EPP 2 – 2014 MEDICINA / Partecipazione e solidarismo, tra volontariato e azione popolare

Ivone Cacciavillani, Avvocato


 

 

Per opinione unanime l’articolo 2 della Costituzione (La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’Uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale) costituisce la vera norma-base (intesa come Grundnorm) dell’assetto della Repubblica, nel doppio senso di ispirare e condizionare sia l’evoluzione a venire del suo ordinamento – con il che si intende tutto il complesso di norme (leggi, regolamenti, decreti, direttive e quant’altro d’imperativo e vincolante) enti, organi che concorrono a formare lo Stato (anche se il termine Stato ha acquisito di recente un significato tecnico che non ne fa piú un sostanziale sinonimo di Repubblica), sia l’interpretazione delle disposizioni precedenti l’avvento della Costituzione.
Rimettendo ad altra sede l’interpretazione organica delle sue varie componenti, va preposta una premessa sulla nozione di solidarietà, con necessario riferimento alla sua disciplina organica e istituzionale, regolata dagli articoli 1292-1313 del Codice civile: essa ricorre quando sussista «pluralità di soggetti dalla medesima parte», cioè di debitori (solidarietà passiva) o di creditori (solidarietà attiva) tenuti ad un’unica prestazione. «Invero, l’effetto essenziale e piú caratteristico delle obbligazioni solidali, cioè la possibilità che l’adempimento sia chiesto per intero a un singolo debitore o da un singolo creditore, si presenta come effetto speciale solo quando i debitori o i creditori sono piú di uno, e solo per tale ipotesi occorreva una norma apposita a introdurlo. La eadem res debita (“medesima prestazione”) è appunto da intendere nel senso di “identica”, in conformità, del resto, al significato grammaticale della parola. Non si hanno, dunque, tante prestazioni uguali quanti sono i piú debitori o creditori, ma è la medesima prestazione che ricorre per tutti» (1).
Ci si sofferma qui ad analizzare due forme di adempimento del dovere, dichiarato inderogabile, della solidarietà politica e sociale: l’una privata, esplicantesi a livello e con coinvolgimento personale: il volontariato sociale; l’altra pubblica, esplicantesi nelle aule della Giustizia con azioni formali, le azioni popolari.
Elemento comune ad ambedue è la disponibilità del “singolo” a lasciarsi coinvolgere nelle vicende “altrui”; a far qualcosa di gratuito per “gli altri”; a non girarsi dall’altra parte alla vista delle necessità: l’atteggiamento del Samaritano, che non passa oltre alla vista del disgraziato boccheggiante a bordo strada (come avevano fatto i due che l’avevano preceduto: persone pur qualificate che non avevano alcuno specifico dovere-funzione d’interessarsene), ma si ferma e lo accudisce come meglio può. Ecco il differenziale costituzionale: ora – per la scelta costituzionale certo piú innovativa e rivoluzionaria del precedente sentire – il fermarsi e accudirlo non è piú impulso di generosità del viandante, ma stretto e inderogabile dovere del cittadino.
Un atteggiamento che non va confuso né con l’elemosina, che nell’accezione piú semplice e volgare si limita a “dare qualcosa” all’indigente, né con la carità, sentimento squisitamente cristiano, che all’aiuto unisce l’amore del “povero” (san Francesco che bacia il lebbroso). Qui la posizione del soggetto va oltre l’elemosina – episodio isolato e occasionale – ma si ferma prima dell’amore (non certo per escluderlo ma nel senso che non viene valorizzato come qualificante). Impone la disponibilità a lasciarsi coinvolgere, non peraltro per impulso isolato e occasionale, ma per impegno di vita, allacciando rapporti organici e duraturi con altri soggetti che condividono lo stesso impegno e il relativo oggetto, nonché la modalità dell’esercizio: un coordinamento intersoggettivo che la Costituzione qualifica “formazione sociale”.
Un sentimento profondamente umano, pre-cristiano; lo si precisa non per sminuire l’apporto del Cristianesimo alla socialità e all’amore del prossimo, ma al solo fine di sottolinearne la laicità associante ed esorcizzarne il confessionalismo escludente. Dal mondo precristiano ci si limita a segnalare i due poli contrapposti: di Seneca l’affermazione: quoties inter homines fui minus homo redii; di Cicerone il celebre apologo del De officiis (2), riferito a Ennio: se in una notte buia un viandante ti chiede di accendergli la torcia spenta, non negargli un po’ della tua luce; non è che dandogliela tu ci veda di meno, ma tutti e due ci vedrete di piú.
Si è sottolineata in altra sede l’importanza sistematica della scelta del Costituente della soggettività creante, altra cosa rispetto all’impostazione precedente dell’oggettività ordinamentale di derivazione sabauda, dove ogni potestà-potere pubblico apparteneva “al Re” (articolo 5 dello Statuto Albertino del 1848), nei cui rapporti il regnicolo si poneva come suddito, dotato dei poteri-diritti che Sua Maestà si compiacesse di offrirgli. Per l’art. 1 della Costituzione del 1948, Re è diventato il Popolo, formato da cittadini e non piú da sudditi e i rapporti tra loro – non solo giuridici ma di vita – sono improntati alla solidarietà nell’amplissima estensione stabilita dall’art. 2: economica (dal lavoro al pagare le tasse), politica (partecipare alla vita “politica” della Nazione) e sociale (sé e “gli altri”), articolata tra i diritti inviolabili e i doveri inderogabili.

Il Volontariato

Del valore costituzionale della solidarietà sociale – ne tratta oltre all’art. 2 anche l’art. 119, prevedendo (al V comma) speciali interventi dello Stato per promuovere la solidarietà sociale in aree particolarmente svantaggiate – viene qui esaminata la manifestazione piú eclatante: il volontariato.
È fenomeno sociale scoppiato, a detta del piú attento studioso dei suoi aspetti giuridici, il Panuccio, nel corso degli anni Settanta del secolo scorso, fatto oggetto dell’isolata legge statale n. 266 del 1992 e di fitte leggi regionali non sempre coordinate con le disposizioni della legge statale quadro e spesso nemmeno tra loro coerenti. I tratti piú frequentemente ricorrenti (anche se non con uguale rilievo pur presenti nella legge quadro statale) sono: «a) la personalità della prestazione; b) la sua spontaneità; c) la gratuità; d) lo svolgimento dell’attività “tramite” l’organizzazione di cui si è entrati a far parte. Particolare attenzione va dedicata all’elemento teleologico dell’attività prevista e cioè l’assenza di finalità lucrative e lo scopo di solidarietà» (3).
La socialità del volontariato si esprime necessariamente – o almeno questa è l’unica formula esaminata, lasciando da parte ogni accenno al volontariato cooperativistico in ragione delle componenti “lavoristiche” che coinvolge – attraverso e in seno a formazioni sociali variamente regolate dalla legislazione regionale e quindi disciplinate in forme assai varie non sempre coerenti o anche solo appropriate.
Il dilemma che attanaglia il mondo del volontariato è la necessità di risorse economiche per svolgere adeguatamente la propria mansione: il volontario (notare la diversità di significato assunta dal termine: un tempo volontario era chi si arruolava sua sponte per andare alla guerra; ora è chi si dedica al prossimo) è ben generoso nel dedicare tempo, passione, entusiasmo alla missione, ma restio nel conferire risorse economiche (anche in ragione della provenienza della maggioranza dei suoi adepti, generalmente popolar-proletaria). Per converso la “mano pubblica” (con il che, more solito, si intende il complesso di Enti-organi pubblici titolari di funzioni “nel sociale”) è dotata di risorse che o non sa spendere o spende male. L’integrazione delle due funzioni è del tutto ovvia e allettante; ma se per la mano pubblica è soltanto un dato positivo, nel senso che, senza oneri di controllo (né di gestione né di spesa, generalmente “girati” al concessionario), vede meglio gestita la funzione di cui è titolare istituzionale, essa rappresenta un pericolo quasi mortale per il volontariato concessionario, che rischia di trovarsi invischiato dalla (o nella) natura pubblica della funzione, trasformandosi – appunto – da volontario a funzionario, tenuto alla rigorosa e dettagliata rendicontazione delle somme ricevute dalla “mano pubblica”.
Senza alcuna velleità di classificazione esaustiva, quattro paiono i filoni preminenti nell’ampio e  variegato mondo del volontariato: ambientalistico, sportivo, culturale e sociale. A quale dare la palma della priorità è assolutamente ozioso indagare,  perché ognuno nel suo àmbito svolge un ruolo sempre piú determinante nel vissuto attuale; ognuno con un pericolo comune a tutti: di essere fagocitato dalla “mano pubblica”, l’ente/organo che nell’assetto pubblico esercita istituzionalmente la corrispondente funzione. C’è – ma sono solo cenni – una reciproca attrazione fatale (si potrebbe ben dire) tra i due poli: la “mano pubblica”  ha la funzione (potere-dovere) e le risorse per esercitare quel servizio, ma non ha personale adeguato e adeguatamente dedito per esercitarlo con l’efficienza richiesta; il volontariato ha la passione e l’entusiasmo per esercitarlo al meglio, ma non ha le risorse; ecco l’attrazione fatale. Solo che abdicando alla sua funzione d’istituto a favore del volontariato (magari variamente camuffato) la “mano pubblica” vien meno alla sua funzione istituzionale e, per converso, il volontariato, istituzionalizzandosi, cessa d’essere tale per diventare “altra casa”; s’irreggimenta acquistando in efficienza e visibilità, ma perdendo un po’ della sua anima.
Il pericolo della fagocitazione è particolarmente grave per il volontariato sociale – qui sí inteso nel senso specifico di manifestazione/espressione della solidarietà – per l’acuirsi del dilemma testé descritto: la mano pubblica, istituzionalmente detentrice della funzione, è sempre meno in grado di espletare efficacemente la funzione, specie nelle zone/ aree marginali, in cui, accanto alla tecnica e talora in proporzione assolutamente preminente, viene richiesto l’animus, una dedizione, una disponibilità/apertura, una comprensione del paziente bisognoso, che, dall’un canto, l’operatore professionale non sempre è in grado di dare, mentre è consentanea e naturale nell’operatore volontariale.

La formazione sociale

Qualche cenno di carattere sistematico sul termine formazione sociale usato dal Costituente; per il quale s’impone una prima precisazione terminologica. Qui sociale equivale a pluri-soggettivo; agglomerato di soggetti, non assemblaggio di oggetti.
La nozione primigenia elementare è l’aggregazione: quando due o piú soggetti “si mettono assieme” per svolgere un’attività o piú genericamente per raggiungere un determinato scopo. Attività e scopo che possono essere i piú vari; se commerciali, si avrà uno degli innumerevoli paradigmi di società; se culturali, una delle molte Accademie; se sportive, una delle molte squadre; se imprenditoriali, consorzi di produzione o d’impresa.
Nello stesso articolo 2 della Costituzione, il termine formazione sociale viene usato in duplice accezione a qualificare sia la formazione sia la solidarietà: nella prima accezione intende qualificare ogni forma di aggregazione pluri-soggettiva, del tutto a prescindere da ogni forma – o requisito o formalità – sia organizzativa, che costitutiva (come e perché si sia costituita), che funzionale (come sia organizzata al suo interno). Essenziale e sufficiente è che si tratti di una organizzazione non casuale od occasionale, dotata di una apparenza esteriore, che ordinariamente non può che essere data dalla forma scritta del patto associazionale. Nella seconda accezione vuole qualificare una delle tre solidarietà imposte dalla Costituzione. La formazione sociale di rilevanza costituzionale, in cui il singolo può scegliere di svolgere la sua personalità, può avere la finalità piú varia: imprenditoriale, ambientalistica, sportiva, culturale e sociale in senso – appunto – solidaristico-assistenziale.
Quello dell’aggregazione è diritto sociale fondamentale; garantito fin nelle sue applicazioni piú appariscenti e/o esasperate dall’articolo 18 della Costituzione, che ne pone l’unico limite il non avere come “fine” (scopo, oggetto, fattore  aggregante) finalità “vietate al singolo dalla legge penale”: solo le finalità vietate al singolo sono vietate (anche) alla formazione sociale, che, se  facesse proprie finalità vietate al singolo, acquisterebbe la connotazione dell’associazione per delinquere. Questo è elemento essenziale della trattazione: il diritto all’aggregazione-formazione sociale, nella quale gli aggregati, nell’atto/fatto dell’aggregazione, attribuiscono (anche) lo scopo-funzione di “svolgere la loro personalità”, di esprimere la loro partecipazione solidarizzante in quel settore di vita associata, conferisce alla formazione una funzione – appunto – oggettivamente sociale, facendone una componente qualificata dell’ordinamento; una specie di “organo privato”, ch’è un quid pluris della mera sommatoria dei singoli aggregati, volta che – appunto – l’articolo 2 la pone esplicitamente come alternativa al “singolo”: essendo tutelata a parte ed “in piú” rispetto al “singolo”, essa “vale” (nel senso che merita tutela) in quanto tale, come fenomeno sociale in sé rilevante.
Il binomio solidarietà-formazione sociale mette in luce un aspetto del principio partecipativo posto dall’articolo 2: se compito/funzione della formazione sociale è di consentire all’aderente di svolgere, mercé la partecipazione, la sua personalità, si deve concludere e ritenere che attraverso e mercé la solidarietà sociale si ha un adeguato svolgimento della personalità; come dire che il “dare agli altri” arricchisce, giova piú a chi dà che a chi riceve; sostanzialmente è il radicale rovesciamento dell’adagio di Seneca, che ogni volta che uno scende tra gli uomini se ne torna meno uomo.

L’azione popolare

La seconda delle solidarietà costituzionali, quella politica, ha a sua volta contenuto e riferimenti assai vari. Nella prima e piú semplice accezione essa trova attuazione e realizzazione nella gamma dei doveri e comportamenti regolati dal Titolo IV della parte I, Rapporti politici, della Costituzione, articoli 48-54.
C’è peraltro anche un filone di comportamenti-doveri che attengono alla politica considerata nell’insieme dei rapporti del cittadino – uno qualsiasi, il classico quivis e populo – con l’Autorità costituita (altrimenti definita “mano pubblica”). Politica in senso classico, la polis; che è sí la città in senso fisico, o urbano, ma anche – e forse in senso piú proprio – l’insieme degli abitanti, i cittadini. In questo  senso solidarietà con la polis.
Nell’infinita varietà delle situazioni dei cittadini ci sono un’infinità di posizioni, dal potente la solidarietà col quale potrebbe configurarsi – o essere considerata – pieggeria o servilismo; al sociale di parte politica, con il quale la comunanza di “fede politica” tende a trasformarsi in familiarità di rapporti; all’emarginato con il quale viene considerato disdicevole intrattenere. Ecco che la solidarietà con questa terza categoria di cittadini (ovvia la sommarietà della catalogazione) può ben diventare preciso e quindi inderogabile dovere umano (siamo ancora nell’area solo umana; non ancora in quella della cittadinanza, che troviamo nel successivo articolo 3.
Il rilievo investe aspetti e temi di grande importanza sistematica: a far da cornice al dovere di solidarietà politica il secondo comma dell’articolo 3 – sempre della Costituzione – che assegna «alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona  umana». Attraverso il dovere inviolabile di solidarietà anche politica posto dall’art. 2 bensí direttamente “alla Repubblica”, ma che può essere attuato soltanto attraverso l’opera e il comportamento dei suoi componenti, impegna ciascuno di loro ad attuare nei limiti del “suo possibile” la rimozione degli  ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona  umana.
La prima manifestazione/professione di tale solidarietà politica può aver luogo con l’appoggio e il sostegno – morale o tecnico – presso i Pubblici Uffici, ma anche con l’assistenza giudiziale nel processo; di questa forma di solidarietà, che sul piano tecnico processuale viene comunemente definita azione popolare, s’intende qui – sia pure sommariamente – trattare. Ovvio che la trattazione interessa solo i paradigmi processuali fondati e/o condizionati dall’iniziativa di parte privata.

Processo e partecipazione

L’impostazione del sistema-giustizia (il rivolgersi al Giudice per risolvere le controversie tra soggetti privati) è certamente la componente dell’ordinamento italiano ancora maggiormente ancorata al regime sabaudo, dove la giustizia era funzione solo del Re, amministrata – sempre e solo a suo nome – da giudici suoi delegati, nei rigorosi limiti da lui stabiliti; il primo dei quali era che ognuno può occuparsi avanti al Giudice solo ed esclusiva mente dei fatti suoi.
Si tratta di ovvia conseguenza dell’impostazione ideologica della ”dottrina dello Stato” impostata sulla cetizzazione legale della società, per la quale la stessa prospettazione del principio di parità tra i sudditi era non solo estranea alla mentalità dominante, ma rasentava la blasfemia: semplicemente impensabile che il Nobile avesse lo stesso trattamento devillico. Una regressione dai fondamentali princípi romanistici sulla partecipazione dei cives alla gestione della res publica, bene espressi nel celebre detto di Paulo: Reipubblicae interest quam plurimos ad defendendam suam causam admittere. Poi si è passati attraverso il feudalesimo, che ha consacrato il regime di differenziazione legale tra sudditi come presupposto essenziale di uno Stato bene ordinato. Ecco la piena coerenza con il sistema del principio fondamentale posto dall’articolo 100 del Codice di procedura civile del 1940 (ancora vigente), secondo cui «per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse»: interesse proprio e patrimoniale, stante che sia allora che nell’immediatamente successivo Codice civile del 1942, il danno «non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge» (4). Il principio-base era “ognuno al suo posto”! Una garanzia di adeguatezza del trattamento anche processuale, che metteva al riparo il Nobile, dotato di mezzi anche economici di difesa sostanzialmente illimitata, da azioni magari gaglioffe di villici protervi.
Per incredibile che possa apparire, quella è ancora la regola del nostro processo, che conferma appieno la trista constatazione che i giudici di questa sventurata Repubblica sono sotto sotto ancora ancorati allo Statuto Albertino del 1848, impermeabili alle piú radicali innovazioni di sistema introdotte dalla Costituzione (5).
L’azione giudiziale attuativa della solidarietà politica – che tradizionalmente si definisce azione popolare (6) – può avere a oggetto sia una funzione pubblica sia un “interesse diffuso” (7), che si ritenga male accuditi dall’organo pubblico competente, per omissa o per mala gestio; in tal caso si avranno azioni propulsive, sostitutive o correttive; ovvero la difesa della parte debole del rapporto Cittadino-Apparato, che sostanzialmente si attua attraverso una vera e propria sostituzione processuale. Questa può incontrare dei limiti “interni”, primo fra tutti di non recare violenza al soggetto che si intende sovvenire, sulla base dell’antico broccardo invito beneficium non datur. Appare evidente che all’azione sostitutiva del soggetto vittima sarà piú vocata a intervenire e attivarsi la formazione sociale del volontariato assistenziale, che il singolo, pur animato dal piú genuino spirito solidaristico, potrebbe incappare nel diniego dell’azione sostitutiva.

I precedenti
Se il volontariato come espressione della solidarietà sociale ha trovato ampia ospitalità anche sistematica nell’ordinamento, l’accettazione dell’azione popolare come manifestazione della solidarietà politica è ancora ben lungi dal verificarsi. Senza ovviamente voler nemmeno per sommi capi tracciarne la storia, pare indicativo segnalarne due apparizioni, estremamente significative sul piano sistematico (se incoraggianti per la generalizzazione dell’ammissione è apprezzamento personale del lettore), ovviamente (per l’epoca) limitate alla protezione degli interessi delle comunità comunali: «dopo molte discussioni» la legge 10 febbraio 1889 «per la tutela di diritti e interessi comunali» e la legge 17 luglio 1890 n. 6972, istitutiva delle IPAB (Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficenza), che ammise il cittadino del Comune a proporre azione popolare contro le deliberazioni della Congregazione di carità, l’organo comunale titolare della funzione dell’assistenza pubblica, lesive della sua consistenza patrimoniale: una solidarietà nel controllo attribuita a ciascun componente della comunità comunale interessato al buon andamento dell’istituzione per il miglior esercizio della funzione, di diretto interesse della comunità. Con un salto di decenni, troviamo un abbastanza articolato sistema di azioni popolari in materia elettorale sempre degli Enti locali, Comune e Provincia.
Sempre trattate come istituti ai margini del sistema, la cui disciplina era (ed è) considerata eccezionale e quindi di stretta interpretazione.

Il diritto di adempiere un dovere
L’impostazione del tema impone inevitabilmente soluzioni non certo consone con il generale sentire; non tanto per il volontariato, che, sotto la spinta dell’insostituibilità della sua azione, si fa posto da sé nel vissuto sociale, quanto per l’azione popolare, che incontra la ferrea opposizione di una giurisprudenza saldamente ancorata agli schemi ante (ma anche anti) Costituzione.
Non una volta che nelle sentenze – a tutti i livelli di giurisdizione – che sistematicamente dichiarano l’inammissibilità dell’azione popolare nei vari campi in cui viene (per vero di rado) proposta, s’avventurino a giustificare la decisione decampatoria su qualche rilievo di sistematicità costituzionale, paghe di fondare la statuizione sulla stanca e abdicante ripetitività (anche per vero a causa della latitanza del Foro, non aduso a fondare la difesa su validi valori costituzionali) ante/anti costituzionale.
Eppure questa è la strada obbligata per giungere a un’effettiva partecipazione del cittadino alla gestione della cosa pubblica; non tanto (o per lo meno certo non solo) per gli apporti di merito che sarebbe in grado di dare, quanto per la deterrenza che indurrebbe nella gestione pubblica e d’istituto, che la diffusione dell’azione popolare inevitabilmente indurrebbe nella gestione burocratica della pubblica funzione.
Senza dire del pieno diritto del cittadino di essere posto in grado ad adempiere, anche attraverso l’azione popolare, il suo dovere inderogabile di esercitare anche in quella guisa la solidarietà politica impostagli dalla Costituzione.
Giusto per sottolineare la coerenza con il titolo, si tratta del primo e fondamentale diritto sociale.

 

Ivone Cacciavillani
Avvocato


 

Note

 

1)  D. Rubino,  Delle Obbligazioni, in Commentario Scialoja – Branca, zanichelli – Il foro, Bologna – Roma 1961 (2° ed), sub art. 1929, pag. 135.

2)  Cicerone, De officiis, cap. XVI, in A. Resta Barrile, D. Arfelli, Cicerone – Opere Politiche, Mondadori, Milano 1992, p.  373; un parallelo tra il solidarismo ciceroniano e la carità paolina nel mio San Paolo Giurista, Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, Belluno 2014, 2° ed.

3)  V. Panuccio, Volontariato, in Enciclopedia del diritto, Vol.  XLVI (1993), pp. 1081-1101, qui p. 1085.

4)  Sulla risarcibilità del danno non patrimoniale riferimento d’obbligo è alla sentenza “di svolta” della Corte di Cassazione sez. un. civ., 11 novembre 2008 n. 26972; per suo inquadramento sistematico rinvio al mio Il risarcimento del danno non patrimoniale da atto amministrativo illegittimo: un tabú da sfatare, in Lex-Italia n. 10/2013.

5)  Senza ovviamente voler dare un’anche sommaria rassegna della giurisprudenza (del resto ben ferma e unanime la stanca e abdicante giurisprudenza) anche del Consiglio di Stato – seguito fedelmente dai TAR – basterà ricordare un’affermazione tanto apodittica quanto superficiale ed erronea che «nel vigente ordinamento l’azione popolare costituisce rimedio del tutto eccezionale e non è pertanto ammissibile al di fuori dei casi tassativamente previsti dal legislatore (nella specie è stato, di conseguenza, ritenuto inammissibile il ricorso proposto da alcuni soggetti contro una delibera comunale, non già in qualità di danneggiati dalla medesima, ma di  cittadini»: Cons. Stato, sez. V, 20 novembre 1987 n. 708 (Foro Amm., 1987, I, 2044).

6)  Sull’azione popolare in generale non si può che rinviare a A. Lugo, Azione popolare (in generale), in Aa.Vv., Enciclopedia del diritto, op. cit., vol. IV (1959), pp. 861871; ne sono tratte le citazioni senza diversa indicazione.

7)  L’accenno all’istituto dell’interesse diffuso non è casuale, ma intende lambire appena un tema di grande suggestione sistematica sulla classificazione delle posizioni del soggetto a fronte dell’atto/attività: diritto soggettivo, interesse legittimo; interesse protetto; diritto collettivo (ad esempio alla tutela ambientale); per quest’ultimo tema rinvio al miei saggi Individuazione e tutela del diritto d’ambiente in Lex-italia, n. 5, maggio 2013; sul piano sistematico al magistrale saggio di E. Cannada-Bartoli, Interesse (diritto amministrativo), Aa.Vv., Enciclopedia del diritto, op. cit., vol. XXII (1972), pp.1-28.

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