La professionalità è un servizio, a esclusiva tutela del cliente

Ivone Cacciavillani, Avvocato


 

 

Il DPR 7 agosto 2012 n. 137, Regolamento recante riforma degli ordinamenti professionali a norma dell’art. 3.5 del DL 14 agosto 2011 n. 138, convertito dalla L. 14 settembre 2011, n. 148,è un provvedimento normativo assolutamente vuoto, nulladicente come in pochi altri casi è stato dato di vedere, nefasto non per quello che dice, perché non dice nulla, ma per il solo fatto di essere apparso in Gazzetta Ufficiale. Esso avrebbe dovuto essere – appunto come rubrica enuncia – il regolamento di esecuzione/applicazione delle innovazioni legislative – di notevole spessore – introdotte dall’art. 3 del D.L. 138/2011, a rubrica “abrogazione delle indebite restrizioni all’eccesso e all’esercizio delle professioni e delle attività economiche”. Innovazioni importanti, anche se ben poco hanno a che fare con la rubrica dell’articolo, in ciò non solo restando confermato l’antico broccardo che rubrica legis non est lex, ma anche il disordine sistematico alla base del marasma normativo che affligge questo sventurato Paese.
Non si tratta solo di sciatteria redazionale, ma di vere distorsioni normative, a cominciare dall’art. 1, “definizione e ambito di applicazione”, in cui, per individuare i destinatari delle disposizioni, si fa riferimento ad «attività o insieme di attività, riservate per espressa disposizione di legge o non riservate», dove l’alternativa tra “attività” e “insieme di attività” sfugge affatto, mentre pare una vera idiozia aggiungere quel “riservate o non riservate”; laddove, senza quella pletorica e ridondante specificazione, il testo sarebbe stato piú chiaro, anche perché non si saprebbe individuare delle attività “non riservate” il «cui esercizio è consentito solo a seguito d’iscrizione in Ordini o Collegi»; se per l’esercizio è richiesta un’iscrizione significa che sono “riservate”; saranno piú o meno riservate, ma sempre riservate nel senso di non completamente libere. Non si tratta solo di rilievi formali o formalistici, ma di chiari indici d’una vera confusione mentale del legislatore, di cui il DPR è convincente prova.

Il “fenomeno professioni”

L’innovazione piú importante in materia di professioni, suscettibile di incidere sul costume di lavoro dei professionisti, è stata peraltro introdotta da una diversa disposizione, nemmeno menzionata nei testi piú recenti, ma di grande rilievo che pur ne riprendono e sviluppano le disposizioni: l’art. 10 della “legge di stabilità 2012”, la L. 12 novembre 2011 n. 183, Riforma degli ordini professionali e società tra professionisti, alla quale occorre far riferimento per trattare la materia. Non senza rilevare come tale insistenza sulla riforma dell’ordinamento delle professioni la dice tutta sulla situazione di grave crisi in cui versano, restando peraltro da verificare se i tanti interventi settoriali e per segmenti, spesso assolutamente marginali, siano migliorativi o peggiorativi della trista situazione in atto. Quello che da tali conati riformatori pare emergere è la totale misconoscenza del “fenomeno professioni”, a suo tempo cosí ben regolato sul piano sistematico dal Codice Civile del 1942 (artt. 2229-2238), anche se la disciplina di allora mostra tutta l’età a cui risale, risultando in taluni punti assolutamente obsoleta.
Il principio ispiratore fondamentale era che talune attività professionali (esercitate con continuità specialistica), pur nell’àmbito della libertà d’iniziativa privata (che avrebbe trovato solenne sanzione nell’art. 41 della Costituzione) erano assoggettate a speciale privativa statale – nel senso che per il relativo esercizio era richiesto un’autorizzazione rilasciata solo previo controllo della capacità tecnica e probità morale dell’aspirante professionista – in ragione della gravità delle conseguenze che il loro esercizio assolutamente libero avrebbe potuto avere nel contesto sociale. Donde l’individuazione della ratio della disciplina, che nel contesto costituzionale sopraggiunto al Codice del 1942 diventa cogente e inderogabile, che nella regolamentazione dell’attività professionale ravvisa non già – come comunemente viene inteso – una funzione corporativa a protezione e difesa degli iscritti, ma sociale; essa non è al servizio del professionista, bensí al servizio/tutela del cliente, l’utente.
Non si consideri il rilievo meramente astratto: per una inveterata mistificazione dei princípi istituzionali in materia di Ordini/Collegi, s’assiste ancor oggi a vere distorsioni di sistema: l’avvocato che notifica un ricorso fuori termine comportandone l’inammissibilità, o l’architetto che progetta un edificio in contrasto col PRG provocando il rigetto dell’istanza di permesso di costruire, pretendono dal cliente il pagamento della parcella; trovano il rispettivo Ordine pronto a “liquidarla” e il Tribunale pronto a ingiungerne il pagamento, quando dovrebbe essere il professionista, che, essendo inadempiente (l’incarico professionale altro non è che un contratto d’opera), deve risarcire il cliente danneggiato (si precisa a ogni buon effetto che chi scrive, avvocato, ha passato la vita – iscrizione 6 dicembre 1956 – nelle aule giudiziarie). Altrettanto avviene quando il professionista, chiuso nel proprio studio, esegue la prestazione commessagli (continuando l’esemplificazione, l’architetto redige il progetto) senza rapportarsi con materie diverse ma complementari (ad esempio la modifica della normativa), esponendo il cliente al rigetto del permesso di costruire. Anche se in tal caso non si potesse parlare di inadempimento del contratto professionale, c’è indubbiamente grave scorrettezza, violazione del dovere professionale di fedeltà.
In tale quadro, l’innovazione piú significativa – anche se sul piano sistematico ben lungi dall’essere risolutiva – è l’introduzione delle “società tra professionisti” a opera dell’art. 10 della L. 183/2011, che ha sovvertito radicalmente l’assetto legale delle professioni regolato dalla legge del 1939, di divieto dell’associazionismo, alla luce del quale andavano indubbiamente interpretate – e furono generalmente applicate – le disposizioni codicistiche del 1942.
Il nuovo principio “societaristico” innova radicalmente il previgente regime – definibile “individualistico” -, introducendo un nuovo modo di articolare l’attività professionale, nel rapporto dei professionisti sia tra di loro che con la rispettiva clientela, di cui generalmente non s’è colto il significato, essendosi le molte e generalizzate critiche soffermate su aspetti del tutto marginali e secondari.
L’indirizzo che emerge dal complesso delle disposizioni citate – anche se un minimo di discernimento critico avrebbe ampiamente consentito di evitare le molte discrasie – è la “socializzazione” dell’attività professionale, che deve porsi al servizio dell’utente/cliente, alle cui esigenze i professionisti si devono adeguare, adattandovi il loro assetto sia organizzativo che prestazionale, a giustificazione – e questo sottende, sia pur nebulosamente, il DPR 137/2012 – la privativa di cui godono, che in sé costituisce indubbiamente un vulnus al generale principio di libertà dell’iniziativa privata garantito in via generale dall’art. 41 Cost.

Adeguatezza della risposta professionale

La crisi della professionalità non è di utenza (che anzi, nel tecnicismo che si va esasperando, ha se mai dilatato la domanda), ma di servizio, dell’adeguatezza della risposta alle nuove esigenze del mercato. È anzi partendo dai profondi mutamenti delle esigenze funzionali dell’utenza che emergono sia l’esigenza di mutamento dell’intero sistema, sia le linee di possibile riforma/riassetto della professionalità.
Lo sviluppo tecnologico ha messo in crisi d’inadeguatezza le professioni come tradizionalmente intese e organizzate, creando un’imprescindibile esigenza di interprofessionalità. Si pensi, per continuare l’esempio, alle professioni piú direttamente condizionanti la gestione del territorio. Altre professioni sono nuovissime e ancora in cerca d’identità funzionale – dall’ecologia e attività connesse, alla viabilità ciclabile o alla tutela dagli inquinamenti – altre ben risalenti e antiche, come il progettare e il costruire, a loro volta in crisi sia d’identità (chi fa cosa), che di funzionalità: come si progetta/costruisce nel ginepraio di norme giuridiche intersecantisi nelle piú svariate direzioni, dalla strumentazione urbanistica alle discipline di singole materie, regolate da fonti normative “locali” (si pensi alla competenza legislativa regionale, che parcellizza il territorio nazionale con discipline anche profondamente differenziate). L’utenza, il cliente, chiede soluzioni operative, non segmenti di prestazioni da assemblare a propria cura per ottenere il risultato perseguito.
Ecco l’assoluta obsolescenza dell’impostazione individualistica del 1939/42 (Codice Civile) e l’esigenza di coordinamento tra professionisti per assicurare all’utenza (il cliente) un servizio efficiente e valido (operativo). Ecco la possibilità espressamente prevista dalla legge (art. 10, c. 8) che «la società tra professionisti può essere costituita anche per l’esercizio di piú attività professionali», da intendersi evidentemente tra professionisti di diverse discipline.
Nell’esasperato tecnicismo imperante non è assolutamente pensabile che sia il cliente, l’utente, ad assemblare le varie competenze professionali necessarie per ottenere il risultato perseguito e voluto. Egli ha diritto – e proprio per la tutela di tale diritto sono istituite le privative professionali e il DPR ha cura di precisarlo – di rivolgersi a un soggetto unico, in grado – perché operante attraverso professionisti debitamente autorizzati con l’iscrizione a un Albo – di assicurargli quel risultato.
La “societarizzazione” della professionalità – e comunque il favor del Legislatore per il superamento dell’individualità un tempo imposta – è un segno dei tempi e un portato dall’evoluzione dei rapporti sociali. Donde una certa divertita tenerezza per le molte geremiadi per tale societarizzazione, con previsione di apocalittici rivolgimenti e inevitabile fine delle libere professioni: è solo il rimpianto per dover uscire dalla propria reggia, resa indubbiamente comoda da una serie di privilegi generosamente autoattribuitisi; sono solo dei laudatores temporis acti. Il domani corre su un binario tutt’affatto diverso.

Societarizzazione delle professioni

Particolarmente problematica è, peraltro, l’attuazione della societarizzazione delle professioni. Non tanto per la formula della “società” (di persone o di capitale; cooperativa o cos’altro), quanto per la forma/efficacia del controllo dei rispettivi apporti professionali, evidente essendo che un apporto di materia o di settore inadeguato esporrebbe all’insuccesso l’intero incarico, con danno sia economico che d’immagine dell’intera “società”. È capitolo assolutamente nuovo nella disciplina professionale. In tale schema negoziale-contrattuale (ma sono solo spunti di meditazione bisognosi di approfondimento), il rapporto professionale con la “società” va inquadrato nel paradigma sostanziale dell’appalto di servizi, abbastanza dettagliatamente disciplinato dal Codice per quanto attiene al rapporto “esterno”, col cliente; mentre estremamente problematico resta il rapporto “interno” tra i professionisti. Sul tema – assolutamente nuovo – è possibile individuare solo spunti sui singoli aspetti/problemi dell’assetto della “società  professionale”.

1)  Il contratto
Il relativo contratto dovrebbe prevedere alcuni elementi, qui indicati come orientativi, salvo atteggiarli diversamente a un approfondimento della materia:
a)  un’assoluta e ferrea esclusiva dell’attività professionale nell’àmbito della “società”, con assoluta preclusione di osmosi – anche occasionale – con altre organizzazioni professionali se non negoziate in forme di coordinamento istituzionale di varie ”società”;
b)  impegno massimo nelle prestazioni  “di competenza” assegnate nell’àmbito della compagine;
c)  controllo esterno alla compagine professionale, affidato a un manager anche non socio, con possibilità di immediata rescissione del contratto societario in caso di violazione dei due impegni sub a e b;
d)  adeguata pubblicità con offerta della prestazione completa (prodotto finito), con assunzione del rischio di riuscita (?).

2) Il lavoro subordinato
Nulla impedisce che nella struttura di lavoro siano assunti anche operatori di materia sia iscritti che non iscritti ai rispettivo Ordini o Collegi, con contratto di lavoro subordinato di diritto comune e con il solo limite di non poter essere indicati come “incaricati d’affare” nel senso regolato dal comma 4 lett. c dell’art 10. Ovviamente chi tratta il singolo ”affare di studio”, se iscritto a un Ordine/Collegio per dovere diretto, se non iscritto per dovere d’ufficio, è tenuto al rispetto delle norme deontologiche della materia professionale trattata. In tal senso, va interpretata la disposizione del comma 7 dell’art. 10, la quale pone l’obbligo della deontologia come modalità legale della trattazione – conduzione della “pratica” e quindi come un vero e proprio diritto ex contractu del contraente-cliente nei confronti della “società  professionale”, alla quale ha affidato l’affare.

3) Il compenso
Tra i piú delicati è il tema dei compensi da ripartire tra i professionisti soci. Come criterio base – sempre in linea astratta e teorica – parrebbe preferibile una caratura fissa (quota) delle entrate complessive della “società  professionale”, con eventuale integrazione commisurata alla partecipazione diretta del singolo socio-professionista (questo per impegnare tutti a dilatare l’àmbito di attività della “società” nel suo complesso, non del singolo proprio settore di lavoro).

4) Il contenzioso
Tema assolutamente da affrontare perché l’ometterlo rappresenta una mina capace di far saltare l’intero edificio è la disciplina del contenzioso in caso d’inadempimento e/o di fuoriuscita del socio dalla “società  professionale”. Si tratta di strutture contrattualmente fragili, che peraltro coinvolgono l’intera vita professionale degli associati e per le quali la semplice prospettabilità d’un contenzioso “all’italiana” diventerebbe a priori paralizzante. Non è impossibile sterilizzare tale eventualità con forme di compromesso in Giurí a competenza esclusiva, tassativamente escludente il ricorso all’AGO (Autorità Giudiziaria Ordinaria).

Professionalità a servizio del cliente

È evidente che, su tali nuovi scenari, la figura del professionista individualista, rispondente al cliché storico, è destinata a scomparire nel gioco del mercato; oltre che marginalizzata nella ricerca della clientela, anche per l’insufficienza tecnica di rispondere uti singulus a una domanda di prestazioni che comporta pluridisciplinarietà nelle materie investitene; sia nell’àmbito della stessa disciplina in ragione delle specializzazioni interne; sia e a fortiori per materie differenti ma coinvolte nella specialità/specificità della richiesta d’intervento. Fermo e indubitabile che il professionista individualista che agisca isolato, il tuttologo nella sua materia, è null’altro che una disgrazia sociale, sia per sé, per l’emarginazione a cui inevitabilmente s’espone -destinato a far la fine dei vasi di coccio costretti a viaggiare assieme a vasi ferro-, sia per gli sventurati clienti che vi s’imbattono.
Non senza rilevare un fenomeno da ultimo emergente delle figure professionali atipiche, legate a nuove attività ricorrenti – donde la veste/qualifica di professionalità dei relativi addetti – sempre piú condizionanti vasti settori di attività. Le relative prestazioni necessitano di standard comportamentali sufficientemente determinati e affidabili, per non essere costretti a correre di volta in volta il rischio dell’avventurismo del singolo piú o meno corretto operatore; l’ordinamento può garantirlo solo tipicizzando le relative prestazioni e dando adeguato riconoscimento alla relativa organizzazione categoriale. Per ora a premere per il “riconoscimento legale” della categoria sono gli Amministratori di Condominio, ma si pensi agli operatori dell’informatica, che sta diventando il modo legale di rapportarsi del cittadino con la Pubblica Amministrazione, creando problemi di efficienza dei mezzi di comunicazione, che diventano presupposto essenziale per la stessa convivenza sociale.
Se una valutazione complessiva o di sintesi si può fare degli interventi legislativi menzionati – a parte la sciatteria tecnica e l’assoluta asistematicità, il che per un testo legislativo è la peggior tabe che si possa rilevare – si può ben dire che essi rincorrono con una certa goffaggine e con marcato anacronismo la situazione di crisi gravissima da tempo in atto nella professionalità organizzata e non. Il frastagliamento della nuova disciplina pone una sfida all’intero “mondo professionale”, impegnandolo a reinventarsi in termini di efficienza e di adeguatezza. La professionalità è stata spesso vista come confinante con la stregoneria, circonfusa di esoterismo che riservava  le “segrete cose” agli addetti.
Tutto questo deve finire; l’attività professionale è un servizio reso all’utenza con regole ben precise poste dalla legge a tutela del contraente debole – che nel contratto d’opera professionale è istituzionalmente il cliente – collaudato solo dal mercato non piú da sofisticate strutture burocratiche corporative. Sarà? Resta tutto da vedere!

 

Ivone Cacciavillani
Avvocato

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