L’etica dell’inquietudine anima i valori e l’agire del criminologo | di Gianvittorio Pisapia

Gianvittorio Pisapia, Docente di Criminologia, Sociologia della devianza e Criminologia e politica criminale, Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia, Psicologia applicata (FISPPA), Università di Padova 


 

 

Proporre un’analisi della figura professionale del criminologo comporta accettare il rischio di essere travolto dalle critiche: piú che una scommessa, è un azzardo. In quel confuso àmbito disciplinare e professionale denominato “criminologico” si assiste infatti a un fluttuare incerto tra una posizione e l’altra con l’occhio assai spesso rivolto a saperi esterni alla criminologia.
Come scriveva anni fa Portigliatti Barbos, la criminologia assume l’aspetto di un condominio in cui i singoli occupanti si sentono accomunati unicamente dal numero civico (1). Situazione condizionata anche dal fatto che, diversamente da altre professioni impegnate nella questione criminale, quella del criminologo non si caratterizza come un’attività di tipo cooperativo che consente «di qualificare la pratica come un’impresa comune, che per sua natura sfugge alla presa di un’interpretazione meramente soggettivistica e individualistica» (2): non è possibile fare riferimento a una “comunità di criminologi”.
Per questo non ci scandalizza la posizione di chi, dopo avere affermato che la criminologia è una disciplina ancillare costantemente alla ricerca del proprio oggetto di studio, aggiunge: «se ne ha un’idea, se si convocano, supponiamo, dieci criminologi intorno a un tavolo. Ognuno presenterà la propria prospettiva: il criminologo convenzionale parlerà di patologia psicologica o sociale; quello funzionalista parlerà di anomia transitoria o di crisi di valori; il teorico del conflitto imputerà ogni condotta antisociale alla divisione tra le classi o alla distribuzione iniqua di potere; il teorico dell’etichettamento farà notare che è l’intervento dello Stato a designare quali comportamenti vanno ritenuti criminali; e cosí via. Parlo di disciplina ancillare in quanto ognuno, nell’analizzare quella che chiamiamo criminalità, fa riferimento a un repertorio distinto di conoscenze, ad altre scuole di pensiero e di sensibilità, uniformemente al proprio retroterra sociale, professionale o politico» (3).
Sono purtroppo ancora d’attualità le considerazioni di Fornari; al termine di un’indagine sullo stato della ricerca in criminologia, dovette ammettere che, partito dalla ricerca in criminologia, era stato costretto a passare alla ricerca della criminologia, disciplina dall’identità incompiuta. Soffermandosi poi sulla criminologia clinica, aveva dovuto prendere atto che il suo fallimento era da individuare nella scarsa, o nulla, validità degli interventi, in quanto basati su modelli teorici fragili o insufficientemente fondati, realizzati e controllati in maniera inadeguata (4).
È doveroso quindi premettere un chiarimento sulla prospettiva con la quale si propone l’analisi della figura professionale del criminologo.
La criminologia alla quale si fa riferimento è una disciplina a matrice antropologica e relazionale, che fa propria la centralità della vita quotidiana, e quindi si propone svincolata dalla sudditanza alle codificazioni giuridiche della condotta. Un’area del sapere aperta al nuovo e all’imprevisto, guidata dal principio della revisione permanente e dalla consapevolezza che la conoscenza è sempre parziale, provvisoria e congetturale.
Proporre una criminologia a tessitura aperta non comporta rifugiarsi in un relativismo che giustificherebbe forme di dilettantismo; è un invito ad assumere un atteggiamento che consenta di intravedere ogni volta nuovi orizzonti. Non siamo tra coloro che, convinti di avere conquistato una “posizione scientifica”, ritengono, per parafrasare le parole di Portigliatti Barbos, che la criminologia possa configurarsi come una casa definitivamente arredata nella quale passare comodamente e senza innovazioni il resto della vita professionale (5).
Se si assume questa prospettiva è possibile individuare almeno tre livelli d’analisi:
a)  una criminologia della vita quotidiana: la vita quotidiana è assunta quale fonte delle conoscenze che il criminologo può sviluppare; essa costituisce il settore della vita materiale ove il soggetto struttura e sviluppa la propria esperienza, costruendo la propria identità;
b)  una criminologia nella vita quotidiana: la vita quotidiana diventa il riferimento dell’azione del criminologo; essa rappresenta il contesto comune a tutti gli individui, nel quale ognuno, seppure con opportunità differenziate, ha la possibilità di utilizzare le risorse di individuazione che il sistema sociale mette a disposizione;
c)  una criminologia per la vita quotidiana: la vita quotidiana diventa il referente per impostare gli interventi; è infatti nel quotidiano che un soggetto mostra se ha acquisito una competenza sociale che gli consenta di gestire in modo responsabile le relazioni e le interazioni e di strutturare con consapevolezza un confronto con le inferenze normative (6).
Diventa allora ragionevole immaginare la figura professionale del criminologo come un operatore sociale il quale – di fronte al mistero dell’uomo, del suo agire e del suo trasgredire – si impegna ad accompagnare il soggetto autore di reato a riconsiderare la propria quotidianità con le sue difficoltà, le sue contraddizioni, le sue tensioni, e con quegli aspetti dell’agire rimasti imprigionati nel suo mondo possibile.

Professione criminologo?

A fronte del quadro appena delineato è innanzitutto necessario domandarsi: è possibile individuare una professione di criminologo?
Dal punto di vista normativo la risposta è negativa: l’attività di chi si denomina “criminologo” non è giuridicamente protetta, mancando un Ordine professionale che la regolamenti e un Albo.
Non solo, ma nessuna associazione di criminologia è compresa (aggiornamento agosto 2014) nell’Elenco delle associazioni professionali non regolamentate (7).
Anche se il criminologo non rientra nei canoni della “libera professione intellettuale”, vi è tuttavia una diffusa pratica individuata come “criminologica”. D’altronde, se si fa riferimento ad alcuni princípi sostanziali – la personalità dell’attività, l’abitualità della prestazione, l’autonomia e la libertà, la funzione sociale svolta – l’operare del criminologo può essere considerato di tipo professionale, malgrado non siano previsti una pratica giuridicamente riconosciuta e un esame di Stato abilitante.
L’assenza di un riconoscimento giuridico non è, a nostro avviso, una circostanza negativa. La mancanza di un’istituzionalizzazione formale preserva l’attività da schemi organizzativi che sovente si sviluppano secondo logiche di potere tutte interne alle dinamiche di un Ordine. Non è per la mancanza di un referente istituzionale che alcuni colleghi, interessati prevalentemente alla propria visibilità piuttosto che alla credibilità della disciplina, hanno trasformato la qualifica di criminologo in un’etichetta posticcia contribuendo a una sua rappresentazione confusa e contraddittoria.
Come scrive Aldo Grasso, si è costituita una compagnia di giro televisiva di criminologi, intollerante alle critiche, perfino alle parodie (8). Si è di fronte «al paradosso di una criminologia vincente e sempre piú amplificata nei mezzi di comunicazione di massa, ma ignorata e perdente nella sua dimensione piú significativamente scientifica. Se fino a poco tempo fa le scienze criminologiche erano praticamente ignorate tra i non addetti ai lavori, attualmente sono ben presenti nell’immaginario collettivo, che tuttavia tende a identificare il criminologo con il cacciatore di serial killer o con l’interprete immaginifico di delitti efferati» (9).

Quale competenza criminologica?

Se ci si domanda se siano rinvenibili spazi professionali specifici che dovrebbero richiedere una competenza originale, la risposta è, dal punto di vista formale, positiva; vi sono infatti alcuni àmbiti lavorativi (tutti di consulenza esterna) per i quali è previsto il riconoscimento della figura del criminologo (cfr.: Riquadro 1 a fine articolo).
Non è tuttavia sufficiente il riconoscimento istituzionale di àmbiti lavorativi perché si possa parlare di competenza professionale, intesa come l’insieme delle condizioni che dovrebbero facilitare lo sviluppo di un’attività allorché si interagisce con chi ha formazione e compiti differenti. Competenza professionale che presuppone sia una competenza disciplinare (condizione affinché un’area del sapere possa sviluppare conoscenze significative autonome e originali), sia una competenza metodologica (ovvero l’acquisizione di regole e procedure che consentano di raggiungere le finalità che ci si è proposti).
La nozione di competenza, come suggerisce la matrice etimologica, richiama l’idea di una ricerca continua che deve sempre di nuovo legittimarsi fornendo garanzie almeno a due livelli: 1) quello riguardante l’impegno a riflettere costantemente sulla propria disciplina e sulla propria prassi; 2) quello riguardante la sollecitudine a chiarire la propria specificità ad altri operatori in modo che l’interazione avvenga con reciproca consapevolezza.
Su entrambi i versanti molti di coloro che si presentano sulla scena in qualità di criminologi non appaiono disponibili a mettere in crisi l’idea dell’apparente oggettività del patrimonio di metodi, strumenti e tecniche che nel tempo hanno trasformato questo operatore da osservatore in osservante, come se la conoscenza non sia l’esito di una continua negoziazione e mediazione. In secondo luogo, sempre meno i criminologi “televisivi” appaiono interessati a contribuire alla costruzione di una disciplina guidata dal principio della revisione critica della teoria e della prassi.
Per quanto attiene al rapporto con le altre professioni, è diffusa la confusione tra l’essere criminologi e l’essere psicologi, psichiatri, sociologi … che si occupano di autori di reato o del fenomeno della criminalità. Sempre piú spesso si assiste all’apparire di psicologi-criminologi, psichiatri-criminologi, sociologi-criminologi con un’evidente sovrapposizione di competenze.
È vero che nessun sapere che abbia come campo d’indagine la condotta individuale può essere circoscritto nei limiti di una disciplina o di una professione, ma questo non giustifica che l’antropologo e il giurista, lo statistico e il sociologo, lo psichiatra e lo psicologo, il pedagogista e l’assistente sociale si sentano legittimati a denominarsi criminologi quando affrontano, nell’àmbito delle rispettive discipline e professioni, tematiche riguardanti la questione criminale.
Cosí come non si può ragionevolmente avallare l’eclettismo che ha consentito (e consente) di affermare che un criminologo si qualifica come tale quando utilizza la propria formazione di base (nel campo della psicologia, della psichiatria, del diritto, della sociologia …) per interventi finalizzati alla prevenzione del delitto e al trattamento della delinquenza.
Non a caso, per esempio, la normativa penitenziaria individua, all’art. 80 dell’Ordinamento Penitenziario, la presenza del criminologo accanto, e non sovrapposta, a quella dello psicologo e dello psichiatra, professioni che già godono di protezione giuridica e di riconoscimento istituzionale (10). Nelle selezioni per esperti penitenziari la figura del criminologo è distinta da quella dello psicologo, tanto è vero che nella commissione di valutazione è espressamente prevista la presenza di un criminologo.
Con riguardo ai minorenni che hanno compiuto reati, l’art. 8 del d.l. 28 luglio 1989, n. 272 (Servizi dei centri per la giustizia minorile) afferma che i servizi facenti parte dei centri per la giustizia minorile «si avvalgono, nell’attuazione dei loro compiti istituzionali, anche della collaborazione di esperti in pedagogia, psicologia, sociologia e criminologia».

Il criminologo tra legalità ed etica

È indubbio che, occupandosi principalmente di autori di reato, il criminologo debba confrontarsi con la questione della legalità. Non si fa qui riferimento al principio costituzionale di legalità, il quale, come noto, esprime il divieto di punire un qualsiasi fatto che, al momento della sua commissione, non sia espressamente previsto come reato e con pene che non siano a loro volta disciplinate dalla legge.
Ci si riferisce al fatto che un atto antigiuridico è sempre successivo a esperienze di incontro con le norme di condotta, di partecipazione all’elaborazione e rielaborazione delle regole e delle procedure, di strutturazione e di ristrutturazione delle modalità di confronto con i vincoli di contesto che consentono l’instaurarsi di relazioni e interazioni sociali.
La domanda che il criminologo dovrebbe porsi può quindi essere cosí sintetizzata: come ritiene di poter aspirare a comprendere l’atto delinquenziale se non riesce a rilevare l’esperienza normativa che un soggetto matura nel corso della sua vita e che rinvia all’idea di un normativo-quotidiano all’interno del quale le norme giuridiche ricoprono uno spazio circoscritto?
Se si fa riferimento alla vita quotidiana delle persone che giungono all’attenzione del criminologo, e se anche il criminologo guarda alla quotidianità della propria attività, emerge con forza la centralità di una riflessione che suggerisce di impegnarsi non sulla legalità – la quale consente di scegliere fra l’aderire o meno a un modello prefigurato – ma per la legalità, perché la legge è uno strumento la cui finalità può concretizzarsi anche in scelte trasgressive rispetto alle norme codificate. Tuttavia, il riferimento alla dimensione legale che sia disgiunto da una riflessione etica potrebbe dare corpo a interventi che rischiano di avallare i processi discriminatori che consentono alle istituzioni addette al controllo sociale di elaborare tecniche e strategie di risposta alle condotte antigiuridiche sulla base di segni e sintomi personologici.
Un criminologo competente – indipendentemente dall’approccio al quale si richiama – dovrebbe fare propria quell’etica dell’inquietudine che si rinviene nelle parole di Ponti quando ricordava come esiste una responsabilità del criminologo che si deve tradurre in un operare fondato su valori che sono soprattutto espressi dagli ideali solidaristici e collettivi, ideali di libertà, di giustizia, di sicurezza, di non violenza.
«Questo patrimonio etico – scriveva Ponti – è ciò in cui crediamo, e alla realizzazione di questi princípi siamo chiamati a tendere con impegno, sia pur con la consapevolezza del loro valore non universalistico o trascendente, ma solo relativo e contingente: il che non esime dall’obbligo morale di pensare e di agire – anche in campo criminologico – in armonia con questi valori» (11).
Ponti non dimentica neppure di sottolineare la responsabilità di chi compie i reati: «responsabilità morale, colpa, pena, erano concetti “sospetti”, che implicavano l’accusa, a menzionarli, di riprovevoli volontà emarginative, stigmatizzanti o addirittura repressive. Oggi, però, le cose sono cambiate, sono intervenuti mutamenti nei valori e nel clima culturale, l’etica e la responsabilità sono concetti che hanno riacquistato diritto di cittadinanza».
È vero che per lunghi anni la criminologia si è occupata poco di etica relativamente ai delitti e ancora meno della responsabilità morale dei loro autori, ma «cultura della tolleranza significa necessità dell’attribuzione di responsabilità, e quindi necessità della pena, ma anche di farne un uso ragionevole e mite; indica ancora l’obbligo per le istituzioni di graduare la colpa e discriminare la sanzione».
Infine, «la cultura della tolleranza comporta che il reo si deve fare carico, senza equivoci e senza troppe autogiustificazioni, del male compiuto e della colpa che da esso gliene deriva» (12).
Anche queste ultime parole dovrebbero divenire oggetto di attenta riflessione, ma la nostra attenzione è rivolta, in queste pagine, alla problematica dell’etica e della deontologia professionale, questione particolarmente delicata non solo perché la figura di criminologo non è, come ricordato, giuridicamente protetta, ma soprattutto per via della funzione di controllo sociale insita nei suoi compiti.
Il criminologo che accolga un approccio relazionale può ragionevolmente considerare l’etica quale dispositivo che si riferisce alla dimensione normativa dell’agire individuale e collettivo. Egli dovrebbe mantenere distinta la descrizione empirica delle regole e delle norme d’azione dalla riflessione etica, il cui scopo principale non è tanto l’accertamento del valore fattuale delle norme, quanto piuttosto i motivi e le argomentazioni che si possono addurre a sostegno di determinate alternative per l’azione (13).
È grazie alla riflessione etica che diventa possibile analizzare i diversi orientamenti affinché si pervenga a scelte consapevoli, le quali possono essere declinate al positivo o al negativo, ma comunque mettono in gioco la responsabilità del proprio agire verso sé stessi e verso la collettività. Verso sé stessi, poiché dipende da noi ciò che facciamo; verso la collettività, perché non si può limitare l’etica alla semplice gestione delle cose che dipendono da noi (14).
L’etica (nella nostra prospettiva) non è né prescrittiva né imperativa, non fornisce alcun obbligo di fare, non comporta alcun impegno categorico (15), ma risponde a un interrogativo di fondo: come si intende agire per soddisfare la condizione di individui inseriti in una trama relazionale?
È a questa condizione che il criminologo può contribuire affinché i soggetti (quasi sempre detenuti) con i quali interagisce acquisiscano a loro volta una competenza etica, quale esito di una riflessione pratica sui motivi e sulle ragioni delle proprie scelte di vita.

Il criminologo tra etica e deontologia

Come in altre professioni in cui la dimensione pubblica è prevalente, acquistano rilevanza per la criminologia le parole di Lorenzo Biagi in un Editoriale di questa Rivista (n. 3, 2012) dedicata al tema “Professioni verso la riforma”, quando afferma che in primo piano vi è la dimensione etica (16). Se è vero, come sottolinea ancora Biagi, «che non vi è impegno lavorativo che non sia portatore e, allo stesso tempo, generatore di un ethos che riveste immediatamente una portata pubblica» (17), allora questo messaggio riguarda l’operare del criminologo.
È sempre piú urgente che si apra un dibattito sui contenuti essenziali dell’etica professionale, una riflessione su ciò che è “bene” per i destinatari e per la società, di ciò che è “bene” per lo stesso professionista: «aprire l’azione professionale al suo significato è portare alla luce il carattere limitato e parziale dei significati che sempre già governano le pratiche. La riflessione etica quindi non è solo un discorso di legittimazione o un discorso su valori ideali, ma è critica dei significati correnti delle pratiche professionali» (18).
La domanda che ogni criminologo dovrebbe porsi è: quale rilevanza l’etica occupa nel mio agire?
Fare proprio questo interrogativo salvaguarda dal rischio che un richiamo acritico a una codificazione deontologica neutralizzi la riflessione etica. Come sottolinea Da Re, lo spazio dell’etica non può restringersi a quanto prevede la deontologia professionale o a quanto prescrivono, spesso in termini necessariamente formali e generali, i Codici deontologici: «l’etica comprende anche le motivazioni, gli atteggiamenti personali che rendono concretamente possibile un intervento professionale competente e al tempo stesso rispettoso dell’altro» (19).
Nella concreta vita professionale e nella sua interpretazione critica, scrive ancora Da Re, «la dimensione etica occupa legittimamente un suo specifico spazio, che non può essere esautorato dal momento giuridico e da quello deontologico» (20).
Quando un Codice deontologico riguarda una professione giuridicamente riconosciuta ne rispecchia lo stato dell’arte e può modificarsi in base ai suoi sviluppi; allorché è proposto da un’associazione privata (quale è, per esempio, l’Associazione Italiana di Criminologia) si pone come fine quello di indicare innanzitutto un percorso.
È in questa chiave che va letta la proposta della Carta deontologica (cfr.: Riquadro 2), come contributo orientato alla valorizzazione dell’attività di chi fa riferimento a una criminologia che «si fondi sul rispetto della dignità e dell’autonomia dell’uomo, in quanto sintesi di una complessa realtà, individuale e sociale» (21).

 

Gianvittorio Pisapia
Docente di Criminologia, Sociologia della devianza e Criminologia e politica criminale, Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata (FISPPA), Università di Padova


 

Note

 

1) M. Portigliatti Barbos, La formazione del criminologo. Un tentativo di sintesi, in G. Canepa, A. Lomi, M. I. Marugo, (a cura di), La formazione del criminologo, Cedam, Padova 1990.

2) A. Da Re, Percorsi di etica, Il Poligrafo, Padova 2007, p. 139.

3) Cosí Vincenzo Ruggiero risponde alla domanda di Stefano Arduini: «Lei sostiene che la criminologia è una scienza molto distante dalla realtà. Può spiegare le ragioni che stanno alla base di questa posizione» (in “Communitas”, n. 7, 2005, pp. 113-114).

4) U. Fornari, Quale criminologia, in G. Canepa, P. Paradiso, (a cura di), La criminologia italiana. Insegnamento e ricerca, in “Quaderni di Scienze Criminali”, ISISC, Siracusa 1982,  pp. 140-141.

5) M. Portigliatti Barbos, Fisico e delinquenza, in “Quaderni di criminologia clinica”, n. 4, 1974, pp. 465-466.

6) Un’articolazione di questa prospettiva la si ritrova nel nostro Manuale operativo di criminologia, Cedam, Padova 2013, terza edizione.

7) Si fa riferimento al d.lgs. 206/2007 che ha recepito la direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali. Il procedimento di cui all’art. 26 prevede l’inserimento in un elenco tenuto dal Ministero della Giustizia delle associazioni che, in base al possesso di determinati requisiti, sono considerate rappresentative a livello nazionale delle professioni non regolamentate nonché delle associazioni di categoria rappresentative a livello nazionale delle attività nell’area dei servizi non intellettuali e non regolamentate in Italia.

8) “Corriere della Sera”, giovedí 28 maggio 2015, p. 55.

9) U. Gatti, Editoriale della “Rassegna italiana di criminologia”, organo ufficiale della Società Italiana di Criminologia, 2007, p. 7.

10) Al 4° comma dell’art. 80 dell’Ordinamento Penitenziario (legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modifiche) si legge che «per lo svolgimento delle attività di osservazione e di trattamento, l’amministrazione penitenziaria può avvalersi di professionisti esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica …».

11) G. Ponti, Compendio di criminologia, Cortina, Milano 19994, pp. 689-690. Questa edizione del Compendio è stata riveduta e aggiornata con la collaborazione di Isabella Merzagora.

12) G. Ponti, Compendio di criminologia …, op. cit., pp. 687-688.

13) Gil Th., Etica. Dalla polis greca alla società del rischio, trad. it. Episteme, Milano 1998, p. 6 (ed. orig. 1993).

14) L. Accame, Introduzione all’etica, Francisci, Abano Terme 1993, p. 68.

15) E. Enriquez E., Per un’etica del lavoro sociale. Orientamenti per l’azione, supplemento al n. 5 di “Animazione Sociale”, 2007, p. 65.

16) L. Biagi, Editoriale. Professioni verso la riforma, in “Etica per le professioni”, n. 3, 2012, p. 6.

17) L. Biagi, Editoriale. Professioni verso la riforma …, op. cit., p. 6.

18) G. Manzone, Le professioni vanno misurate sullo spessore etico e civile delle loro pratiche, in “Etica per le professioni”, n. 1, 2012, p. 107.

19) A. Da Re, La saggezza possibile. Ragioni e limiti dell’etica, Fondazione Lanza, GregorianaLibreriaEditrice, Padova 1994, p. 208.

20) A. Da Re, Percorsi di etica …, op. cit., p. 134.

21) G. Canepa, Verso una nuova criminologia fondata sullo sviluppo dei valori e della responsabilità civica, in “Rassegna di. Criminologia”, fasc. 2, vol. XI, 1980, p. 279.

 

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