EPP 1 – 2012 FINANZA / Le professioni vanno misurate sullo spessore etico e civile delle loro pratiche

Gianni Manzone, Ordinario di Antropologia Sociale, Pontificia Università Lateranense, Roma


 

Davvero l’ideale professionale è ancora attuale e, quindi, meritevole di attenzione dal punto di vista teorico e di impegno a livello pratico?
La logica della società globale tende a sfumare le frontiere tra professionismo e managerialismo sia nel settore privato che in quello pubblico.
Il nuovo professionista lavora per lo piú in organizzazioni ed è indirizzato al mercato, dove i valori e le attese orientate al cliente spiazzano le conoscenze e le pratiche privilegiate delle vecchie elites. Il valore professionale è sempre piú misurato dai giudizi e dalla performance senza fine pesati sul mercato. Ne consegue un’inerente instabilità, che genera alleanze professionali temporanee ad onta della retorica corporativista. Il lavoro professionale perde alcune passate caratteristiche a favore  del marketing strategico delle capacità (1).

La professione: una “pratica sociale”

Dobbiamo partire dalla visione della professione come “pratica sociale” e cercare di cogliere, a procedere dall’evidenza di possibilità esistenziali interessanti che vengono dischiuse dalle forme pratiche della relazione professionale, le sfide e le opportunità per l’etica professionale.
I tratti caratteristici della pratica, che consentono di qualificarla come un’impresa comune, possono essere ritrovati nel concetto di professione. Per pratica professionale si intende un’attività socialmente consolidata, di tipo cooperativo, che si svolge attraverso forme coerenti e complesse.
Attività altamente qualificata, viene esercitata con una competenza specialistica maturata attraverso un lungo iter formativo. Inoltre, coloro che esercitano tale attività tendono poi ad auto-organizzarsi e a costituirsi come categoria che stabilisce in autonomia i parametri della buona pratica professionale.
La pratica professionale realizza beni ad essa immanenti; la giustizia, la salute, lo sviluppo… Per quanto diversi e molteplici, i beni “interni” delle pratiche professionali costituiscono specificazioni dei beni basilari e necessari allo sviluppo umano, strettamente connessi alla dignità delle persone (2).
Le forme della buona pratica professionale trovano la loro ultima definizione per riferimento a un’istanza ideale ulteriore rispetto ai valori definiti da ogni possibile forma di relazione professionale. Si tratta di un’istanza trascendente a cui le regole deontologiche e i modelli di eccellenza rimandano, ma senza poterla in alcun modo determinare (3). Rimane compito della libertà del singolo professionista procedere a tale determinazione.
In tal modo viene evitato il rischio di confondere l’agire etico del professionista con l’ethos e le tradizioni, o àmbiti condivisi, riducendo l’esperienza morale ai “mores” effettivi. I “beni interni” della pratica professionale riflettono il “bene” dell’alleanza civile o prossimità, precedente e ulteriore rispetto a tutte le norme deontologiche: questo bene è sia altro o differente dai beni particolari delle singole professioni, sia alleato e unito ad essi in quanto riflesso in ogni pratica professionale.
La pratica professionale viene cosí letta in tutto il suo spessore umano e nella sua apertura a un “bene” trascendente ogni preciso obiettivo storico e materiale, un bene che si fa presente e si dà senza mettersi nelle mani: si dà come “possibilità“ affidata alla libertà del professionista. Esso indica quell’aspetto per cui l’identità di una pratica professionale non è mai totalmente oggettivabile e le sue valenze di significato trascendono ogni sistema socioculturale. Tale istanza ideale del bene, che il professionista responsabile riconosce ed esplicita, si configura nei vari livelli delle relazioni professionali e secondo modalità appropriate agli ordinamenti concretamente vigenti all’interno della società. Essa rende il professionista libero e capace di percezione significativa del suo lavoro e di come esso tocca la sua vita.

Etica professionale

Le correnti dominanti dell’etica professionale contemporanea tendono in genere a qualificarsi come etica principalmente (se non esclusivamente) normativa, e inoltre come etica pubblica, caratterizzata da una forte funzionalità al diritto. Tali tendenze destituiscono l’“etica personale” di fondamento.
Il punto di vista del soggetto agente fa emergere il ruolo determinante della responsabilità personale e l’importanza degli atteggiamenti soggettivi nella pratica del professionista, la cui identità si dispiega in una unità narrativa.
A questo senso piú profondo della pratica professionale e dei suoi beni interni mai oggettivabili (salute, giustizia, sviluppo…) dovrà fare riferimento la formazione etica, aprendo gli interessi professionali alla cultura umanistica e ripensando i presupposti epistemologici della ragione scientifica, che stanno alla base dell’indirizzo dominante della formazione professionale.
Si tratta per il professionista di domandarsi non, prima di tutto, «che cosa debbo e posso fare», ma soprattutto «a quale buona causa mi dedico». Viene in questo modo messa in gioco la personalità e l’azione del professionista nella sua integralità. L’etica ha infatti a che fare con le esigenze di verità e di significato della pratica professionale. Essa mira soprattutto alla verità, e non solamente alla legittimazione o alla semplice relativizzazione di tale pratica, specie se si tratta di un fatto storico-sociale. Occorrerà allora considerare le professioni – nelle forme in cui si realizzano – dal punto di vista della loro verità e del loro senso per gli umani. A questo livello radicale appartiene lo spazio del discorso morale e religioso.
La dimensione etica è immanente a ogni pratica professionale in quanto finalizzata a beni “interni”, e rappresenta il fondamento dell’aspetto giuridico e dell’aspetto deontologico: anche se sembra una mappa per un viaggio interplanetario, determina un concreto tipo di azioni e relazioni professionali, la cui urgenza è oggi sentita.

Sfide e opportunità

È necessario focalizzare le sfide attuali alla pratica professionale e le opportunità positive, ponendo l’attenzione alle determinazioni storiche concrete: per un lato, alle condizioni “materiali” e “strutturali” entro cui le professioni si producono, e, per altro lato, alla cultura e alle sue immagini, che connotano l’esercizio della pratica sociale in questione.
Il contesto attuale dell’etica professionale è in primo luogo quello in cui il lavoro professionale viene legittimato e basato sulla conoscenza scientifica e tecnologica, motore di sviluppo delle economie evolute. I professionisti detengono il patrimonio delle conoscenze, indispensabili per l’innovazione e il gioco competitivo.
Ciò che fa problema etico è il fatto che l’azione è posta sotto un’autorità regolativa e normativa, e una finalità il cui principio è ultimamente null’altro che lo sviluppo e l’espansione della tecnologia stessa, guidata da un criterio di pura efficienza. Il professionista tende a divenire il manipolatore di oggetti, un lettore di dati e un gestore della tecnica scientifica, trasformando i clienti in oggetti importanti da manipolare senza sviluppare relazioni umane di sostegno.
La possibilità peggiore, ma non implausibile, è che i professionisti siano lentamente trasformati in personale tecnico che gode di specifici privilegi. Secondo questo “modello ingegneristico” di comprensione i professionisti sono concepiti primariamente come tecnici esperti e perdono la loro legittimità democratica come leaders del discorso pubblico, diventano un gruppo speciale di interesse.
In secondo luogo, i servizi professionali, misurati con i criteri esterni di performance, rispondono alla questione  «Quale uso di questo?» cioè «è vendibile? è efficiente?». La conoscenza stessa diviene il nuovo capitale nella cultura di mercato sempre piú pervasiva. Certe forme di conoscenza professionale vengono ad avere piú potere di acquisto o potenziale di investimento rispetto ad altre.
Si libera i professionisti dalla loro tradizione per competere in un mercato sempre piú stratificato e competitivo, ottenendo alti profitti senza essere pedinati dalla responsabilità sociale.
Tale sistema economico suggerisce un nuovo modello ideale di professionista caratterizzato dalla interdisciplinarietà, intraprendenza e flessibilità. E pone l’azione professionale, cosí preziosa e indispensabile al sistema economico, in una logica di competizione aggressiva.  In tal modo l’attività professionale trova sé stessa sottomessa alle leggi dell’economia, cioè condizionata dalla logica che presiede al sistema delle reciproche anticipazioni di comportamento e dall’imperativo del profitto nelle sue varie forme (dal minimo costo al massimo profitto). La ragione di questo mutamento non è solo la passione dell’avidità, ma primariamente l’influenza del sistema economico che per la sua struttura tende a divenire autonomo rispetto a ogni finalità diversa dalla sua crescita.
Le nuove forme di lavoro professionale sono piú imprenditoriali nel carattere e flessibili nella competizione di mercato, ed esaltano l’innovazione e l’efficienza. Gli effetti sono un grande cambiamento nei compensi e nel prestigio, la crescita nella differenza tra le professioni di successo e la maggioranza, il declino delle professioni del settore pubblico come l’insegnamento.
L’etica professionale si trova cosí di fronte a una crisi portata dalle pressioni della crescente commercializzazione del lavoro professionale, che contribuisce alla de-profesionalizzazione dei servizi pubblici, alla perdita di esclusiva giurisdizione su certe aree, e alla crescente segmentazione della professione attraverso la specializzazione. In tale complesso gioco di forze va ripensata l’etica professionale.
Infine, una terza circostanza rilevante consiste nel fatto che il lavoro professionale si svolge sempre piú dentro organizzazioni e imprese, come organizzazione cooperativa, come partecipazione a un’azione collettiva fortemente integrata in un sistema organizzato dove le attività si condizionano l’un l’altra. Questo processo di in tegrazione prende posto a vari livelli e con vari registri.
Il condizionamento dell’azione da parte della coordinazione dell’organizzazione genera una potente normatività autoreferenziale, che dà nuovo impeto alla richiesta etica di fedeltà al proprio gruppo. Ogni attività professionale deve contribuire al mantenimento e alla dinamica delle organizzazioni, che la condiziona, e deve conformarsi ai loro molteplici princípi. L’integrazione del professionista in tali sistemi, la sua aderenza alle loro regole e finalità rappresentano una costrizione sull’azione.
C’è un significato equivoco di questa strutturazione dell’attività professionale. Da una parte, l’azione è sottomessa alle regole interne, all’organizzazione come lealtà all’impresa e ai colleghi. Dall’altra, questa normatività può produrre una crisi di decisione e responsabilità, sottomettendo l’agente alle norme della sua attività solamente. Può ridurre la finalità dell’azione al mantenimento e sviluppo dell’organizzazione, alla devozione agli interessi istituzionali.
Un’altra conseguenza è una tendenza verso un sistema professionale a due livelli: da un lato, un corpo elitario permanente e relativamente ridotto di professionisti che fanno ricerca e stabiliscono standard di operatività entro organizzazioni di pratica professionale, dall’altro, una moltitudine variabile di professionisti qualificati, che possono essere assunti su base temporanea e spesso part-time.
I professionisti tenderanno verosimilmente a intensificare gli sforzi per standardizzare il lavoro dei colleghi di livello non elevato al fine di operare una riduzione dei costi, un controllo e una supervisione di miglior qualità. Le aziende faranno probabilmente meno affidamento sulle credenziali e piú sulla formazione data dalle stesse aziende. Il sostegno alle discipline sarà limitato a quelle specializzazioni o a quei settori di competenza che si ritiene presentino un certo valore economico o politico o che promuovano una cultura popolare massificata.
La qualità del servizio offerto ai singoli clienti cambierà a causa della riduzione (ma non eliminazione) di discrezionalità nella pratica disciplinare ordinaria. Questo ridurrà la gratificazione dei professionisti «dipendenti», specie coloro che sono assunti part-time e con un profilo professionale precario. I consumatori si accorgeranno del servizio frettoloso, poiché i loro problemi o bisogni personali saranno costretti entro modelli amministrativi e standardizzati, da affrontare attraverso metodi predeterminati.

Ripensare l’etica professionale

È necessario ripensare il contenuto sostanziale dell’etica professionale, la realizzazione di ciò che è “bene” per i destinatari della pratica professionale e indirettamente per la società, di ciò che è bene per la stessa pratica professionale (i “beni interni”) e, non meno importante, di ciò che è bene per lo stesso professionista.
È in questione non tanto e non solo la misura materiale dei doveri e delle norme deontologiche del professionista, ma soprattutto il senso di quei doveri e norme, i modi cioè con cui il professionista può e deve assumere nella prospettiva del bene umano e comune la necessità obiettiva del proprio ruolo.
Gli interrogativi fondamentali, che si pongono, inducono a portare il problema fino al punto originario, rischiarando il senso delle istituzioni professionali e i modi in cui esse sono, nelle vicende storiche, figura del bene.
In questo ruolo della riflessione morale c’è un aspetto critico: aprire l’azione professionale al suo significato è portare alla luce il carattere limitato e parziale dei significati che sempre già governano le pratiche. La riflessione etica quindi non è solo un discorso di legittimazione o un discorso su valori ideali, ma è critica dei significati correnti delle pratiche professionali. Situandoli in un orizzonte complesso, la riflessione può rivelare l’astrazione che minaccia ogni particolare azione professionale chiusa dentro una parziale prospettiva. La critica include un essenziale aspetto epistemologico: l’etica deve prima di tutto mettere in questione i sistemi interpretativi, che regolano le professioni spesso con un carattere para-scientifico, per vedere se essi sono riduttivi o astratti.
Le professioni prendono posto dentro la cornice di un sistema sociale oggi connotato dall’ideologia tecnologica, dalla commercializzazione dei servizi professionali e dal dominio della logica organizzativa. È necessario allora sottoporre questa cornice istituzionale a un processo di conversione etica. E provvedere cosí un supporto istituzionale alla possibilità di un movimento etico nel settore professionale.
La struttura istituzionale della pratica professionale, quasi determinata dalla logica della tecnologia, del mercato e delle organizzazioni, minaccia di privare il professionalismo della possibilità di agire effettivamente e tende a ridurlo a sterile e perdente buona volontà.
I piú importanti problemi etici non hanno quindi la forma di casi, ma sono primariamente il risultato dei funzionamenti strutturali e richiedono forme di pratica etica, che siano adeguate a questo aspetto strutturale.
Diversamente l’attività professionale diventa per molti aspetti una partecipazione a un sistema di istituzioni e apparati, secondo un’etica, spesso implicita e inconscia, ridotta in prevalenza ai princípi dell’efficienza, del profitto e dell’integrazione organizzativa.
L’etica professionale è chiamata quindi in primo luogo ad assumere la forma di epistemologia, afferma De Sexste (4). Le pratiche professionali vengono determinate e valutate in termini di schemi teorici, quali quelli della logica organizzativa che abbiamo visto, schemi che sono istituzioni culturali, cioè nella forma di paradigmi scientifici, tecnologici e ideologici. Il significato etico dell’attività professionale va fatto emergere dall’analisi del significato di questi paradigmi tecnologici, economici, organizzativi, mostrando i limiti della loro validità e il carattere astratto dei loro presupposti. In questo senso l’etica professionale implica un lavoro di natura epistemologica.

Discernimento etico

La necessità di questo lavoro epistemologico può essere visto nei numerosi casi dove la decisione è frustrata da oggetti, situazioni o pratiche artificialmente complesse: prodotti finanziari sofisticati o oggetti organici prodotti dall’ingegneria biomedica. Il loro significato umano o etico non appare immediatamente, ma può essere solo colto attraverso la mediazione di un processo di reinterpretazione, che cerca di immaginare il significato esistenziale e sociale di questi fenomeni.
Solo a questa condizione si può evitare il rischio che le professioni perdano la loro libertà di stabilire un piano d’azione per lo sviluppo delle proprie discipline e di assumersi la responsabilità per la loro pratica.
Si tratta di un doppio gioco. Da una parte, l’etica professionale ha il compito di assumere le pratiche esistenti e farle funzionare nel modo piú soddisfacente possibile, esplorando le possibilità positive che sono capaci di realizzare. Dall’altra parte, si tratta di lavorare per una trasformazione strutturale di queste stesse pratiche professionali e di tutta la cornice istituzionale in cui esse accadono in quanto sono sempre eticamente problematiche.
A questo fine diventa prezioso il metodo fenomenologico-ermeneutico: consiste nell’interpretazione della pratica professionale, discernendo e identificando le evidenze etiche intrinseche alle relazioni professionali, piuttosto che nell’imporre degli ideali astratti e generati dall’esterno. I princípi entrano nell’analisi, ma sempre con un occhio alla pratica. I princípi piú ampi dell’etica dell’ingegnere, per es., sono visti come una struttura dentro cui l’analisi etica deve essere compresa. Ma questi princípi devono essere interpretati dentro il contesto della pratica degli ingegneri, perciò sono condizionati dalla pratica, anche se essi la strutturano (5).
Il discernimento etico riguarda, ad un primo livello, la valutazione dei valori promossi o mortificati dalle istituzioni professionali, e sottolinea le esigenze umane disattese o oscurate. A un secondo livello tocca le istituzioni stesse da vagliare criticamente alla luce delle stesse evidenze etiche che esse pretendono di incarnare, evidenze etiche attorno alle quali si riscontra il convergere di un obiettivo consenso sociale.
Si tratta di leggere e riconoscere all’interno delle realtà professionali, ciò che viene da piú lontano della nostra cura di perseverare in noi stessi e per noi stessi. È quel bene che si presenta nella forma di una promessa situata a fondamento delle relazioni umane e professionali come un decentramento salutare verso l’altro e come un’apertura fiduciosa verso l’avvenire, promessa che ha la figura del dono e sfugge alla stretta logica dello scambio calcolato, rifiutandosi di conformarsi al semplice gioco di funzionamenti (6).

 

Gianni Manzone
Ordinario di Antropologia Sociale, Pontificia Università Lateranense, Roma


 

Note

 

1) Per lo sviluppo di questi concetti cfr. G. Manzone, Il volto umano delle professioni, Carocci, Roma 2011.

2) A. Da Re, Vita professionale ed etica, in S. Semplici (a cura di), Il mercato giusto e l’etica della società civile, Vita e Pensiero, Milano 2005, pp. 93-123.

3) Cfr. D. Loro, Formazione ed etica delle professioni, Franco Angeli, Milano 2008, pp. 71ss.

4) G. De Stexhe, A Philosophical Approach to Professional Ethics, in Ethical Perspectives  4(1997) 217-236.

5) Cfr. G. Manzone, Il volto umano delle professioni …, op. cit., p. 45 ss.

6) Cfr. G. Manzone, Una comunità di libertà. Introduzione alla teologia sociale, Ed. Messaggero, Padova  2008.

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