Imprenditori del proprio presente: la longevità è risorsa civile

Ernesto Burattin, Direttore Generale OIC, Padova


 

 

Siamo ancora in piena crisi: lavorare è difficile; trovare lavoro è una fatica incredibile; la fascia di quanti hanno lasciato il lavoro, perché anziani, si fa sempre piú ampia.
A margine della crisi del 1929, John Maynard Keynes, nel 1933, diceva: «Il capitalismo decadente internazionale, ma individualistico, nelle cui mani ci siamo trovati dopo la guerra non è un successo, non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene quello che ha promesso; in breve, non ci piace e stiamo anzi cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci domandiamo che cosa dobbiamo mettere al suo posto siamo estremamente perplessi».
Nel libro “Il mondo come lo vedo io”, nel 1934, il piú importante fisico e scienziato dello scorso secolo Albert Einstein scrisse: «Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la piú grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato: chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà violenta il suo stesso talento e dà piú valore ai problemi che alle soluzioni. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie d’uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro per cambiare. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa che è la tragedia di non voler lottare per superarla».

Il senso vero del lavoro

La vera questione sta dunque nel rimettere al centro il significato del lavoro. In tutte le epoche di incertezze, di sconvolgimenti e di crisi, la ricostruzione della “città” non è venuta solo dall’alto. È venuta anche dalla paziente e amorosa cura delle relazioni, attenta alla concretezza dei bisogni, cosciente della strutturale interdipendenza che lega gli uomini tra loro.
Oggi, ancor piú, siamo chiamati a un simile lavoro creativo, in quanto è il lavoro a cambiare la realtà. Lavorare in modo passivo e rassegnato, aspettando la soluzione dei problemi dai meccanismi sociali, accentua le disuguaglianze, approfondisce le fratture tra le generazioni.
C’è dunque un’emergenza educativa anche nel lavoro. Il lavoro esplica la sua potente azione di costruzione del reale, non solo nella sua dimensione oggettiva, ma nel significato che il lavoro ha per la persona. Occorre pertanto un’educazione alla dimensione soggettiva del lavoro. È il lavoro che accresce la “libertà da” (dall’ignoranza, dal bisogno, dalla solitudine, ecc.) grazie alla “libertà di” (di iniziativa, di impegno, di darsi da fare,  di giocarsi i propri talenti, ecc.) aprendosi alla “libertà per” (l’altro nella relazione orizzontale, Dio nella relazione verticale). Ciascuno è imprenditore del proprio agire, non solo nel tempo dell’età produttiva, ma anche dopo, da anziano.
L’approccio al “lavoro come dono” dà un senso alto alle proprie capacità professionali: indipendentemente dal livello, dalla mansione, dalla scala gerarchica, si va oltre gli aspetti contrattuali definiti tra prestazioni e corrispettivi, per implementarsi di valenze qualitative sempre migliorabili. Il lavoro, ancor piú per chi è credente, è il mezzo donato all’uomo per continuare il progetto di creazione, mettendo a frutto l’intelligenza, la manualità, la ragione, lo studio, la sensibilità, cioè i “talenti”, con i processi di formazione e di applicazione.
Il lavoro come dono realizza, infatti, tre dimensioni: a) è bene economico, perché produce risorse; b) è bene relazionale, perché sviluppa rapporti interpersonali; c) è bene comune, perché la realtà dove avvengono queste trasformazioni è preziosa per la società intera, che la considera patrimonio comune. Ecco l’approccio aggregativo dell’impresa che supera le separatezze e le specializzazioni che dividono. Occorre considerare il lavoro come mezzo di promozione dell’uomo che può progettare infrastrutture di coesione sociale.

La longevità cambia la vita

In questa azione di promozione, l’allungamento dell’età della vita è provvidenziale. E questo lo posso dire partendo dalla mia esperienza di Direttore generale della Fondazione Opera Immacolata Concezione: una intrapresa non profit che accoglie, in nove centri del Veneto, oltre 2.200 ospiti anziani non autosufficienti presi in cura da quasi 1.600 operatori.
Il nostro impegno è quello di capovolgere il paradigma della longevità dall’assistenzialismo e farla intendere come risorsa civile e umana: l’allungamento dell’età della vita può rendere migliore la società. Le persone longeve hanno maturato, nel trascorrere dei decenni, il significato vero da dare alle cose e agli eventi, accumulando esperienze che via via chiariscono motivazioni e prospettive del senso della vita; hanno acquisito disponibilità di tempo liberato dagli impegni propri della seconda età, con la voglia di impiegarlo per obiettivi non superficiali ma di sostanza; si sentono protagonisti di un’avventura esistenziale ricca di storia da “narrare”, per trasmettere a chi è piú giovane l’entusiasmo con cui affrontarla: il vigore donativo nel rapporto nonno-nipote ne è esempio universale.
Si addice quindi a loro il ruolo di “produttori di relazione”, un ruolo consequenziale e importante perché la relazione è il bene che piú scarseggia in una società egoista e frammentata e diventa prezioso oltre che in sé, anche perché i longevi lo producono scevri da condizionamenti mercantili.
La loro ”offerta di relazioni” assume pure positivamente una consistenza temporale lunga, in quanto si proietta potenzialmente per due/tre decenni, pieni, dopo la cesura del pensionamento. Quando poi il peso degli anni si fa maggiormente sentire e si entra in situazione di non autosufficienza, la dinamica non è quella sanitaria del guarire, ma del prendersi cura, del far star meglio, finalizzandola alla dimensione del “ben-essere” per quanto possibile. Una dinamica che risponde, seguendolo con rispetto e con attenzione, alla  implicita “domanda di relazione” proveniente da chi non è piú autonomo. Questa domanda è altrettanto qualificante e preziosa in quanto espressione della cultura del limite e del suo superamento. «Riesco a superare i limiti delle mie ormai ridotte capacità funzionali se Tu, se Voi, mi considerate ancora persona e non numero, magari spingendo la mia carrozzella, parlandomi a voce alta, ascoltando i miei racconti, prendendomi per mano, …». L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare.

Fatti per entrare in relazione

Queste offerte e domande di relazione, preziose e qualificanti, richiedono – come dimostra la storia dell’OIC in oltre mezzo secolo –  la concretezza della contestualizzazione. Un contesto di Centri Residenziali dove a fianco di strutture adibite ad accogliere anziani autosufficienti e non, ce ne sono altre dedicate – in collaborazione con l’ULSS 16 – al post acuzie ospedaliero, all’hospice, agli stati vegetativi, al NAISS, al SIO, alla riabilitazione (il tutto con le migliori attrezzature e infrastrutture impiantistiche), perché anche queste situazioni richiedono relazione, oltre che competenze.
E poi un Polo di Formazione dove preparare i collaboratori all’eccellenza professionale e umana, dove offrire ai longevi attivi motivanti percorsi nel riprogettarsi al fine di essere protagonisti e non subalterni nella terza età. E poi presídi intergenerazionali, come il Centro Infanzia “Clara e Guido Ferro” e il Museo Veneto del Giocattolo. Ancora, poi, presídi culturali fatti di concorsi, convegni, manifestazioni tematiche, ricerche; presidi religiosi con traiettorie spirituali di trascendenza; presidi sportivi e ludici, per diffondere momenti comunitari di serenità. Ecco il Civitas Vitae. Un contesto che, per quanto già realizzato, consente ora di avanzare le frontiere verso il Distretto di Cittadinanza, favorendo il passaggio dall’io al noi. E ciò per superare la crescente spirale egocentrica di cui siamo prigionieri e che, anche in nome e sull’onda di un orgoglioso soggettivismo etico, ha corroso e corrode tutte le tradizionali forme di integrazione sociale (dalla famiglia alle comunità locali, agli organismi di rappresentanza, alle stesse istituzioni) lasciando i singoli isolati nella sfida del costruire “i propri destini personali”.
C’è in tale fenomeno un grande e storico processo di liberazione e valorizzazione dei diritti, delle libertà, delle potenzialità dell’individuo. Ma c’è anche tanto relativismo morale che riduce pericolosamente i valori collettivi (di solidarietà, di Bene Comune, di quel diritto naturale fondato sull’interdipendenza del genere umano).
E c’è soprattutto il fatto che il singolo viene lasciato solo di fronte alla fatica di costruirsi un destino. Tutto è suo (il corpo, il lavoro, il sesso, il tempo, lo sfizio, il compagno/coniuge, ecc.), quasi fosse lui il principe di questo mondo; ma i risultati di simile autoesaltazione non sono quasi mai aderenti alle attese. Da qui i disagi psichici di depressione e di isolamento; da qui le devianze alla ricerca di esperienze di limite (dalla droga alla violenza); da qui l’erratica aggressività di chi vive all’interno, come un’enclave, del proprio panorama personale.
Non è bastato il supporto culturale che tutto il Novecento ha cercato di dare al “soggetto” (dalla psicanalisi all’ideologia) per evitare che esso rimanesse solo con le sue frustrazioni e la sua strisciante mancanza-domanda di senso. Non è bastato un sistema di welfare state che con il tempo ha assunto derive risarcitorie-burocratiche quasi implodendo in sé stesso perché incapace di promuovere le capacità di vita. Non è bastata l’assegnazione a figure professionali definite (dagli assistenti sociali, agli esperti in scienze della formazione e della comunicazione, agli psico-terapeuti e agli psichiatri, ecc.) del compito di intervenire/curare queste derive: le tendenze – condensate nella formula della emergenza educativa –  si sono ingrossate e diffuse, perché la specializzazione non risulta esaustiva. Anzi affievolisce il senso comunitario, tecnicizza la prossimità, che non c’è piú.
Il problema della proliferazione della soggettività individuale, che è la radice profonda della nostra inarrestabile frantumazione, non può essere lasciato allo spontaneo andare delle cose e alla sua trattazione sociologica o antropologica. Va affrontato con proposte concrete, fondamentalmente di “contesto”. La soggettività informa tutte le sfere comportamentali (familiare, personale, di consumo, di lavoro, di studio, di svago, di autotutela dei bisogni, ecc.) ed è quindi un fenomeno da assumere nella complessità di un “contesto aggregante” per cultura del servizio, per atmosfera di solidarietà, per domanda e offerta di relazioni capaci di senso, per flussi di collegamento intergenerazionale. Un contesto capace di entrare nella dimensione soggettiva attraverso la valorizzazione delle responsabilità verso sé stessi (con l’investimento sulle potenzialità residue, con il mettere in gioco i propri talenti, con lo stimolare le proprie vocazioni, con la reciprocità diritti/doveri, ecc. ecc.) e verso gli altri, con la spinta alla prossimità, per uscire dall’io ed entrare nel “noi”. Ecco il Distretto di Cittadinanza l’infrastruttura di coesione sociale. Ecco i “nonni del cuore in azione”.

Essere in relazione, mettersi a disposizione

Questa iniziativa vuole proprio cogliere la capacità e le potenzialità che i nonni hanno come persone e metterle a disposizione della comunità, per il “bene comune”, condividendole con le nuove generazioni (bambini e ragazzi).
Per i primi vale la pena ricordare la riscoperta della forza interiore, la capacità di accettarsi e di piacersi, la gratificazione, la manifestazione della propria libertà, la possibilità e il potere di determinare le proprie scelte, la possibilità di fare ciò che piace, la possibilità di coltivare le proprie passioni e i propri desideri, la capacità di raccontare la propria memoria e la propria esperienza agli altri.
Per i secondi è importante ricordare come i bisogni siano specifici per ogni fascia di età, possiamo menzionarne alcuni: per la fascia 3-6 anni, il bisogno di crescita e di indipendenza, di scoperta del mondo intorno a sé (sia della propria persona, sia dell’ambiente); per la fascia 6-10 anni, il bisogno di moralità, di sicurezza e di produttività (in particolare nel senso di sviluppo delle responsabilità, di distinzione tra bene e male, di rispetto dei tempi gioco/lavoro, nel sentirsi ascoltati); per la fascia 10-14, quello di identità (intesa come processo di identificazione/differenziazione che ha costantemente necessità dell’altro perché è solo nel riconoscimento dell’alterità che l’identità assume senso, il bisogno di intraprendenza e spinta giovanile, senso dei propri limiti, autostima, rispetto delle regole, ecc.)
Il fine di questa attività educativa è quello di preparare uomini, donne capaci di vivere con successo la globalizzazione con i propri valori, la propria libertà e la propria responsabilità. Durante il percorso i nonni trasmettono loro la capacità di riflessione, il ricordo, la pazienza, il coraggio verso il futuro, il perdono, la gratitudine, condividendo esperienze e fornendo un modello positivo per i giovani, mostrando queste capacità nei loro atteggiamenti.
Una peculiarità non secondaria di questi distretti all’insegna dell’apostolato civile è affermare anche il valore della gratuità non già fornendo prodotti e servizi di basissimo livello, ma promuovendo prodotti/servizi alti che incorporano il valore del partecipare, del darsi reciprocamente, del prendersi a cuore la sorte degli altri. Viviamo in un’epoca in cui l’allungamento dell’età anagrafica si è enormemente dilatato: non possiamo limitarci alla sfera tecnica del problema, ma dobbiamo interrogarci sulla sapienza provvidenziale di tale disegno e inserirlo creativamente in una visione piú armonica e avanzata della società.

I nuovi cenobi del sapere e dell’agire

Come nello scenario del Medioevo fu la disseminazione dei monasteri a incardinare i valori della civiltà europea e a trasmetterli ai posteri coniugandoli con il portato di altre culture significative, cosí i contesti dei Distretti di Cittadinanza possono assumere la funzione di cenobi del Ventunesimo secolo. Servono gli stessi ingredienti di allora, lo stesso spirito d’amore del progetto cistercense, lo stesso richiamo dell’uso evangelico dei beni materiali, lo stesso anelito di comportarsi da giusti e liberi.
Certo, la situazione oggi è molto piú complessa; l’ora et labora non si traduce in destinazioni minuziosamente regolamentate, ma diventa connessione che fa rete comunitaria a livello orizzontale e verticale, e si diffonde. Distretti del sapere e dell’agire ove l’esperienza si approfondisce e si amplia sia con la ricerca di risposte verso sé stessi, sia fornendo risposte nell’ascolto, nella relazione, nell’osservazione della realtà, lungo sentieri di cultura, nutriti dalla tensione dell’apostolato civile, modulati nelle forme della poesia, dell’arte, della bellezza, della natura, nelle forme dei numeri e delle tecnologie, nelle forme dell’educazione stradale, nelle forme piú operative del fare, del trasformare, del produrre.
Ciascuna di queste forme rileva, a partire dalla prima età, la grandezza dell’uomo e dell’universo e gli spiega un compito: una possibile chiamata personale per l’oggi e per il domani, un’attesa carica di speranza per il futuro che verrà e quindi una opportunità su cui investire.
Ecco il lavoro come strumento di promozione dell’uomo. Cosí la longevità offre uno spazio per cui si lavora e si cambia in meglio, e c’è meno bisogno di finanza. È un esempio concreto del rendere conto della speranza che alberga in noi cristiani.

 

Ernesto Burattin
Direttore Generale OIC, Padova

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