Enzo Biemmi, Il secondo annuncio. Generare e lasciar partire, EDB, Bologna 2014, pp. 71-78.

4) Le riflessioni che seguono rappresentano una rielaborazione di un mio articolo, pubblicato nel volume a cura di Enzo Biemmi, Il secondo annuncio. La mappa, EDB, Bologna 2013, pp. 78-84.

  • Posted by Etica per le Professioni
  • on 4 Settembre 2016
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