Land grabbing e i padroni della terra: tra diritti, mercato e politiche del cibo

Roberto Sensi, Policy Officer del programma diritto al cibo, ActionAid Italia


 

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito al fenomeno dell’aumento su scala globale degli investimenti in terra mirati prevalentemente alla realizzazione di coltivazioni agricole. A fare da detonatore di questa nuova “corsa alla terra” è stata la crisi alimentare del 2007-2008, quando la forte instabilità presente sui mercati internazionali aveva portato i prezzi di importanti commodity alimentari a livelli cosí elevati come mai registrati negli ultimi trent’anni, causando enormi costi sociali per i Paesi poveri (Least Developing Countries – LDCs). Le ragioni che hanno condotto a questa crisi sono da ricercarsi sia in fattori di lungo periodo, che hanno determinato la debolezza strutturale dei mercati, ad esempio il declino degli investimenti pubblici e privati e delle relative politiche pubbliche in conseguenza dell’affermarsi del paradigma neoliberista nello sviluppo; sia in fattori di carattere contingente, che hanno agito esacerbando la dinamica inflattiva, primi tra tutti la speculazione sui mercati delle commodity agricole e la domanda di agrocarburanti.
Per le caratteristiche socio-economiche e la loro storia di sviluppo, i Paesi poveri sono stati quelli che hanno maggiormente pagato il prezzo della crisi ma, allo stesso tempo, sono anche i principali destinatari della nuova ondata di investimenti in terra conseguenza di questa stessa crisi.
Inizialmente accolti positivamente dalla Comunità Internazionale in quanto forieri di un’inversione del trend storico decrescente di investimenti registrato nel settore agricolo negli ultimi anni, sono stati successivamente oggetto di crescenti critiche in quanto caratterizzati da dinamiche di appropriazione delle risorse a spese delle comunità locali. In ragione di queste criticità, i movimenti sociali e contadini, le Ong e i media hanno cominciato a denunciare pubblicamente questi investimenti coniando il termine di “land grabbing”.
Il presente lavoro ha l’obiettivo di rispondere alla domanda se e in che modo questi investimenti rappresentino un’opportunità o una minaccia per lo sviluppo dei Paesi poveri. A tal fine, abbiamo analizzato i driver e le dinamiche che sottendono a questi investimenti in terra, accennando al complesso rapporto che sussiste tra la produzione di commodity e lo sviluppo nei Paesi poveri. Tale passaggio si rileva necessario a comprendere le cause profonde dell’ultima crisi alimentare, che non solo ha prodotto conseguenze nel breve termine: instabilità politica, economica e sociale e aumento del numero degli affamati, ma sembra mostrare i segnali di una transizione verso una nuova geopolitica ed economia del cibo e dei sistemi agricoli della quale il land grabbing è espressione significativa.

Il commodity problem

Il problema delle commodity è essenzialmente un problema dei Paesi in via di sviluppo (1). Storicamente si è caratterizzato per il declino delle ragioni di scambio e l’alta volatilità dei prezzi causando impatti negativi sia sulla povertà sia sulla crescita economica.
Le politiche di liberalizzazione e deregolamentazione dei mercati delle commodity adottate negli ultimi vent’anni dai Paesi poveri nel quadro del Washington Consensus hanno aggravato, anziché risolvere, questi problemi. Il paradigma neoliberista ha relegato l’agricoltura al ruolo di cenerentola delle politiche di sviluppo, riducendo progressivamente gli investimenti pubblici e privati nel settore. In questo modo si è spianata la strada alla piú grave crisi dei mercati agricoli dagli inizi degli anni settanta.
Non dobbiamo infine dimenticare che l’agricoltura rappresenta ancora un settore economicamente e socialmente molto rilevante, in particolare nei Paesi poveri, in termini di formazione del Pil e di impiego (2).

La crisi dei prezzi agricoli

A partire dal 2002 i prezzi delle commodity, minerarie e metalli, greggio e agricoli hanno cominciato a registrare un costante incremento del loro prezzo nominale. Dal 2006 i prezzi dei prodotti agricoli hanno cominciato a salire in modo significativo conducendo, nell’anno successivo, alla crisi alimentare. Non si è certo trattato di un fenomeno senza precedenti, si pensi alla crisi del 1973-1974, ma rispetto al passato essa si è caratterizzata per un aumento generalizzato e contestuale di quasi tutte le commodity agricole. Inoltre, due fattori in particolare la differenziano rispetto alle crisi precedenti: le nuove determinanti che ne hanno accelerato la dinamica inflattiva e aumentato la volatilità di breve periodo – in primis agrocarburanti e speculazione finanziaria – e la concreta possibilità di essere entrati in una fase nuova, che ha invertito il trend decrescente registrato dalle materie prime agricole a partire dagli anni sessanta.
L’inflazione dei prezzi delle commodity agricole ha prodotto serie conseguenze politiche e impatti di portata significativa sulle popolazioni dei Paesi piú poveri, annullando, di fatto, i progressi realizzati nei dieci anni precedenti in termini di riduzione del numero di affamati (3).
Nel 2008, la FAO stimava un incremento di 80 milioni nel numero di affamati rispetto al 1990-92, per una cifra complessiva di 923 milioni e un aumento nel solo 2007 di 75 milioni (4). I dati poi sarebbero ulteriormente peggiorati fino a raggiungere nel 2010 la cifra record di 1 miliardo e 23 milioni, ovvero il peggiore dato dall’inizio degli anni Settanta (5). Complessivamente, tra gennaio del 2006 e marzo del 2008 il costo del cibo a livello mondiale è raddoppiato, aumentando dell’80% solo a partire da aprile 2007. Guardando alle singole commodity, tra il gennaio del 2005 e il giugno del 2008 il prezzo del mais è triplicato, quello del frumento è salito del 127%, l’olio di palma del 200%, la soia del 192% e il riso del 170% (7).
Le conseguenze maggiori si sono fatte sentire principalmente nei Paesi poveri, che dipendono fortemente dai mercati internazionali per l’approvvigionamento di cibo. Sempre secondo i dati della FAO, la bolletta alimentare (Food Import Bill) globale, vale a dire la spesa complessiva di tutti i Paesi per l’importazione di cibo, è passata da 820 miliardi di dollari del 2007 a 1035 miliardi di dollari del 2008 (8).

Le cause delle crisi dei prezzi

Basandosi sull’analisi delle diverse e molteplici cause che hanno determinato l’aumento dei prezzi e della loro volatilità lo studio del gruppo di esperti dell’ High Level Panel of Expert (HLPE) (9) le ha raggruppate all’interno di tre distinte ma complementari e interconnesse spiegazioni. La prima definisce il rialzo dei prezzi alimentari come un problema di volatilità, arrivando a concludere che tali rialzi continueranno a verificarsi. Detto in altri termini, la miglior cura alla crisi dei prezzi è la crisi stessa. Siccome la volatilità caratterizza in modo permanente i mercati agricoli, le crisi sono la conseguenza di un’eccessiva volatilità, come è accaduto nel 2007-2008. Da qui, l’esigenza di andare ad analizzare quali fattori hanno determinato questa volatilità eccessiva.
Il secondo ordine di spiegazioni porta a concludere che le crisi sono fenomeni ricorrenti nei mercati agricoli, e infatti è possibile riscontrarli in diversi momenti della storia recente (primi anni Cinquanta, anni Settanta, oggi) e sono spiegati dalla natura ciclica degli investimenti in agricoltura, in particolare dalla dinamica di crescita o riduzione di quelli pubblici che produce un impatto sui livelli di stock (10).
L’ultimo genere di spiegazioni fa emergere che l’attuale crisi dei prezzi rappresenta il segnale della crescente scarsità di offerta nei mercati agricoli. La volatilità, quindi, sarebbe legata a un disequilibrio tra domanda e offerta che sta conducendo verso un nuovo scenario (11). Questa interpretazione pone l’enfasi sulla crescente pressione esercitata dall’essere umano sulle risorse naturali, utilizzate in modo diretto (acqua, terreni, biodiversità) e indiretto (petrolio) per la produzione agricola. Questa argomentazione suggerisce inoltre che la domanda emergente, associata a una contestuale diminuzione della produttività agricola, abbia avvicinato eccessivamente domanda e offerta per garantire la stabilità dei prezzi.
Le tre spiegazioni pongono maggiore o minore enfasi rispetto a fattori specifici e fanno riferimento a orizzonti temporali differenti, di corto, medio e lungo periodo. Ognuna di esse, però, pone la questione del corretto o meno funzionamento dei mercati e dell’equità che essi riescono a garantire in un settore cosí importante come quello della produzione di cibo.

L’aumento degli investimenti in terra

L’incremento degli investimenti diretti in agricoltura verificatosi dall’inizio del nuovo millennio si è accompagnato a un contestuale processo di aumento delle acquisizioni di terra su larga scala che ha subíto un’ulteriore accelerazione a seguito della prima crisi dei prezzi alimentari del 2007-2008. Il fenomeno è assurto alla cronaca mondiale con il termine di “land grabbing” ovvero “accaparramento di terre”.
Si tratta di investimenti che prevedono l’acquisizione di larghe estensioni di terra con l’obiettivo prevalente di coltivare prodotti agricoli da destinare sia al mercato interno che internazionale per scopi alimentari umani e animali (food-feed) energetici (fuel) e industriali (es. gomma, legname, ecc.). Il contesto nel quale il fenomeno delle acquisizione di terra su larga scala si colloca è caratterizzato dalla previsione di un’offerta agricola che non riuscirà a stare al passo della domanda; da un processo di ricostruzione globale dell’industria alimentare che ha creato gli incentivi verso l’integrazione verticale; da  politiche settoriali come, ad esempio, quelle sulle agroenergie (12); infine, dall’aumento di interesse di attori finanziari nel contesto di crescente finanziarizzazione dell’economia e delle relative logiche applicate anche ai beni pubblici globali e delle risorse naturali (13).
Alla fine del 2013, il totale della superficie concernente gli accordi in terra su larga scala, conclusi, in via di negoziato e falliti, documentati dall’International Land Coalition (ILC) si assestava su circa 40 milioni di ettari (14). Tuttavia, la reale estensione delle acquisizioni di terra è impossibile da valutare in maniera certa, poiché le informazioni spesso non vengono rese note per mancanza di trasparenza. I principali Paesi di origine degli investimenti in terra risultano gli Stati Uniti (7.09 milioni di ettari) seguiti dalla Malesia (3.35 milioni di ettari), dagli Emirati Arabi Uniti (2.82 milioni di ettari), dal Regno Unito (2.96 milioni di ettari), dall’India (1.99 milioni di ettari), da Singapore (1.88 milioni di ettari), dai Paesi Bassi (1.68 milioni di ettari), dall’Arabia Saudita (1.57 milioni di ettari), dal Brasile (1.37 milioni di ettari) e dalla Cina (1.34 milioni di ettari) (15).
Anche l’Italia è un importante investitore in terra con un totale di 731.872 ettari (16). Per quanto riguarda il nostro Paese, inoltre, il principale driver che ha guidato gli investimenti esteri in terra negli ultimi anni è stato sicuramente il business degli agrocarburanti. Sempre dai dati del ILC, il continente africano si conferma il principale destinatario degli investimenti in terra seguito dall’Asia e dalla Melanesia. Nonostante i dati sugli investitori siano ancora limitati, le evidenze disponibili suggeriscono che sono le imprese private, piuttosto che gli attori istituzionali a coprire il maggior numero di acquisizioni di terra su larga scala (17). Questo non significa, come accenneremo piú avanti, che gli attori pubblici non svolgano un ruolo fondamentale nel promuovere la corsa alla terra (cfr.: grafico a piedi pagina).

Gli impatti degli investimenti in terra

Dall’analisi di Anseeuw et al. (18) sui principali impatti immediati degli investimenti di land grabbing emerge un bilancio negativo per le comunità locali. Molti dei progetti sono di natura speculativa, molti si sono arrestati. Il trasferimento dei diritti di proprietà o di controllo della terra colpisce molte piú persone di quante beneficino dell’investimento (19). Inoltre, gli effetti sulle economie locali e nazionali sono molto incerti. Le compensazioni a livello locale sono inadeguate e inefficaci, mentre le opportunità di reddito per le comunità molto limitate nella quantità e nel tempo. Complessivamente gli investimenti di land grabbing causano la perdita della terra da parte delle comunità locali, e a farne le spese maggiori sono le donne. I modelli socio-produttivi che caratterizzano la maggior parte delle aree rurali obiettivo degli investimenti – agricoltura su piccola scala, sistemi fondiari basati su pratiche consuetudinarie – hanno caratteristiche che non li rendono adatti alle trasformazioni che comporta la nuova ondata di investimenti in terra. Questo elemento riveste un ruolo fondamentale nell’analisi dell’attuale corsa alla terra in quanto pone la questione centrale della capacità o meno degli attuali sistemi di governance di garantire un equo e sostenibile accesso alle risorse naturali del pianeta.
La principale forma di acquisizione di terra è il contratto di affitto di lungo periodo che raggiunge addirittura una durata di novantanove anni (20). Molti dei contratti firmati sono in realtà semplici e poco dettagliati, raramente includono chiare misure che vincolano l’azienda a fornire una serie di servizi in cambio dell’utilizzo della terra (21). I dati forniti dal Land Matrix (22), mostrano come la maggior parte degli investimenti di land grabbing avvengono in Paesi con bassi livelli di reddito ed elevati tassi di insicurezza alimentare e dove l’agricoltura svolge ancora un ruolo fondamentale come generatore di reddito (23).
Una delle piú fuorvianti e diffuse convinzioni sul tema degli investimenti in terra è che esista una grande disponibilità di terra che potrebbe essere messa in produzione determinando conseguenze positive in termini di reddito, lavoro e sviluppo. Molta di questa “riserva di terra” viene descritta come marginale, nascosta, non utilizzata, degradata, caratterizzata da una bassa o nulla densità di popolazione, dall’abbandono e dall’improduttività.
La Banca mondiale la stima in una superficie compresa tra 445 milioni e 1,7 miliardi di ettari (24). Tuttavia molta della terra mappata dai satelliti o contenuta nei catasti non è vuota o improduttiva, bensí viene utilizzata dalle popolazioni locali anche senza alcun titolo di proprietà formale. Considerando che i vincoli posti agli investitori sulle valutazioni degli impatti ambientali e sociali dei loro progetti commerciali sono deboli (25), l’acquisizione del controllo su ampie estensioni di terra da parte di imprese nazionali e multinazionali mette a rischio i diritti delle comunità locali (land user) e può condurre a un processo di concentrazione della proprietà terriera. La perdita dell’accesso (dispossession) (26) alla terra da parte delle comunità locali (land user) può avvenire attraverso diverse modalità, le piú comuni non rappresentano forme illegali dal punto di vista della normativa vigente a livello nazionale (legal dispossession) (27).
Come sottolinea lo Special Rapporteur per il Diritto al cibo, Olivier De Schutter, gli Stati dovrebbero considerare con maggiore attenzione l’opportunità di concedere lo sfruttamento di questi terreni “liberi” o “sottoutilizzati” per coltivazioni su larga scala e invece migliorarne l’accesso alle popolazioni locali con l’obiettivo di migliorare la loro sicurezza alimentare (28).

I driver della corsa alla terra

Anseeuw et al. (29) propone un’utile distinzione tra quelli che possiamo definire come fattori scatenanti del fenomeno della corsa alla terra (trigger factors) e quelli invece che la guidano (driver factors) (30). Tra i primi vi è la crisi dei prezzi agricoli del 20072008. Tra i secondi, l’aumento della domanda agricola, guidata da quella per gli agrocarburanti e la finanziarizzazione.
Il Centre for International Foresty Reasearch (31) nell’analizzare gli investimenti su larga scala in terra nell’Africa SubSahariana ha rilevato 109 progetti agrofuel realizzati da investitori nordamericani ed europei per un totale 18,1 milioni di ettari mappati, 11,22 milioni, vale a dire approssimativamente 63% del totale, erano destinati a coltivazioni la cui destinazione finale poteva essere quella energetica (32). Tuttavia, una larga maggioranza di essi, per una superficie totale di 7,65 milioni di ettari, riguardavano coltivazioni esclusivamente destinate alla produzione di prodotti agricoli per biocarburanti (33). La linea di confine tra destinazione alimentare e non (es. energetica) è molto labile. Nelle stesse piantagioni possono coesistere diverse tipologie di coltivazione e i piani di investimento possono modificarsi nel tempo a seconda dei cambiamenti dei prezzi internazionali e di altre tipologie di incentivi (34).
Un particolare nuovo attore negli investimenti agricoli e in terra è il settore finanziario privato, ovvero fondi e banche di investimento, fondi sovrani, hedge funds, private equity che negli ultimi anni si sono sempre piú interessati al settore agricolo in un’ottica di diversificazione del proprio portfolio finanziario e di opportunità di elevati tassi di profitto calcando l’onda della futura scarsità di cibo. Questi attori, infatti, percepiscono il settore agricolo come un investimento per il futuro, ingaggiandosi in una “speculazione maltusiana” (35), intendendo con questa formula la previsione di un futuro in cui la crescita della domanda agricola guidata dall’incremento della popolazione mondiale, e una contestuale riduzione dell’offerta a causa dei cambiamenti climatici, manterranno costantemente i prezzi dei generi alimentari elevati e di conseguenza le opportunità di profitto.
Un altro elemento che ha determinato il crescente interesse del settore finanziario privato nei confronti degli investimenti in terra – non necessariamente agricoli – è legato alla gestione del rischio (risk management) (36) soprattutto a partire dalla crisi finanziaria del 2008. In questo contesto la terra è vista come una protezione (hedge) contro l’inflazione. Inoltre, l’andamento dei ritorni economici sulla terra ha una correlazione bassa con il mercato altamente volatile dei capitali (37).
Nel 2010, uno studio commissionato dal OECD (38) aveva preso in considerazione 54 imprese finanziarie responsabili di un ammontare complessivo di investimenti in asset agricoli di 7,25 miliardi di dollari (39). Stime invece dedicate al totale dei capitali investiti dal settore finanziario privato in produzioni e infrastrutture agricole si aggiravano tra i 10 e i 25 miliardi di dollari, con una previsione di raddoppio o triplicazione nel prossimo futuro (40).
L’aumento di interesse del capitale finanziario privato, ma anche pubblico (41), si caratterizza anche per uno spostamento di tipologia di investitori: da individui/famiglie a hedge fund e grandi istituzioni come i Fondi Pensioni e gli Endowment Funds (42) che decidono di acquisire questi asset agricoli investendo in fondi esistenti oppure sponsorizzando propri veicoli finanziari per attrarre risorse per gli investimenti (43). La produzione agricola viene cosí incanalata in filiere finanziare, influenzandone radicalmente gli obiettivi.

La governance e le responsabilità del land grabbing

Il tema della governance degli investimenti in terra è ormai entrato a far parte dell’agenda di importanti consessi mondiali come, ad esempio, il G8 e il G20.
La tematica è anche parte dell’agenda di lavoro del Comitato per la Sicurezza alimentare (CFS) che ha promosso l’adozione delle “Direttive Volontarie per una Governance Responsabile dei Regimi di Proprietà Applicabili alla Terra, alla Pesca e alle Foreste nel Contesto della Sicurezza Alimentare Nazionale” (44) e dei “Principi per gli investimenti Responsabili in Agricoltura” adottate nel maggio del 2012 (45). Oltre a promuovere norme e princípi che riducano i rischi di accaparramento di terra negli investimenti agricoli è necessario intervenire sui driver e i relativi incentivi di natura politica e finanziaria. Esiste, infatti, una complessa e ancora da esplorare “rete globale del land grabbing” che vede istituzioni pubbliche (governi, banche di sviluppo, organizzazioni internazionali), imprese private, attori finanziari promuovere politiche (es. agrocaburanti, liberalizzazione del commercio e degli investimenti ecc.) progetti di investimento, incentivi e iniziative di altra natura che possono causare direttamente e/o indirettamente l’accaparramento di terra.
L’utilizzo del concetto di “rete” consente infatti di analizzare l’accaparramento di terra non piú come un rapporto trilaterale tra un investitore straniero, lo Stato ospite e le comunità locali, ma come un investimento complesso che coinvolge una pluralità di attori privati e pubblici. Dalla definizione delle politiche e dei relativi incentivi, alla realizzazione dei progetti di investimento e al loro finanziamento, passando per tutte quelle attività lungo la filiera (produzione, trasformazione, distribuzione) e trasversali ad essa (come infrastrutture e servizi).
Questa fitta rete di attori e azioni che tesse la trama del land grabbing globale rende piú complessa la comprensione dell’articolazione e della portata del fenomeno e, allo stesso tempo, maschera abilmente le responsabilità di soggetti pubblici e privati.

Alcune considerazioni conclusive

La crisi dei prezzi è stata il detonatore di un processo di cambiamento strutturale che sta portando al delinearsi di una nuova geopolitica ed economia del cibo (46) che passa attraverso la ridefinizione dell’utilizzo della terra e delle relazioni di proprietà (47) della quale il land grabbing è la manifestazione corrente (48). Oltre agli impatti immediati, però, è necessario guardare a quelli di medio-lungo periodo. Le stesse dinamiche che sottendono agli investimenti di land grabbing, infatti, suggeriscono potenziali cambiamenti di natura strutturale negli scenari agricoli futuri. Le nuove dinamiche dei mercati agricoli, di cui gli investimenti in terra sono espressione, vanno perciò analizzate nel quadro di una crisi di tipo sistemico che caratterizza il capitalismo nella sua fase neoliberista.
Tale crisi si sta esprimendo attraverso diverse forme, da quella energetica a quella climatica, da quella economica e finanziaria a quella alimentare. Seguendo questa chiave di lettura, il land grabbing è espressione non solo di aumento della domanda di prodotti agricoli per soddisfare i bisogni alimentari in crescita e la sete di energia delle economie sviluppate ed emergenti, ma rappresenta anche un’opportunità per il capitale di fronte alla diminuzione dei tassi di profitto dei suoi investimenti, conseguenza della crisi del capitalismo nell’era della finanziarizzazione (49).
La questione degli investimenti agricoli è uno degli aspetti chiave nel dibattito sul futuro dell’agricoltura e forse anche la cartina di tornasole della reale volontà dei governi di voler garantire cibo per tutti nel prossimo futuro. La stragrande maggioranza dei domestic private investment è realizzata dagli stessi contadini (onfarm investment) che risultano di gran lunga la principale fonte di investimenti in agricoltura (50).
Infatti, gli on-farm investment sono tre volte tanto gli altri flussi di investimento combinati compresi quelli esteri (51). L’assoluta prevalenza di questa tipologia specifica di investimenti, che ammontano a quattro volte quelli pubblici nazionali (52), offre l’opportunità di guardare al tema degli investimenti agricoli da una prospettiva del tutto differente, evitando di porre una eccessiva enfasi nei confronti dei flussi di investimenti privati esteri, che invece vengono considerati come la soluzione al cronico deficit di risorse pubbliche nel settore agricolo dei Paesi in via di sviluppo.
Per concludere, il dibattito sugli investimenti deve necessariamente affrontare e risolvere aspetti qualitativi relativi ai modelli di sviluppo agricolo e di governance economica che si intendono promuovere.
A tal fine, è necessario ripensare il ruolo dei mercati, gli obiettivi delle politiche pubbliche e restituire centralità ai diritti, ripartendo dalla piccola agricoltura contadina, la spina dorsale della produzione alimentare globale.

 

Roberto Sensi
Policy Officer del programma diritto al cibo, ActionAid Italia


 

Note

 

1) Cfr. Irfan ul Haque, Commodityas a Development Issue, Marzo 2004. Discussion Paper preparato in occasione del Informal hearings of civil society on financing for development, svoltosi presso la FAO il 22 marzo 2004.

2) FAO, State of Food and Agriculture. Investing in agriculture for a better future, FAO, 2012, p. 58.

3) FAO IFAD, WFP, The State of Food Insecurity in the World 2008. High food prices and food security-threats and opportunities, FAO, Roma, 2008, p. 6.

4) Ibidem.

5) FAO, The State of Food Insecurity in the World 2010. Economic crises – impacts and lessons learned, FAO, Roma, 2010, p. 8.

6) UNCTAD, Commodity Prices, capital flows and the financing of investment. Trade and Development Report 2008, Ginevra, Agosto 2008, p. 31.

7) Donald Mitchell, A Note on Rising Food Prices, Policy Research Working Paper 4682, World Bank, Washington, Luglio 2008, p. 2.

8) FAO, Food Outlook. Global Market Analysis, FAO, Giugno 2008, p. 1.

9) Cfr. Cfr. HLPE, Price Volatility and Food Security, The High Level Panel of Experts on Food Security and Nutrition, Report 1, 2011.

10) Ibidem.

11) Ibidem.

12) L. Cotula, The international political economy of the global land rush: A critical appraisal of trends, scale, geography and drivers, Journal of Peasant Studies, Volume 39, Numero 3-4, pp. 649680, 2012, p. 671.

13) Cfr. Costas Lapavitsas, Financialisation and capitalist accumulation: Structural accounts of the crisis of 2007-9, Discussion Paper 16, Research on money and finance, SOAS University, Londra, Febbraio 2010.

14) www.landmatrix.org (visitato Aprile 2014). Inoltre, ActionAid, Il grande furto della terra. Le responsabilità delle istituzioni e delle imprese nella grande corsa alla terra, Maggio 2014.

15) ActionAid, Il grande furto della terra. Le responsabilità delle istituzioni e delle imprese nella grande corsa alla terra, op. cit., p. 7.

16) Elaborazione propria, dati contenuti nel Land Matrix: www.landmatrix.org (Visitato il 25 Ottobre 2013).

17) Cfr. L. Cotula, The international political economy of the global land rush: A critical appraisal of trends, scale, geography and drivers, op. cit., p. 660.

18) Cfr. W. Anseeuw, L. Alden Wily, L. Cotula, and M. Taylor, Land Rights and the Rush for Land: Findings of the Global Commercial Pressures on Land Research Project. ILC, Gennaio 2012.

19) Ivi, p. 46.

20) D. Shepard. e A. Mittal, The Great Land Grab: Rush for World’s Farmland Threatens Food Security for the Poor, Oakland Institute, 2009 p. 15.

21) L. Cotula, S. Vermeulen, R. Leonard and J. Keeley, Land grab or development opportunity? Agricultural investment and international land deals in Africa, FAO, IFAD, IEED, Roma/Londra 2009. p. 65.

22) Il database contiene le informazioni relative ai progetti realizzati a partire dagli anni Duemila che prevedevano un trasferimento di proprietà, di diritti, di utilizzo di terra mediante vendita, affitto o concessione di superfici a partire dai 200 ettari. Il database è diventato una fonte di riferimento primaria per gli studi sul tema delle acquisizioni di terra su larga scala e per questo ha anche attirato numerose critiche rispetto alla qualità delle informazioni relative alle transazioni commerciali in terra contenute.

23) W. Anseeuw, Boche, M. Breu, T., Giger, M., Lay, J., Messerli, P. e K. Nolte, Transnational Land Deals  for Agriculture in the Global South. Analytical Report based on the Land Matrix Database, CDE/CIRAD/GIGA,  Bern/Montpellier/Hamburg, Aprile 2012, p. 13.

24) Klaus Deininger, Derek Byerlee con Jonathan Lindsay, Andrew Norton, Harris Selod, Mercedes Stickler, Rising Global Interest in Farmland. Can it yeld sustainable and equitable benefits?, World Bank, p. 77.

25) Cfr. Hamelinck C., Koper Mi, Berndes G., Englund O., Diaz-Chavez R, Kunen E., Walden D., Biofuels Baseline 2008, Ecofys, Agra CEAS, Chalmers University, IIASA e Winrock, Febbraio 2012.

26) Ibidem.

27) W. Anseeuw, L. Alden Wily, L. Cotula, and M. Taylor, Land Rights and the Rush for Land: Findings of the Global Commercial Pressures on Land Research Project,op. cit., p.34.

28) Olivier De Schutter, How not to Think of Land Grabbing: three critiques of large-scale investments in farmland, Journal of Peasant Study, Volume 38, N°2, pp. 249-279, 2011, p. 255.

29) Cfr. Anseeuw, W., Boche, M., Breu, T., Giger, M., Lay, J., Messerli, P. e K. Nolte, Transnational Land Deals for Agriculture in the Global South. Analytical Report based on the Land Matrix Database, op. cit., p.24

30) Anseeuw, W., L. Alden Wily, L. Cotula, and M. Taylor, Land Rights and the Rush for Land: Findings of the Global Commercial Pressures on Land Research Project, op. cit., p. 24.

31) George C. Schoneveld, The anatomy of large-scale farmland acquisitions in sub-Saharan Africa, Working Paper 85, 2011.

32) Ivi, p. 8

33) Ibidem.

34) L. Cotula, The international political economy of the global land rush: A critical appraisal of trends, scale, geography and drivers, op. cit., p. 664.

35) W. Anseeuw, A. Ducastel and J.J. Gabas, The end of the African peasant? From investment funds and finance value chains to peasant related questions. Paper presentato all’International Conference on Global Land Grabbing, Brighton, 6–8 April 2011, p. 3.

36) Come ha affermato Charles Allison, managing director del Prudential Agricultural Investment (PRU.L), che gestisce 3,2 miliardi di dollari in asset: “Farmland is a great place to store our wealth”, Reuters, Funds flow toward farmland as experts eye deals, 7 Maggio 2010.

37) L. Cotula, The international political economy of the global land rush: A critical appraisal of trends, scale, geography and drivers, op. cit., p. 665.

38) HighQuest Partners, Private Financial Sector Investment in Farmland and Agricultural Infrastructure, OECD Food, Agriculture and Fisheries Working Papers N° 33, 2010, p. 2,

39) Ivi, p. 2.

40) Ibidem.

41) Negli ultimi anni è aumentata l’esposizione delle istituzioni finanziarie di sviluppo (Development Finance Institution) nel finanziamento di investimenti in terra e coltivazioni agricole. Si veda Shepard Daniel e Anuradha Mittal, (Mis)investment in Agriculture. The Role of the International Finance Corporation in Global Land Grabb, op. cit. Inoltre, Aprodev, The Role of European Development Finance Institutions in Land Grabs, op. cit.

42) OECD, Private Financial Sector Investment in Farmland and Agricultural Infrstructure, Trade and Agriculture Directorate, 10 Agosto 2010, p. 2,

43) Ibidem.

44) Lo scopo delle direttive è quello di promuovere la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile migliorando la garanzia dei diritti di accesso alle risorse di terra, forestali e ittiche e proteggendo i diritti di milioni di persone spesso in condizioni di estrema povertà. Si veda http://www.fao.org/news/story/it/item/142614/icode/ (Consultato il 28 Dicembre 2013). Cfr. FAO/CFS, Voluntary Guidelines on the Responsible Governance of Tenure of Land, Fishieries and Forest in the Context of National Food Security, op. cit.

45) Cfr. CFS, Principles for responsible agricultural investment (rai) in the context of food security and nutrition, Zero Draft, 1 Agosto 2013.

46) Lester R. Brown, The new Geopolitics of Food, From the Middle East to Madagascar, high prices are spawning land grabs and ousting dictators, Foreign Policy, 25 Aprile 2011.

47) Cfr. Saturnino M. Borras Jr e Jennifer C. Franco, Global Land Grabbing and Trajectories of Agrarian Change: A Preliminary Analysis, Journal of Agrarian Change, Volume 12, Numero 1, Gennaio 2012, pp. 34–59, 2012.

48) Cfr. Philip McMichael, The land grab and corporate food regime restructuring, The Journal of Peasant Studies, Volume 39, Numero 3-4, pp. 681-701, 2012.

49) Philip McMichael, The Food Regime in the Land Grab: Articulating “Global Ecology” and Political Economy, Paper presentato alla primaconferenza sul Global Land Grabbing svoltasi alla Sussex University e organizzata dal Land Deal Politics Initiative (LDPI), 6-8 Aprile 2011, p. 2.

50) Ibidem.

51) Ibidem.

52) FAO, State of Food and Agriculture. Investing in agriculture for a better future, FAO, 2012, p. 11.

 

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