Innovare, riqualificare, integrare per uno sviluppo eco-inclusivo

Catia Bastioli, Amministratore delegato Novamont, Novara


La complicata congiuntura economica e industriale che affligge lo scenario internazionale, e in particolare il nostro Paese e l’intera Unione Europea, ha fatto emergere, ancora una volta, la precarietà e i limiti del modello di sviluppo che ha dominato gli ultimi decenni.
Se c’è un insegnamento che possiamo trarre dall’attuale crisi economico-socialeambientale è infatti la necessità di rispondere con un nuovo paradigma, che conduca a una trasformazione del sistema produttivo e delle abitudini di consumo in chiave sostenibile, in grado di garantire uno sviluppo economico e ambientale inclusivo, piú equilibrato e duraturo nel tempo, nuova occupazione, e benessere delle generazioni presenti e future.

Le sfide della bioeconomia: verso un nuovo modello di sviluppo

La nostra società ha finora utilizzato un modello di sviluppo di tipo dissipativo, basato su una logica di prodotto: uno sviluppo di tipo lineare, in cui poche variabili sono state stimolate in modo da favorirne e accelerarne una crescita sconsiderata, e che ha dato vita a un numero sempre maggiore di prodotti attingendo a quantità sempre piú limitate di risorse, perdendo il contatto con l’origine dei prodotti stessi, con il modo in cui vengono concepiti, con il rispetto per gli ecosistemi.
I rischi di questo modello dissipativo sono evidentemente ingenti, sia sotto il profilo economico che sotto quello ambientale e sociale. Oggi l’obiettivo deve dunque essere quello di invertire la rotta, verso un approccio non piú di tipo dissipativo, ma di tipo conservativo, che sia in grado di accogliere un’economia di sistema e di promuovere una nuova cultura che deve attraversare tutta la società.
Da questo punto di vista le materie prime rinnovabili costituiscono un punto di partenza di fondamentale importanza su cui incominciare a ricostruire, ripartendo dalle risorse del territorio: dalle risorse agricole agli scarti di ogni tipo utilizzati in modo sostenibile, sviluppando tecnologie a basso impatto.
Si tratta dell’approccio circolare che ci viene insegnato dalla natura, massimamente efficiente e rispettosa nell’utilizzo delle risorse. Il termine “bioeconomia” si riferisce a un’economia che si fonda su risorse rinnovabili provenienti dalla terra e dal mare, nonché dagli scarti, e sulla trasformazione di tali risorse in prodotti ad alto valore aggiunto. Tale concetto è strettamente legato a quello di “sostenibilità”, che definisce la capacità di un ecosistema di mantenere nel tempo processi ecologici, biodiversità e produttività. Perché un processo sia sostenibile, deve utilizzare le risorse a un ritmo tale che possano essere rigenerate naturalmente, non esaurendosi in tempi brevi: l’obiettivo della bioeconomia è dunque quello di conciliare le esigenze di un’agricoltura sostenibile, preservando sempre la sicurezza alimentare con l’utilizzo delle risorse rinnovabili per fini industriali, tutelando la biodiversità e l’ambiente.
La bioeconomia intende creare le regole e le condizioni affinché gli ecosistemi possano mantenere la loro capacità di evolversi permettendo a tutti di beneficiare del flusso inesauribile di creatività, adattamento e abbondanza di cui è capace la natura. Le materie prime utilizzate sono locali e vengono usate in modo massimamente efficiente con un approccio a cascata (ovvero, estraendo dalle risorse rinnovabili tutto il loro valore, a partire dalle componenti alimentari – “food” e “feed” -, passando per la produzione di materiali e infine recuperando il contenuto energetico dai prodotti giunti al termine del loro ciclo di vita), come parte di un sistema integrato; per questo, oltre che piú sostenibili, tali materie prime risultano piú competitive di quelle attualmente in uso.
Questo modo concreto di guardare costruttivamente al futuro richiede un mutamento strutturale che sia innanzitutto un cambiamento culturale, e che attraversi tutta la società partendo dalla valorizzazione del territorio, dalla collaborazione dei diversi interlocutori e dal protagonismo dei cittadini.

La bioeconomia e il comparto chimico

In Italia il settore della chimica, in continua crescita fino al 2008, ha subíto nel 2009 una contrazione a due cifre percentuali, obbligando le multinazionali del settore a chiudere i siti produttivi piú obsoleti. Tuttavia, anche a prescindere dalla crisi, la chimica da petrolio non giustifica piú nuovi impianti di grande dimensione nei Paesi occidentali: si consideri, ad esempio, che nel 2010, il cash cost dell’etilene era di 761 €/ton da nafta in Italia e di 93 €/ton da etano in Medio Oriente (dati Chemsystem): un dato che spiega la crescita esponenziale di impianti “a bocca di pozzo” che ha caratterizzato gli ultimi anni e che conferma la necessità di ricostruire la competitività delle industrie italiane, e piú in generale europee, su basi completamente diverse.
La via che l’UE ha scelto di percorrere, adottando nel febbraio 2012 una Strategia sulla bioeconomia, è quella di indirizzare la propria economia verso un piú ampio e sostenibile utilizzo delle risorse rinnovabili.
Ma affinché la bioeconomia rappresenti davvero uno strumento per consentire ai territori di tornare a essere competitivi è necessario che l’Europa punti su settori trainanti ad alto potenziale, che utilizzino al meglio la biodiversità locale e permettano di avere un vantaggio competitivo rispetto ai grandi player globali.
Paesi come il Brasile, la Cina e gli Stati Uniti stanno investendo moltissimo, anche in termini di incentivi e sussidi pubblici, nello sviluppo di bioraffinerie dedicate alla produzione di biocarburanti; questo offre all’Europa una grande opportunità: quella di focalizzare risorse e investimenti nel settore, altamente strategico, dei bioprodotti a piú alto valore aggiunto e delle tecnologie avanzate che utilizzano fonti rinnovabili, con l’obiettivo di trovare soluzioni di sistema a specifici problemi ambientali. In questo scenario, le bioraffinerie aventi come principale output prodotti ad alto valore aggiunto e biomateriali possono rivestire un ruolo fondamentale nel rilancio del comparto chimico e possono far prefigurare la rivitalizzazione di tanti siti produttivi attualmente in grande difficoltà, declinando un modello di bioeconomia lungimirante in grado di coinvolgere il territorio in un processo di innovazione, e che riporti in Europa la produzione di materie prime a costi competitivi e con benefici ambientali e sociali.
L’Italia ha avuto un grande sviluppo nel settore chimico fra gli anni Trenta e Ottanta, grazie soprattutto a Montedison e ai risultati delle grandi innovazioni di Giacomo Fauser, per il processo dell’ammoniaca e di Giulio Natta, per la scoperta del polipropilene; negli anni Novanta, tuttavia, gran parte degli impianti Montedison sono stati acquistati da multinazionali estere senza prevedere futuri sviluppi e investimenti sul suolo nazionale.
Ad oggi i grandi siti chimici ricompresi nell’àmbito dell’Osservatorio Chimico Nazionale sono tutti sostanzialmente in crisi; con un tessuto industriale rappresentato per lo piú da aziende di dimensioni molto piú piccole del passato e molto specializzate. Oggi le imprese del settore chimico italiano, senza la forza propulsiva e strategica dei produttori di materie prime sul territorio, vedono ridursi la propria innovatività e soffrono di fronte alla competizione a basso costo derivata dalla delocalizzazione dei siti produttivi in Asia e Medio Oriente, con conseguenze inevitabili sull’occupazione e sulla conseguente necessità di attivare  ammortizzatori sociali che permettono di gestire situazioni altrimenti critiche dal punto di vista sociale, ma non aiutano a spingere realmente quei settori in grado di rilanciare la competitività.
L’Italia, piú di altri Stati, ha bisogno quindi da súbito di tecnologie innovative non legate al petrolio, che possano giustificare nuovi investimenti e, possibilmente, la riconversione degli attuali siti chimici nazionali. Ed è qui che la bioeconomia, la ricerca di nuovi modelli di economia di sistema, le produzioni a basso impatto e le risorse rinnovabili possono rappresentare dei driver importanti per rivitalizzare la chimica in chiave ambientale.
Il punto di partenza per lo sviluppo di una strategia nazionale dovrebbe essere una base solida fornita da casi di studio dimostrativi, che diano prova di essere vitali e sostenibili, e che fortunatamente in Italia hanno già cominciato a delinearsi. Tali casi di studio dovrebbero essere considerati come un modello da cui sviluppare politiche in sinergia con le aree locali e le loro specificità, per concentrarsi, come già sta avvenendo a livello europeo, su prodotti ad alto valore aggiunto e sull’impiego a cascata della biomassa. Applicando diversificate innovazioni ambientali con una regia complessiva, volta a promuovere l’agricoltura sostenibile e le bioraffinerie integrate, l’imprenditorialità diffusa, l’economia della conoscenza, l’attenzione per la tradizione culturale locale e per le qualità paesaggistiche, i siti chimici nazionali potrebbero quindi diventare una formidabile opportunità di ridisegno di sistema e di sviluppo di qualità, spingendo una stretta collaborazione tra attori pubblici e privati, improntata alla trasparenza, per creare l’humus necessario di uno sviluppo davvero inclusivo, capace di coinvolgere i cittadini tutti.

Dai prodotti ai sistemi: novamont e il suo modello di bioraffineria integrata

Novamont nasce nel 1989 come Fertec (Ferruzzi Ricerca e Tecnologia), centro di ricerca strategico del gruppo Montedison avente lo scopo di integrare chimica e agricoltura in una logica di sostenibilità ambientale: un grande progetto di Raul Gardini, con l’obiettivo di creare un ponte tra due mondi fino a quel momento completamente separati, quello delle materie prime agricole e quello delle tecnologie chimiche. In seguito alla crisi della Montedison, Fertec diviene Novamont e continua a sviluppare il progetto originario per la ricerca di nuove strade attraverso l’utilizzo di fonti rinnovabili, concentrandosi in particolare sulle bioplastiche.
Con la sua pioneristica attività di ricerca, Novamont ha sempre lavorato nella direzione di un sistema conservativo e inclusivo, che oggi fa dell’azienda un caso studio nel campo della bioeconomia. La sfida iniziale è stata quella di sviluppare bioplastiche a basso impatto, con l’ottica di risolvere alcuni problemi ambientali connessi con il fine vita, che andassero molto oltre il nuovo materiale sviluppato. Novamont ha cosí messo a punto un’innovativa gamma di materiali insolubili, con proprietà meccaniche, processabilità e comportamento d’uso molto simili alle plastiche tradizionali, in grado, però, di biodegradare come una buccia di mela in pochi giorni insieme al rifiuto alimentare in compostaggio o nel suolo o in altri ambienti.
Questa ampia famiglia di bioplastiche, commercializzata a livello internazionale con il marchio “Mater-Bi®”, presenta quindi caratteristiche originali, che permettono di ripensare interi settori applicativi in una chiave di minore impatto ambientale, in cui i prodotti possono contribuire in modo tangibile ad un uso efficiente delle risorse, secondo un approccio progettuale che privilegia l’inserimento di un prodotto all’interno di sistemi ambientalmente compatibili piuttosto che la sostituzione toutcourt di tutti i materiali plastici tradizionali.
Per tale ragione, fin dai primi anni l’attenzione è stata quindi rivolta verso quelle applicazioni in cui la biodegradabilità e la compostabilità rappresentassero un valore aggiunto nel contesto del sistema circolare di produzione, utilizzo e recupero, e, intorno alle quali fosse possibile costruire, anche in questo caso, dei veri e propri casi dimostrativi. Si pensi, ad esempio, ai sacchetti biodegradabili e compostabili, che possono essere riutilizzati per la raccolta dell’umido ed essere smaltiti insieme a quest’ultimo, migliorando la qualità del compost che viene prodotto; ed è anche il caso dei prodotti per catering “contaminati” da avanzi di cibo, in cui l’utilizzo del Mater-Bi® semplifica le operazioni di smaltimento post consumo, riducendo in modo considerevole i costi industriali di gestione poiché le stoviglie monouso, grazie alle loro caratteristiche di biodegradabilità e compostabilità, possono essere avviate al compostaggio con i residui organici, riducendo in modo considerevole l’impatto ambientale rispetto ai rifiuti non riciclabili.
Negli anni, Novamont è stata inoltre un incubatore di nuovi progetti, che le hanno permesso di estendere e approfondire le proprie competenze ampliando la gamma di tecnologie proprietarie e i confini delle applicazioni, e di dotarsi delle tecnologie necessarie per l’integrazione a monte che sono alla base della bioraffineria. La bioraffineria Novamont è completamente integrata nel territorio e dedicata primariamente alla produzione di prodotti ad alto valore aggiunto (come bioplastiche e chemicals) a partire da molteplici materie prime locali (scarti o colture dedicate) nel pieno rispetto della biodiversità, adottando un approccio a cascata nell’uso della biomassa, integrando una gamma ampia e crescente di tecnologie e impianti, offrendo un’opportunità per utilizzare aree marginali e rilanciare siti deindustrializzati e producendo energia da “scarti” grazie a tecnologie a basso impatto che la reimmettano nel sistema.
Come si accennava, l’Italia può essere un luogo ideale per sperimentare questo tipo di approccio virtuoso: Novamont lo sta traducendo in realtà a Porto Torres (SS) con Matríca (JV al 50% tra Novamont ed ENI Versalis), attraverso la riconversione di un sito chimico industriale dismesso in una bioraffineria integrata. Ciò sta comportando la costruzione di impianti primi al mondo nel settore degli intermedi per bioplastiche biodegradabili, biolubrificanti e additivi per gomme a bassa resistenza al rotolamento, nonché di una filiera agricola in fase di sperimentazione con colture pluriennali come il cardo, in terreni non irrigui, con problemi di desertificazione e di alta salinità. Si sono inoltre attivate molteplici collaborazioni a livello di centri di ricerca, mondo accademico, agricolo, industriale e ambientale per capitalizzare il patrimonio di conoscenze su colture e prodotti locali al fine di una integrazione forte della bioraffineria con il territorio.
Si tratta di un progetto ambizioso che vuole dimostrare la capacità di rivitalizzazione di un’area colpita dalla crisi mettendo in atto un nuovo modello di sviluppo economico, che riparta dalla biodiversità locale e dall’applicazione dell’economia della conoscenza per attivare un processo di innovazione incrementale indotta che orienti lo sviluppo e coinvolga tutti gli interlocutori.
Le bioraffinerie di terza generazione si basano infatti su un approccio di forte collaborazione multidisciplinare con il mondo agricolo, con quello della ricerca e con le istituzioni locali, in cui il territorio diventa un laboratorio capace di assorbire processi di innovazione sistemica e di aumentare cosí le potenzialità di crescita per l’intera collettività.
Il nuovo modello di bioraffineria offre grandi opportunità non solo per riconvertire siti industriali dismessi ma anche per rafforzare la leadership delle industrie europee nel campo dei bioprodotti ad alto valore aggiunto quali biochemicals, biolubrificanti, biofillers, etc.
Matríca ne è un esempio, insieme al sito dismesso di fermentazione appartenuto ad Ajinomoto ad Adria (RO), che, grazie ad una JV contrattuale tra Novamont e la società statunitense Genomatica, sarà riconvertito nella Piattaforma Biotecnologica Novamont, primo impianto al mondo dedicato alla produzione industriale di Butandiolo (BDO) da fonte rinnovabile. Si tratterà del primo grande progetto di biotecnologie industriali in Italia, inizio di un’importante piattaforma biotecnologica che vedrà coinvolti per diversi aspetti grandi e piccoli player dell’industria italiana e che assorbirà da subito personale altrimenti in mobilità.

Le bioplastiche biodegradabili in Italia: un esempio di economia di sistema

Le bioplastiche biodegradabili e compostabili e gli intermedi chimici di origine rinnovabile rappresentano quindi un esempio di economia di sistema, in quanto permettono di ridisegnare interi settori applicativi, incidendo sulla modalità di produzione delle materie prime, sulla verticalizzazione di intere filiere agro-industriali, sul modo di usare i prodotti e di smaltirli: esse costituiscono quindi un potente caso dimostrativo di sviluppo sostenibile e di crescita culturale, di esempio anche per altri campi. L’intensificazione negli anni di investimenti e attività di ricerca e sviluppo nel settore delle bioplastiche, congiuntamente all’attuazione di adeguate politiche ambientali in settori chiave quali la raccolta differenziata, ha infatti permesso di creare nel nostro Paese una rete di collaborazioni tra gli stakeholder di tutta la filiera, dall’agricoltura alla gestione dei rifiuti, e di promuovere in questo modo nuovi modelli di sviluppo.
Gli investimenti da parte privata sul territorio sono stati molti negli anni, sia a livello di ricerca che di impianti, tanto che oggi il Paese dispone di tecnologie in fase di avanzata industrializzazione o di sviluppo. Esiste inoltre una rete di imprese nel settore delle macchine e della trasformazione dei prodotti in plastica, a rischio di ridimensionamento, senza la spinta dell’innovazione sulle materie prime. In Italia è presente anche un sistema bene organizzato di raccolta differenziata del rifiuto umido, in grado di generare compost di qualità (humus per il terreno) e che permette di smaltire in modo corretto prodotti usa e getta di basso spessore, inquinati da scarti alimentari e a loro volta inquinanti del rifiuto alimentare, qualora realizzati con bioplastiche. Si tratta di applicazioni che rappresentano fino al 30% dell’uso totale delle plastiche.
Infine, come evidenziato anche dal volume “Bioplastics: a case study of Bioeconomy in Italy” pubblicato all’inizio del 2013 dal Kyoto Club (organizzazione no-profit che dal 1999 raccoglie imprese, enti, università, associazioni e amministrazioni locali impegnati nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas-serra in sintonia con gli obiettivi assunti dal Protocollo di Kyoto e con il pacchetto europeo clima-energia 2020), va sottolineato che nel nostro Paese si sono inoltre innestate lungimiranti misure che, incentivando la produzione e l’utilizzo di prodotti biodegradabili da materie prime rinnovabili, hanno potenziato i già importanti investimenti in atto in tecnologie innovative e bioraffinerie, e stanno generando ricadute positive per l’intera società in termini di riduzione dei rifiuti, di maggiore qualità delle frazioni raccolte, di introduzione di criteri di sostenibilità nelle scelte di consumo dei cittadini, di minori rischi ambientali.
L’efficienza delle risorse e l’accelerazione di domanda di materiali in bioplastiche rappresentano quindi una vera e propria opportunità anche dal punto di vista economico, capace di incentivare investimenti sul territorio, salvaguardare l’ambiente e allo stesso tempo di rilanciare la crescita e creare nuova occupazione, facilitando la creazione di filiere industriali di dimensioni significative, che coinvolgono industrie italiane ed europee, e generando una serie di conseguenze positive per ambiente e società.
Nel sito di Terni di Novamont, per esempio, tra il 2011 e il 2012 si sono costruite tre nuove linee industriali di amido complessato, e nel 2011 si è avuto un aumento di posti di lavoro del 26%. A Porto Torres, Matríca ha iniziato a investire 450 Ml Euro in impianti tutti collegati alla filiera bioplastiche e gomme, con un impiego stimato a regime di circa 690 addetti (tra assorbimento di precedenti posizioni e l’assunzione di nuove professionalità). Inoltre, aziende straniere come Roquette (Francia) e DSM (Paesi Bassi) hanno deciso di produrre intermedi biochimici per bioplastiche in Italia: si tratta di finanziamenti completamente privati, che danno impulso all’occupazione e che contribuiscono a rafforzare la posizione del nostro Paese nel settore delle risorse rinnovabili. Va inoltre evidenziato che i produttori di film e sacchi biodegradabili e compostabili in Italia nel 2011 hanno aumentato l’occupazione del 3%, hanno ricominciato a investire in ricerca e in nuove macchine, occupando direttamente circa 500 persone (piú della metà degli occupati nel settore, secondo un recente studio di Plastic Consult) e hanno iniziato a esportare i loro bioprodotti.

Supportare la bioeconomia per rilanciare la crescita del Paese

L’Italia dimostra quindi di essere uno dei Paesi piú vitali nel settore della bioeconomia: ad oggi disponiamo di tecnologie pronte al salto di scala e di posizioni di leadership tecnologica sfruttabili fin da subito, coperte brevettualmente, riconosciute a livello europeo, con impianti produttivi appena costruiti o in via di costruzione.
Il “caso studio” italiano di bioeconomia rappresentato dal settore delle bioplastiche sta dando risultati importanti ed è osservato con interesse dai principali player globali. La sfida della politica è trasformare casi di eccellenza come questo in opportunità per il territorio, non necessariamente attraverso un significativo impegno economico, ma con innanzitutto un notevole sforzo di indirizzo di medio-lungo periodo. Il settore pubblico ha cominciato a rendersi conto di queste potenzialità, promuovendo iniziative quali il recente Cluster Tecnologico Nazionale della “Chimica Verde”, approvato dal Ministero della Ricerca, ma per cogliere appieno la straordinaria opportunità offerta dalla bioeconomia è necessario che il nostro Paese presenti, ma soprattutto implementi, una strategia globale in grado di coprire tutta la filiera, dal settore agricolo alla diffusione nel mercato, tenendo in considerazione le diverse specificità agro-economiche e il potenziale di ogni regione. Tale strategia dovrebbe partire dai virtuosi casi studio già in atto e considerarli come un modello, e dare vita a un rigoroso sistema di standard e di etichettature a cui conformarsi. In altre parole, l’Italia ha bisogno di incoraggiare la creazione di una bioeconomia basata non sulle sovvenzioni ma sulle applicazioni all’avanguardia, che rispettano standard rigorosi e che possono contribuire ad abbassare la pressione sulle limitate risorse del pianeta.
Novamont continua a evolversi nel campo della ricerca e dei modelli di innovazione: oggi l’obiettivo è quello di riuscire a diventare un catalizzatore dello sviluppo del Paese in questo settore, realizzando completamente il modello di bioraffineria integrata nel territorio in partnership con il mondo agricolo, industriale, istituzionale e accademico. La speranza è che la nostra esperienza sia di supporto anche alla definizione di strategie di sviluppo del Paese nel settore delle materie prime rinnovabili, attraverso la valorizzazione del protagonismo dei territori e delle loro peculiarità locali, insieme a un’evoluzione legislativa che riconosca l’importanza strategica dei prodotti ad alto valore aggiunto e di applicazioni finali di nicchia che permettano, come già avvenuto nel caso dei sacchetti biodegradabili e compostabili, di fare leva su grossi investimenti privati e di dare slancio allo sviluppo di filiere locali.
Solo cosí potremo rilanciare la crescita del Paese e nel contempo assistere all’affermarsi di nuovi modelli di consumo e di smaltimento piú sostenibili, favorendo quella crescita culturale ed economica che porta alla creazione di una società piú matura, rispettosa delle risorse, tollerante e democratica.

Catia Bastioli
Amministratore delegato Novamont, Novara

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