I diritti di madre terra: un nuovo modello di sviluppo per vivere bene tutti

Sergio Marelli, Esperto in politiche e relazioni internazionali, membro della delegazione FOCSIV/CIDSE a Rio+20


A vent’anni dalla storica conferenza sull’ambiente tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, le Nazioni Unite hanno deciso di riconvocare la comunità internazionale per valutare i progressi compiuti rispetto ai documenti, agli accordi e agli obiettivi fissati. La Convezione sul Clima, quella sulla Biodiversità, l’Agenda 21 sono senza dubbio i documenti piú importanti adottati vent’anni fa da tutti gli Stati e che hanno segnato, almeno sulla carta, un punto di svolta epocale.
Il mondo intero, allora, si era definitivamente persuaso circa la necessità di operare con urgenza e determinazione un cambio di rotta al fine di affrontare e contrastare i cambiamenti climatici e gli stravolgimenti ambientali conseguenti a uno sfruttamento indiscriminato, privo di scrupoli e irresponsabile delle risorse del pianeta. Purtroppo, sebbene in questi due decenni la situazione non sia affatto migliorata, piuttosto si è assistito a ulteriori aggressioni alle risorse naturali e a crescenti violazioni dei diritti fondamentali delle persone e delle comunità, la Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile (RIO+20) svoltasi nella stessa megalopoli brasiliana dal 20 al 22 giugno – è stato l’ennesimo buco nell’acqua o, per usare un linguaggio piú consono agli ambienti diplomatici, l’ennesimo compromesso al ribasso.
Ancora una volta la gravità dei problemi sul tavolo e l’urgenza imposta dalle drammatiche condizioni in cui vertono miliardi di persone e l’intero pianeta Terra non hanno riscontrato la responsabilità e la determinazione richieste a chi ha ricevuto dai rispettivi cittadini il mandato di esercitare un governo giusto, equo e preoccupato della salvaguardia e della promozione dei beni comuni, sia a livello nazionale come sul piano globale.

Quale modello di sviluppo?

Molti commentatori di diversa estrazione, che come me hanno seguito i lavori preparatori e poi quelli della Conferenza a Rio, hanno mostrato grande cinismo sposando la tesi dell’assuefazione all’infruttuosità dei negoziati internazionali. Da piú parti, infatti, già da settimane prima dell’apertura della sessione ufficiale si era decretato il fallimento della Conferenza e l’inutilità delle trattative assumendo un atteggiamento remissivo e rinunciatario. Le posizioni delle parti, va riconosciuto, anche alla vigilia dell’arrivo a Rio delle delegazioni dei 131 Capi di Stato e di Governo si sono confermate cosí distanti da razionalmente giustificare simili atteggiamenti. Ciò che al contrario toglie ogni scusante è la gravità dei problemi e delle questioni in ballo che avrebbe imposto qualunque tentativo pur di definire misure concrete per una loro soluzione.
Contrariamente ai luoghi comuni veicolati dalla poca stampa attenta allo svolgimento dei lavori preparatori e della Conferenza stessa, la finalità di Rio era la definizione del modello di sviluppo da proporre nei prossimi anni onde garantire la sostenibilità delle azioni umane nei confronti delle generazioni future e del pianeta Terra. Non solo, quindi, questioni riservate ai circoli ambientalisti piú o meno alternativi, quanto piuttosto problematiche che coinvolgono le politiche di sviluppo e le strategie di crescita economica dei prossimi anni.
Per questo, al di fuori di ogni polemica, sono stato tra coloro che hanno criticato la scelta del nostro Governo di affidare la responsabilità della delegazione italiana al Ministro dell’Ambiente Corrado Clini. Non di certo per la persona, alla quale non mancano certo le caratteristiche e le competenze richieste, quanto per l’evidente valutazione distorta in merito alle decisioni da assumere alla Conferenza: non per l’appunto unicamente inerenti l’ambiente o i cambiamenti climatici, ma anche attinenti al modello di sviluppo complessivo da promuovere in futuro. Prova ne è il fatto che, mentre Clini passava le ultime nottate a ridosso dell’apertura ufficiale dei lavori a negoziare il testo della dichiarazione finale, il Consiglio dei Ministri approvava a Roma il cosiddetto “decreto sviluppo” e le strategie di crescita economica del nostro Paese, quasi a voler lanciare un segnale di totale autonomia e di poca considerazione dei risultati dell’assise ONU.
O ancora, basti pensare a come, dopo il Vertice dei G20 di Los Cabos tenutosi pochi giorni prima di RIO+20, le grandi economie del pianeta, BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) compresi, abbiano deciso di convocare un vertice informale sulla crescita e la ripresa economica che ha impedito a Capi di Stato del calibro di Obama o di leader come il cinese Wen Jiabao di prendere parte alla sessione conclusiva a essi riservata a Rio, o che ha fornito loro l’alibi alla loro ingiustificabile assenza.
Sono elementi che danno conferma di come anche alla Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile si sia manifestata un’evidente crisi del sistema multilaterale al quale, da un certo tempo in qua, i Governi nazionali sembrano anteporre un pericolosissimo ritorno ai rapporti bilaterali che notoriamente si avvantaggiano dell’inefficacia dei negoziati globali. La legge del piú forte, viene da dire, sembra la strategia riaffermata dai grandi della terra che oggi annoverano nella loro compagine Paesi come Brasile e India sino a ieri parte e portabandiera del G77, il raggruppamento delle nazioni piú povere del mondo.

Non solo “greeen economy”

Ciò detto, sarebbe ingiusto non riconoscere il significativo contributo offerto dal Governo italiano in almeno due circostanze importanti per la “buona riuscita” della Conferenza o, quanto meno, per evitare il suo naufragio.
La prima, senz’altro, è stata la nomina del dott. Paolo Soprano, alto dirigente del nostro Ministero dell’Ambiente, a Vicepresidente del Comitato Preparatorio della Conferenza. A piú riprese nel corso dei numerosi incontri organizzati dal Governo e dalla società civile italiana ho avuto personalmente modo di apprezzare le sue qualità umane e professionali risultate fondamentali per gli esiti della Conferenza.
La seconda, si è avuta con l’opera di mediazione giocata dal Ministro Clini nella notte tra il 19 e il 20 giugno nei corridoi del Centro Congressi di Rio. La sera del 19, infatti, la presidenza brasiliana ha messo sul tavolo dei negoziati l’ennesima bozza di Dichiarazione finale nel tentativo di scongiurare un fallimento totale provocato dall’assenza di accordo su di un documento conclusivo condiviso.
Questa possibilità, dicevamo già in precedenza, era tutt’altro che remota date le posizioni manifeste dei gruppi di Paesi e dei raggruppamenti di interessi. Schematicamente, queste possono essere ricondotte a tre: in primis quella di UE, USA e Canada decisi a imporre la nuova ricetta di una crescita fondata sulla cosiddetta “green economy” (torneremo su questo delicato punto piú avanti); poi quella delle economie emergenti del gruppo dei BRICS trainate dai padroni di casa determinati a non accettare alcun limite imposto al consistente sviluppo avviato negli ultimi anni; infine, la posizione dei Paesi poveri rappresentati dal cosiddetto G77 inamovibili dall’ottenere, come pre-condizione per qualsivoglia accordo, i fondi necessari per poter adattare i loro processi produttivi ai nuovi standard ambientali e sociali e cosí contribuire alla mitigazione delle emissioni inquinanti che stanno uccidendo il pianeta Terra.
La possibilità che queste reciproche intransigenze e veti incrociati impedissero il raggiungimento di un accordo era assolutamente presente a 24 ore dalla Sessione Interministeriale e se all’ultimo si è comunque addivenuti all’adozione di un testo comune lo si deve, in buona parte, all’opera di mediazione operata da Clini.
Il Ministro, infatti, ha saputo trovare la giusta edulcorazione dei linguaggi, delle terminologie e soprattutto la condivisa evanescenza degli impegni in esso contenuti cosí da consentire il gradimento di tutte le delegazioni partecipanti. Va da sé che il prezzo pagato per questo relativo successo è stato l’approvazione di un documento assai inutile e sicuramente non all’altezza delle misure richieste dalla gravità dei problemi da affrontare. Un Documento il cui punto di sostanza fondamentale sta nella cosiddetta “green economy”. Presentata da moltissimi degli Stati leader come la panacea dei problemi da affrontare, l’economia verde è stata oggetto di aspre critiche da parte della maggioranza delle organizzazioni della società civile riunite nel Vertice parallelo denominato la “Cupula dos Povos” (Vertice dei poveri) appoggiate da buona parte dei Paesi in Via di Sviluppo con in testa quelli governati da esponenti dei popoli indigeni dell’America Latina come il boliviano Morales o l’ecuadoregno Correa. Ma dove sta il contenzioso celato, a detta di questi ultimi, dietro un cosí condivisibile concetto? Come poter contestare e contrastare uno sviluppo che in nome della sostenibilità impegna la politica a essere ambientalmente corretta? Come ancora criticare l’unico brandello di possibilità di affermare nell’opinione pubblica mondiale la necessità di comportamenti e stili di vita piú consoni con la limitatezza delle risorse naturali?

I Diritti di Madre Terra

Personalmente sono tra quelli che condividono le ragioni di chi, come ad esempio la totalità dei rappresentanti delle comunità indigene del Sudamerica accorse numerosissime alla Cupula dos Povos, ritiene la green economy il nuovo imperativo, politicamente corretto e maggiormente propagandabile, attraverso il quale camuffare le vecchie strategie, discriminatorie e sfruttatrici, del paradigma di sviluppo sin qui promosso.
Il punto, penso, sta proprio qui: senza una riconsiderazione drastica del modello di sviluppo fondato sulla crescita economica, sui consumi e sul consumismo, sullo sfruttamento delle risorse naturali, sulla negligenza dei diritti umani, sull’accaparramento e l’esaurimento dei beni naturali, non c’è green economy che tenga. Mettere pannicelli caldi o dare una facciata piú “verde” alle stesse pratiche sin qui adottate non porterà a nulla, o meglio, proietterà sulle generazioni future i costi esorbitanti e insopportabili di una ricchezza conseguita e goduta da quelle presenti. In tal senso va letta la proposta delle comunità e dei popoli indigeni avanzata alle Nazioni Unite di adottare una “Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra”.
Sicuramente provocatoria per le nostre culture occidentali e addirittura inquisitoria per le pratiche sin qui seguite anche da molte ONG impegnate in programmi di sviluppo, l’idea di considerare il pianeta un “soggetto di diritto” è senza dubbio interessante nella misura in cui promuove un cambio di mentalità e di approccio alla natura.
La sintonia e la comunanza di vita e di destino con le risorse naturali del pianeta, in effetti, è principio caro a uno dei “padri” della Chiesa come San Francesco. L’espressione cara al Santo, ma ancor di piú, la sua considerazione della simbiosi tra uomo e creato “con le sue creature” e l’uso dello stesso linguaggio oggi riproposto dagli indios latinoamericani quando evocano la “Madre Terra” con il rispetto e la devozione concessa a una sacralità, dovrebbe ricondurci all’essenzialità delle nostre azioni e ancor di piú alla responsabilità individuale che ognuno di noi detiene nei confronti dei beni comuni e delle risorse naturali.
Un cambiamento di approccio radicale dal quale muove la dura critica al nuovo mantra della “green economy” chiaramente evincibile dalla Dichiarazione finale della Cupula dos Povos adottata al Vertice alternativo di Rio.
Se inserita nel medesimo paradigma di sviluppo imposto negli ultimi decenni dalle economie sviluppate e dai grandi potentati economico-finanziari attivi a livello globale , l’“economia verde” altro non porta che a una nuova perniciosa mercificazione delle risorse naturali e a una piú subdola violazione dei diritti fondamentali delle persone e della Terra. Tesi, questa, alquanto avversata dai tantissimi che si avvalgono di sentenze generiche fondate sull’accusa di naiveté o di oscurantismo indirizzata a chi ritiene di poter pensare a uno sviluppo che non pone necessariamente la crescita economica come “la” finalità cui tendere per garantire benessere e prosperità all’umanità.
Forse anche per questo, faticano a prendere piede le alternative al PIL (Prodotto Interno Lordo) quale unico parametro di misurazione del “benessere” di una nazione. La proposta, ad esempio, di adottare il cosiddetto “buen vivir”, concetto maturato alla luce di una valutazione non solo econometrica della ricchezza individuale e collettiva, solo in questi ultimi tempi inizia a essere oggetto di discussioni e riflessioni.
Ma per non prestare il fianco a chi ancora pensa, e sono molti, che simili posizioni siano retorica ideologizzata meglio rifarsi a casistiche reali.
La produzione di agro-carburanti può essere sicuramente un’attività contemplata nel quadro delle energie alternative e ambientalmente sostenibili, quindi pienamente compatibile con la nuova “economia verde”. Peccato che nulla viene detto in merito alla pratica a essa associata dell’accaparramento di terre fertili nei Paesi dei Sud del mondo per la coltivazione di monocolture vegetali atte a fornire le biomasse richieste, il cosiddetto “land grabbing”, con la quale si sottraggono le migliori terre all’alimentazione umana e si contribuisce ulteriormente all’aggravarsi dello scandalo della fame nel mondo.
O ancora, il mercato dei certificati di credito delle emissioni nocive e inquinanti. Con la forza della loro ricchezza economica i Paesi piú ricchi, notoriamente i piú inquinanti, acquistano “quote” di CO2 non sfruttate da Paesi con ritmi di sviluppo inferiori all’interno dei limiti internazionali fissati per ogni nazione ai fini di ridurre le emissioni di gas inquinanti. Come a dire: pagando, chi se lo può permettere può continuare a mantenere i propri livelli di emissioni nocive non curandosi di come pratiche di questa natura allontanino definitivamente gli obiettivi chiaramente fissati dalla comunità scientifica internazionale per combattere i cambiamenti climatici – come il IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) che chiede una riduzione del 30% entro il 2020 e di ben l’80% entro il 2050 dei livelli di CO2 prodotti nel 1990.
L’elenco esemplificativo potrebbe essere arricchito con molte altre casistiche di palese contraddizione con comportamenti eco-compatibili e rispettosi dei diritti umani, quali l’impianto a terra dei complessi fotovoltaici per la vendita di energia solare; lo sfruttamento del lavoro minorile o indecente utilizzato anche in processi produttivi “green”; ecc. Una lista purtroppo al quanto lunga che però porta a un’unica considerazione generale: se la green economy, come facile, sarà la nuova via per mercificare e trarre profitto dalle risorse naturali e dai beni comuni, se essa non terrà in altissima considerazione la componente sociale dello sviluppo e il rispetto dei diritti di tutte le persone e di tutte le comunità, l’opposizione e la contrarietà ad essa sono piú che giustificate.

Giustizia, sostenibilità e future generazioni

La vera sfida, che Rio+20 non ha minimamente colto, è definire un nuovo modello di sviluppo che contemporaneamente consideri i tre pilastri fondanti il suo svolgimento: economico, sociale e ambientale. La disgiunzione di una di queste tre dimensioni intrinseche a un reale sviluppo sostenibile mina alla base ogni possibilità di costruire un futuro con il quale garantire alle prossime generazioni una vivibilità dignitosa sul nostro pianeta.
In questa direzione, e ancora a sottolineare la crisi di fiducia nei presunti risultati di RIO+20, si collocano due delle richieste emerse dalla Cupula dos Povos: una prima per la creazione di un “ombudsman per le generazioni future” e la seconda per l’istituzione di una Corte di Giustizia Internazionale per i reati ambientali. Sono due proposte, tra le altre, che ben mettono in evidenza un altro punto dolente della Conferenza: senza una governance globale adeguata, sarà difficile gestire il futuro del pianeta e trovare la corretta compenetrazione degli interessi intra e  inter generazionali. A questo riguardo, già nelle lunghissime fasi preparatorie della Conferenza e, in particolare, in occasione delle riunioni del Comitato Preparatorio e dei molti incontri di pressione nei confronti delle istituzioni internazionali e dei governi nazionali, le Organizzazioni di Società Civile hanno avanzato proposte e idee innovative e realizzabili.
Tra tutte, a mio parere, spiccano quelle inerenti alla trasformazione (upgrading) del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) in una vera e propria Agenzia ONU per le questioni ambientali con poteri e mandati parificati con le piú note agenzie specializzate del sistema onusiano come FAO, IFAD, OMS, ecc.; e la proposta di “promuovere” l’ECOSOC (Comitato Economico Sociale ONU) allo status di “Consiglio” che, al pari del Consiglio di Sicurezza in materia di questioni politiche, abbia mandato per poter interferire nelle situazioni di crisi economiche, sociali e ambientali.
Assetti istituzionali, insomma, che riconducano a un unico principio generale che, sebbene ampiamente dimostratosi come ineludibile, ancora stenta ad affermarsi: i problemi del nostro tempo hanno carattere globale e, quindi, la sovranità dei singoli Stati non può da sola né affrontarli né tanto meno risolverli. Solo regole certe, impegni vincolanti e responsabilità condivisa tra i Paesi e i Governi del mondo potranno proiettare uno scenario di vivibilità per chi dopo di noi prenderà il testimone di quel mandato assegnato a tutti gli uomini di buona volontà: salvaguardare il creato e dare dignità alla vita di ogni persona e di tutti gli abitanti la Madre Terra.

Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Saranno questi i presupposti necessari a definire gli orizzonti che la comunità internazionale si vorrà dare per il post 2015. Con l’avvicinarsi della scadenza degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) e vista la crescente consapevolezza delle gravi mancanze nel loro soddisfacimento, già alla Conferenza di Rio si sono poste le basi per un percorso con il quale individuare gli impegni futuri.
Le diverse proposte formulate, tra tutte al quanto interessante quella avanzata dal governo colombiano relativa all’adozione di Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) sostenuta da buona parte della società civile e da numerosi altri Paesi, saranno oggetto di un “Panel di Alto Livello” voluto dal Segretario Generale ONU al quale, per sua espressa volontà, parteciperanno anche rappresentanti di organizzazioni della società civile. Il compito di questo nuovo àmbito internazionale sarà quello di formulare i nuovi scenari da sottoporre alla valutazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, già nella sessione annuale del 2013.
Lo spiraglio aperto da questa prospettiva resta il vero risultato conseguito a Rio+20 che, in buona sintesi, se ha avuto un merito è quello di non aver definitivamente sepolto l’interesse e la ricerca per la sostenibilità futura del nostro vivere comune.
La speranza è che, da subito, si trovino la determinazione e la responsabilità che utilizzino al meglio il poco tempo rimasto prima che i problemi raggiungano un punto di non ritorno.

Sergio Marelli
Esperto in politiche e relazioni internazionali, membro della delegazione FOCSIV/CIDSE a Rio+20

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