Investimenti, finanza e bene comune: fondamentale il “potere” dell’investitore

Alberto Lanzavecchia, Università degli studi di Padova


 

 

Il reperimento di risorse (tipicamente scarse), la produzione, gli scambi sul mercato – l’attività economica – hanno inevitabilmente conseguenze sulla società. Queste attività, infatti, trasferiscono l’utilità di un bene dal suo titolare iniziale a un’altro fruitore, presente o futuro. Il capitale, inoltre, consente l’accumulazione dell’utilità trasferita con gli scambi.
Basti pensare non solo all’estrazione di materie prime o alle emissioni di una lavorazione (che trasformano l’ambiente), ma anche al prezzo dei beni e servizi scambiati (che, per dirla alla Fra’ Pietro di Giovanni Olivi, incorpora il lavoro, il rischio e la perizia necessaria per ottenere la disponibilità delle cose o dei servizi): l’attività economica sposta pesi tra i due piatti della bilancia della giustizia sociale – l’uno della comunità, l’altro del singolo attore. E «cosí ogni decisione economica ha conseguenze di carattere morale» (Benedetto XVI, 2009, 3:37, p. 58).

Investimenti e bene comune: un legame antico quanto l’uomo

Il ruolo e la gestione degli affari in una società sono influenzati allora da diversi fattori non economici, non tecnici (1), bensí legati alla tradizione, all’etica e al livello di sviluppo economico-sociale. L’ordine adottato non è casuale: il tempo li trasforma; il precedente è incorporato nel successivo. Sopravvive cosí fino ai giorni nostri, in una qualche misura, l’etica dell’uomo che agisce negli affari dettata da dogmi e precetti religiosi.
L’Islam, a riguardo, contiene precetti sia generali che particolari. La condotta degli affari e il funzionamento dei mercati sono subordinati a priorità etiche (2). L’etica islamica non solo definisce il perimetro entro cui condurre le attività lecite (ad esempio: «Dio ha permesso il commercio, ma proibisce l’usura», Corano 2:275), ma anche la misura per giudicare un’azione o la condotta dell’uomo: il valore di una qualsiasi attività economica dipende dal suo contributo al benessere generale della società, dal suo servizio all’altrui interesse (3). In tal senso, ci si riferisce (4), tra gli altri, ai seguenti versi: – «Il migliore tra la gente è colui che fa bene al prossimo» (5);
«Il piú nobile tra voi agli occhi di Dio è il migliore tra voi in condotta» (6). La prima citazione richiama il principio del dovere di agire per il bene altrui e l’attività economica è uno strumento idoneo a perseguire il bene comune: «Dio benedirà la tua ricchezza se ti impegni nel commercio anche senza trarne profitto» (7). Inoltre, il lavoro nobilita l’uomo: «alcuni peccati possono essere aboliti solo lavorando sodo per trarne utili» (8). Il profitto, infatti, è un risultato dell’azione economica dell’uomo, ma, come già detto, non è il fine. Le azioni dell’uomo sono valutate nelle intenzioni, non nei risultati.
La seconda citazione richiama il principio per la conduzione degli affari. Le attività economiche devono essere conformate da giustizia, trasparenza, equità, senza sfruttare la propria posizione di forza o l’ignoranza della controparte:
– «non prelevare dalle persone le cose che sono loro dovute» (Corano, 11:85);
– «negozia con giustizia, e non sarai trattato con ingiustizia» (Corano, 2:279).
È appena il caso di far osservare come questi princípi di condotta si estendano alla determinazione dei prezzi negli scambi commerciali (di beni, servizi e anche lavoro) e, piú in generale, alla determinazione del profitto massimo (9).
La religione ebraica, immutata da oltre 3.500 anni, contiene alcuni riferimenti ben precisi sulle attività economiche non consentite (10): produrre o vendere cibo che non rispetta le regole alimentari stabilite nella Torah e codificate nello Shulchan Aruk (c.d. cibo Kosher); fare affari nel giorno del riposo, anche se la controparte non è ebraica; intraprendere attività che possano aiutare altri a violare codici etici e religiosi; essere proprietario di quote di società che distruggono alberi, inquinano l’ambiente, praticano l’usura, producono o vendono armi, o svolgono pratiche ingannevoli.
La religione cristiana esorta (11) l’attività dell’uomo non finalizzata al suo arricchimento materiale. Gli uomini devono preoccuparsi prima della loro anima: guadagnare il mondo intero non è lo scopo della loro vita (Marco, 8:36). La Bibbia contiene numerosi riferimenti economici piú puntuali: Dio ha invitato l’uomo a lavorare la Terra (Genesi, 2:5-6) e a custodire il creato (Genesi 2:15), rispettando il riposo del sabato (Ebrei, 4:9-10; Marco 2:27); stigmatizza gli imbrogli, l’usura (cosa ben diversa dal mero prestito a interesse), gli sfruttamenti, le vistose ingiustizie, specie nei confronti dei piú poveri (cfr. Isaia 58:3-11; Geremia 7:4-7; Osea 4:1-2; Amos 2:6-7; Michea 2:1-2).
In particolare, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica (DSC) racchiude i princípi di riflessione, i criteri di giudizio e le direttive di azione da cui partire affinché le persone si rendano capaci di interpretare la realtà e di promuovere il “bene comune” (12), principio che deriva dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone. A questo principio, ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso; nessun cattolico è esentato dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo. Il lavoro è un mezzo per questo scopo, perché esso «suscita quelle energie sociali e comunitarie che alimentano il bene comune» (13).
Per inciso, infine, da diversi secoli le chiese Metodiste e i Quaccheri hanno introdotto negli Stati Uniti d’America dei princípi guida per l’attività economica, volti a evitare l’uccisione e la schiavitú, anche psicologica (si pensi al gioco d’azzardo, al tabacco e all’alcool), degli uomini (14). Da quanto sopra precede, appare evidente come da sempre esista un legame tra uomo, Lavoro e Bene Comune; tra etica, attività economica ed effetti sull’uomo e la sua comunità, ossia, ordinando piú correttamente il ternario, tra Deus, Homo e Natura. Dobbiamo quindi sviluppare il nostro discorso ragionando se la finanza, in quanto parte di un sistema economico, sia funzionale o meno al raggiungimento del bene comune (15).

Finanza e bene comune

L’Enciclopedia Treccani definisce “finanza” quel «settore della scienza economica che studia le decisioni di provvista e di impiego di fondi per il raggiungimento dei propri scopi e obiettivi da parte di istituzioni, imprese e famiglie». Effettivamente l’etimologia del termine, dal latino finantia, richiama il finire (dal latino fines), portare a termine, concludere. La finanza fornisce quindi gli strumenti per giungere a una mèta, ma è l’uomo che deve stabilire quali obiettivi vuole raggiungere. In tal senso, la finanza non ha un’etica, di cui invece è intrinsecamente permeato l’agire umano. Essa non è bene né male rispetto a un giudizio morale. La finanza assembla le regole della matematica e del diritto, in modo funzionale al raggiungimento di uno scopo.
Si pensi al semplice contratto di deposito di denaro in un conto corrente, regolato dal diritto privato (e la normativa secondaria) e dalla matematica per il calcolo dei costi e dei ricavi per ciascuna delle due controparti. Questo strumento finanziario soddisfa sia i bisogni del possessore del capitale, il quale con il deposito lo sottrae ad altri impieghi o consumi, sia il bisogno della banca, che con quel denaro può procedere con la propria attività.
Che uso ne viene fatto di quel denaro? Piú precisamente, quali effetti produce sulla comunità, sulla costruzione del bene comune, il denaro raccolto e investito tramite la finanza?
«Si può riuscire a trasformare strumenti di per sé buoni in strumenti dannosi. Ma è la ragione oscurata dell’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per sé stesso. Perciò non è lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilità personale e sociale» (16).
Gli operatori economici che scambiano sui mercati beni, servizi, lavoro, capitali per il bene comune, devono, per regola morale cui liberamente aderiscono, accertarsi dell’impatto prodotto dalla loro attività economica.
Tuttavia, gli scambi sui mercati finanziari sono impersonali: si basano su un rapporto di fiducia (17) ex ante e nella verifica dell’adempimento ex post. Tornando all’esempio del deposito, se effettuato presso una grande banca, pur ammesso che questa assicuri preventivamente il rispetto di vincoli etici nell’uso che ne farà del denaro (ad esempio, non finanziando l’industria degli armamenti, di cui oltre), è improbabile che successivamente il risparmiatore (o chi per lui) abbia la possibilità di verificarne l’effettivo utilizzo, controllando tra diversi miliardi di euro impiegati dalla banca senza soluzione di continuità!
A tale esigenza (l’uso del denaro per il bene comune) rispondono invece gli investimenti diretti nelle attività dell’economia reale: associazioni, enti, aziende, imprese che, con la propria attività perseguono la costruzione di beni morali, sociali e ambientali (la c.d. economia civile).
Tuttavia, talvolta l’investimento diretto in dette iniziative dell’economia reale potrebbe risultare impossibile (18) o non opportuno (19). A questo bisogno, il sistema finanziario ha risposto sviluppando prodotti che raccolgono il capitale da piú soggetti e lo gestiscono, per loro conto, investendo in tali iniziative nel mondo. Il presupposto alla base di questo scambio è ancora la fiducia che l’investitore ripone nel gestore del proprio capitale, qui persino rafforzata: non è sufficiente un impegno sui mezzi (p. es.: comprare e vendere titoli di società), ma anche sullo scopo (titoli di società la cui attività persegua il bene comune).
Tali prodotti finanziari sono denominati “fondi etici” o, piú in generale, di investimento socialmente responsabile (SRI, acronimo dei termini inglesi Socially Responsible Investing).

I fondi SRI: strumenti finanziari “dal movente etico”?

I fondi SRI sono gestiti con «una serie di approcci che includono obiettivi sociali o etici o vincoli oltre che ai piú convenzionali criteri finanziari sulle decisioni di acquisto, detenzione e vendita di un particolare investimento» (20).
In effetti, differiscono dai fondi di investimento “convenzionali” solo sotto il profilo dei vincoli e degli obiettivi perseguiti – il bene comune. In tale contesto, i fondi SRI sono gestiti secondo tre strategie di base (21):
selezione sulla base di criteri. Il gestore può escludere dall’universo dei titoli oggetto di investimento, quelli emessi da enti che svolgono attività contrarie ad imperativi etici o che non rispettino standard di comportamento o requisiti minimi definiti da enti terzi. Nel primo caso, ad esempio, possono essere escluse le società che conducono attività che minacciano la vita umana, la sua integrità fisica, psichica e morale – e quindi l’industria degli armamenti, alcool, tabacco, scommesse, pornografia, ecc. Nel secondo caso, ad esempio, si pensi al rispetto degli standard sulla responsabilità sociale (SA8000, ISO 26000, Fairtrade Labeling Organization, ecc.) o ambientale (ISO14001, FSC, Rainforest Alliance, ecc.). Il gestore, invero, può anche applicare criteri di inclusione, selezionando, ad esempio, i migliori emittenti, rispetto ad alcuni parametri, all’interno del proprio settore, o, infine, criteri misti (esclusione e inclusione);
investimento attivo. Un fondo di investimento, in quanto titolare di diritti di proprietà della società, può esercitare pressioni sull’azienda partecipata affinché ne migliori la gestione sotto i profili, ad esempio, della sostenibilità dei risultati nel lungo periodo, del rispetto dell’ambiente o della dignità dell’uomo. Tali pressioni possono essere costituite dalla minaccia di rimozione degli amministratori, la vendita in blocco delle azioni sul mercato (che ne deprimerebbe il prezzo), la promozione dell’azione di responsabilità contro amministratori e sindaci infedeli allo statuto dell’ente (che sancisce lo scopo dell’azienda). In tal senso, l’obiettivo non è assicurare all’investitore che il suo denaro non finanzia attività contrarie ai propri desideri, bensí un piú elevato livello: “mettere il capitale al lavoro” per il bene comune. Da qui, si giunge all’ultima strategia;
investimento nella comunità o impact investing. È una strategia di gestione attiva ancora piú pronunciata: il fondo SRI investe in progetti, aziende, iniziative individuate e selezionate in quanto la loro attività economica è idonea (quantomeno nelle intenzioni) a produrre un impatto diretto e positivo in una comunità o in alcuni gruppi di persone, o nell’ambiente – le tre dimensioni del bene comune. Si pensi, ad esempio, al microcredito, alle obbligazioni emesse da enti sovranazionali per finanziare progetti di vaccinazione o di educazione, di inclusione sociale, di promozione sociale e morale, ecc.
Trascurando ora altre questioni sopra sottese, ci concentriamo invece su alcune sollevate da Schwartz (22): a) se le tre sopraccitate strategie siano effettivamente basate su un movente etico; b) qualora siano “etiche”, in che misura lo è anche la loro applicazione e, infine: c) se i fondi etici siano un mezzo idoneo per perseguire il bene comune.
Un principio etico, religioso e laico, è il neminem laedere, non nuocere né nel fisico né nella psiche. Applicando tale principio non sarebbero ammesse attività o prodotti che compromettano il benessere della persona (finanche la morte). L’esempio tipico è il tabacco, i cui effetti nocivi sulla salute dell’uomo sono accertati. La libertà dell’uomo, che con la sua volontà sceglie consapevolmente di fumare, assumendosi il rischio conseguente, è a fondamento dell’argomentazione che ciò non è in violazione di alcun principio etico (23). Anche le automobili, ogni giorno, procurano morti in incidenti stradali: chiunque salga in auto sa che, con una certa probabilità, potrebbe essere coinvolto in un incidente mortale. Se seguissimo unicamente il principio del prevenire una morte probabile, allora dovremmo escludere dall’attività economica non solo queste industrie, ma anche quella dello sci o degli sport estremi, dell’agricoltura da terre altamente inquinate, ecc. Ebbene, il principio etico non risiede in un qualche limite alla probabilità che si verifichi l’evento dannoso alla vita o alla salute dell’uomo. A ben vedere, invece, la nicotina crea dipendenza. Come anche l’alcool o il gioco d’azzardo, ma non le auto o lo sci. Con il passare del tempo, la scelta dell’uomo non è piú frutto della determinazione della propria volontà, ma dall’incapacità di resistere a uno stimolo fisico e mentale (24). È in questo aspetto che tali prodotti violano l’integrità umana (e quindi non sono etici).
Un caso apparentemente meno problematico è l’industria degli armamenti. Le armi, per loro natura, sono strumenti atti a offendere il corpo di una persona e pertanto non sono compatibili con i principali approcci etici. Eppure persino la Santa Sede è difesa da un corpo armato – la Guardia svizzera pontificia. Le guerre di religione mietono ancora oggi vite umane. Scuole, ospedali, luoghi pubblici, confini nazionali sono presidiati da personale pubblico o privato armato. Le armi, come la finanza, sono mezzi inermi senza la mano dell’uomo. Se poc’anzi abbiamo sollevato la finanza dalle responsabilità sulle conseguenze che il suo uso ha avuto sulla vita degli uomini (provocandone la morte, la povertà, il disagio sociale per chissà quante persone!), per quale diverso principio un coltello o un’arma automatica dovrebbero essere un male in sé? E se fossero il male, quale Stato non finanzia, in una qualche misura, l’industria o l’attività degli armamenti? Senza l’industria degli armamenti, quante tecnologie (es. internet) e materiali, utili al bene comune, oggi non sarebbero disponibili?
Da qui è agevole passare al secondo punto di discussione, se cioè un principio etico sia inderogabile o se sia soggetto ad una qualche misura di tolleranza. Uno Stato che finanzia in una qualche misura l’industria degli armamenti o ottiene un qualche gettito fiscale dal gioco d’azzardo (che crea dipendenza), o una fonderia che produce anche le canne dei fucili, o una cartiera che produce la carta che avvolge le sigarette, è complice (25) di una violazione etica, e quindi da escludere dagli investimenti responsabili? Abbiamo già sostenuto che l’etica non si basa sulle probabilità di un evento negativo; analogamente il giudizio morale non dipende dalla percentuale di denaro destinata all’attività non consentita. Tuttavia, piú pragmaticamente, si può affermare che anche i piú elevati fini comportano un costo da pagare: se i contributi al bene comune delle attività “buone e giuste” sono maggiori dei costi morali conseguenti all’esercizio di attività condannabili condotte dalla medesima azienda, da una prospettiva laica, essa sarebbe meritevole di investimento.
A questo punto dei nostri ragionamenti appare chiaro che i fondi SRI gestiti con la strategia di esclusione/inclusione non sono idonei, o al piú poco efficaci, a costruire il bene comune, sia perché si basano su meccanismi automatici, spesso controversi nel fondamento etico, sia per un motivo piú nascosto, che è opportuno qui far rilevare.
È meno frequente che gli emettenti (etici e non) ricorrano al mercato per raccogliere nuovo capitale necessario per finanziare le proprie attività e progetti di sviluppo (26). D’altra parte, la dimensione delle richieste di nuovo capitale è una frazione minima rispetto al valore dei titoli già emessi e in circolazione. Pertanto, sui mercati finanziari si scambiano principalmente titoli già emessi, “usati” – non “nuovi”. Come risultato, dell’enorme controvalore di titoli scambiati tutti i giorni tra investitori sui mercati, nemmeno un centesimo giunge nelle casse dell’emittente: solo nel giorno della prima emissione del titolo l’emittente ne incassa il controvalore, ma da quel momento in poi il titolo passerà di mano, pagandone il prezzo, da investitore a investitore, senza interagire in alcun modo con l’azienda emittente. Ebbene, quale impatto sul bene comune producono i fondi SRI gestiti passivamente, che investono il capitale raccolto scambiando titoli usati nel mercato finanziario? Nessuno: fintantoché non affluisce capitale nell’azienda emittente, essa non avrà alcuna possibilità di investirlo in modo socialmente responsabile, generando un qualche beneficio alla comunità (c.d. impact investing) (27).   Se questa è la teoria, ci attendiamo che la dimensione dei fondi SRI presenti sui mercati sia principalmente a favore della seconda o della terza strategia di gestione.

Verso l’impact investing?

Nel 1995 negli USA la dimensione del mercato dei fondi SRI era di circa US$ 600 miliardi, ma a fine 2011 ha raggiunto l’enorme cifra di 3.744 miliardi di dollari (pari al Pil di Canada e Brasile insieme), con una crescita media annua (CAGR) del 13,6% nel periodo 2009/2011 – e.g. post crisi finanziaria. In Europa si registra un tasso di crescita persino migliore, in un mercato di dimensione circa doppia (cfr.: Tabella 1).
I dati sembrano incoraggianti, ma occorre rilevare, con riferimento all’Europa, la prevalenza delle gestioni passive: i fondi attivi nella promozione di una conduzione responsabile delle imprese o che favoriscono attività a impatto sociale e sostenibile, complessivamente non raggiungono il 15% del totale fondi SRI (a loro volta una piccola frazione del capitale complessivamente investito nei mercati). Come conseguenza della ridotta dimensione del capitale raccolto per generare un impatto sociale, vi è la limitata numerosità di prodotti finanziari e quindi la formazione di competenze specifiche diffuse. Infatti, in Europa, operano solo 13 gestori specializzati nella gestione di soli fondi SRI, che gestiscono 70 fondi, per un totale di appena euro 9,95 miliardi (28). L’industria del risparmio ha creato i prodotti richiesti dal mercato, ma sono ben pochi gli intermediari che operano esclusivamente per il bene comune.
Perché i prodotti finanziari utilizzabili per la costruzione del bene comune sono cosí marginali nella comunità finanziaria? Se è vero che la finanza fornisce a-moralmente gli strumenti utili a perseguire i fini dell’agire umano, allora non è qui chiamata in causa la scarsità nell’offerta di prodotti finanziari, bensí la scarsa manifestazione del bisogno degli investitori di “mettere il capitale al servizio della comunità”.
La domanda di fondi SRI è oggi prevalentemente da parte di investitori istituzionali, non da singole persone (29). Le istituzioni, infatti, sopravvivono ai loro fondatori, perpetuando cosí la ricerca di quei valori presenti a quel tempo nell’agire umano, ma oggi spesso assopiti nei sentimenti o nelle passioni dell’individuo e nei costumi della società. È nel risveglio delle coscienze, svelando il velo dell’ignoranza, che si dovrebbe cercare un fattore determinante il cambiamento – se fosse doveroso agire per cambiare una società. Infatti, richiamando Einaudi: «Il mercato … può dare risultati ancora piú stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni, i costumi, le leggi entro le quali esso vive allo scopo di toccare piú alti ideali di vita».
Fino a quando l’agire economico del singolo investitore sarà prevalentemente mosso dall’utilità personale, dal profitto e dall’accumulazione della ricchezza, non può crescere la domanda di prodotti finanziari per il bene comune (30). In altri termini, fino a quando i costumi della società, o l’etica degli investitori, non saranno proiettati in una dimensione comunitaria, saldata da legami universali, i fondi SRI ad impatto sociale e ambientale, prodotti finanziari idonei a perseguire il bene comune, resteranno ai margini della comunità finanziaria; come miliardi di persone sono ai margini dello sviluppo umano integrale.

 

Alberto Lanzavecchia
Università degli studi di Padova


 

Note

 

1) Le regole dell’economia non sono altro che algebra elementare: addizioni e moltiplicazioni.

2) S. N. Nagvi, Ethics and economics: An Islamic synthesis, The Islamic Foundation, Leicester 1981.

3) A. H. al-Ghazali, Collection of letters, Dar Al-Fakr, Beirut 2006; A. T. al-Maki, Guot al-Gwlob (Nourishment of hearts), Parte 2, Dar Sader, Beirut 1995.

4) A. J. Ali, A. Al-Aali, A. Al-Owaihan, Islamic Perspectives on Profit Maximization, Journal of Business Ethics, 117:467-475, 2013.

5) Maometto in A. Al-Barai, A. Abdeen, Management in Islamic culture, Modern Service Library, Jeda 1987.

6) Holy Qu-ran, English translation of the meanings and commentary, Al-Madinah Al-Munawarah: King Fahd Holy Quar-an Printing Complex, 1989, 49:13.

7) A. T. al-Maki, Guot …, op. cit.

8) Maometto in A. Al-Barai, A. Abdeen, Management …, op. cit., p. 468.

9) Per approfondimenti, si rimanda a A. J. Ali, A. Al-Aali, A. Al-Owaihan, Islamic Perspectives …, op. cit.

10) D. B. Bressler, “Ethical Investment”, in Moses Pava and Aaron Levine (eds.), Jewish Business Ethics, Yeshiva University Press, New York 1996, p, 177

11) Si pensi alla parabola dei talenti di Gesú, narrata nel Vangelo secondo Matteo (25,14-30) o a quella simile, detta parabola delle mine nel Vangelo secondo Luca (19,12-27): è premiato chi investe, è punito chi rende infruttifero ciò che, in potenza, può generare.

12) Per bene comune si intende «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione piú pienamente e piú celermente». Cfr. Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et Spes, 26: AAS 58 (1966) 1046; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1905- 1912; Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et Magistra, in AAS 53 (1961) 417-421; Id., Lett. enc. Pacem in terris, in AAS 55 (1963) 272-273; Paolo VI, Lett. ap. Octogesima Adveniens, 46, in AAS 63 (1971) 433-435.

13) Cfr. Teodoreto di Ciro, De Providentia, Orationes 5-7, PG 83, 625-686.

14) P. D. Kinder, S. D. Lydenberg, A. L. Domini, The Social Investment Almanac, Henry Hold and Company. New York 1997, p. 14.

15) Come tentativo di sintesi di concetti religiosi e laici, sicuramente vano, per “bene comune” qui di seguito intendiamo il progresso dell’umanità, sotto le tre dimensioni della morale, delle relazioni sociali e dell’ambiente in cui vive l’uomo.

16) Benedetto XVI (2009), Caritas in Veritate, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 3:36, p. 57.

17) Per dirla con l’economista Genovesi, «la fede pubblica è dunque la corda che lega e stringe le persone e le famiglie di uno Stato fra loro, col sovrano, o con ogni nazione, con cui traffica … dove la fede è per niente, … ivi non si possono neppure ritrovare i due primi fondamenti della civile società, e vita, i quali sono la giustizia e l’umanità; perché dove non è fede, ivi non è né certezza di contratti, né forza nessuna di leggi, né confidenza d’uomo ad uomo». Cfr. A. Genovesi, Lezioni di Economia Civile, Capitolo X, G. G. Destefanis, Milano 1803.

18) Per la mancanza di iniziative prossime all’investitore.

19) Per ragioni di efficacia ed efficienza nell’uso del denaro (che resta sempre una risorsa scarsa a fronte dei bisogni dell’uomo che tendono all’infinito).

20) C. J. Cowton, Playing by the Rules: Ethical Criteria at an Ethical Investment Fund, Business Ethics, A European Review, 8(1)., 1999, p. 60.

21) S. Schueth, Socially Responsible Investing in the United States, Journal of Business Ethics, 43: 189–194, 2003).

22) M. S. Schwartz, The “Ethics” of Ethical Investing, Journal of Business Ethics, 43:195213 (2003).

23) Trascuriamo qui l’osservazione che, in molti contesti, i costi a carico della comunità, connessi alle cure conseguenti al tabagismo, sono superiori al gettito fiscale che grava sulle sigarette. Pertanto, la libertà di scelta del fumatore determina una conseguenza sulla sfera altrui (la comunità di non fumatori subirà il costo differenziale): in tal senso il tabacco non sarebbe etico.

24) Cfr. il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, noto come “DSM-IV” (ed. 2000).

25) Vedi sopra, tra i divieti della legge ebraica.

26) Solo gli Stati ricorrono continuamente ai mercati finanziari per finanziare il proprio deficit e rifinanziamento dei debiti in scadenza. Peraltro, sull’inclusione di uno Stato nell’elenco degli emittenti “a scopi etici” già abbiamo discusso.

27) Nel 2013 è stata costituita una task force nominata dal G8 e composta da rappresentanti di cinque Paesi: Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il suo obiettivo è creare misure concrete entro settembre 2014.

28) S. Arrigoni, A. Lanzavecchia, Does Social Responsible Investing Charge Costs Fairly? Evidences from European Financial Markets, Disponibile on line http://ssrn.com/abstract=2336943.

29) European SRI Study, 2012.

30) In tal senso, si potrebbe sostenere che la quota di mercato dei fondi “tradizionali” in una certa comunità sia la misura dell’accumulazione della ricchezza detenuta da operatori mossi da un’etica utilitarista (la quota dei fondi SRI è invece quella detenuta da investitori mossi dall’etica del bene comune); USSIF, Report on Sustainable and Responsible Investing Trends in the United States, 2012.

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