Figli condivisi: accogliere senza “se” e senza “ma”, pronti a camminare insieme con totalità e flessibilità

Michela Rebellato e Luca Rinaldi, Casa Famiglia, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII


 

Nella famiglia un uomo e una donna scelgono di condividere la vita, con tutto ciò che essa riserva, ma soprattutto tutta la loro persona, non per un calcolo, ma per gratuità e di questa unità non solo i figli ne sono il frutto, ma anche tutti i bambini e le persone che di questa unità si nutriranno per diventare uomini.

Non si può far finta di non vedere

I bambini, tutti i bambini, sono un miracolo, un dono grande, sono parte di noi perché parte delle nostre radici, e allo stesso tempo rappresentano il nostro futuro e quello della società in cui viviamo, ci permettono di continuare a popolare la terra. Sicuramente in primis sono affidati all’amore e alla cura dei genitori che li chiamano alla vita e li accompagnano – talora attraverso un travagliato cammino – a diventare grandi. Ma essi sono pure figli di tutta la società, chiamata a crescere i propri figli.
Aiutare un bambino picchiato, maltrattato, abbandonato, che non ha trovato una famiglia che lo tuteli e lo ami in modo sano, prima di tutto è un gesto dovuto, è un atto prezioso e insostituibile; chiunque si fermerebbe a raccogliere un piccolo in queste condizioni se lo trovasse per strada, come allora non prenderlo con sé solo perché non lo si ha davanti, come si può fingere che non ci sia. Don Oreste Benzi diceva che non si può far finta di non sapere quando si è visto: e si è visto, tutti abbiamo visto di queste creature. Per noi e per la nostra famiglia è una scelta di vita poiché lo riteniamo un atto di giustizia: come può l’uomo lasciare morire da solo un altro uomo?
Dietro ogni “caso” si cela un nome, un volto, i suoi occhi, la sua storia, le sue ricchezze e i suoi tormenti, come non lasciarsi coinvolgere? Se toccasse a nostro figlio, magari per la nostra morte improvvisa, il nostro desiderio sarebbe che potessero vivere in una famiglia calda, in grado di ascoltare il suo cuore.
La scelta che abbiamo fatta ci chiede di metterci in gioco per mettere al primo posto le esigenze e le necessità del bimbo devastato da una situazione troppo dura. La paura iniziale di aprire la porta del proprio cuore e della propria casa all’estraneo è stata successivamente ripagata da una ricchezza di vita che non ha eguali perché siamo arrivati a condividere il nucleo, l’essenza dell’esistenza e questo è per noi un assaggio dell’amore puro che arricchisce chi lo dona e chi lo riceve. Come famiglia accogliente siamo partiti credendo di donare: in realtà abbiamo ricevuto, ed è gioia vera, anche sapendo che non è semplice ricucire le ferite che una famiglia dilaniata lascia addosso a questi piccoli.
L’affido ha contribuito alla nostra crescita umana e continua a rinforzare e rinsaldare i vincoli d’amore tra la nostra coppia, ci riporta continuamente alla motivazione iniziale e all’essenza della scelta del cammino condiviso.
Sono i poveri che segnano il passo: l’importante è mettersi in profondo ascolto e sintonia, imparando, con atteggiamento rispettoso e riconoscente. Cosí si sperimenta la pace, una pace speciale perché fatta di fatiche, sconfitte, momenti bui, ma anche forza acquistata in un cammino di crescita interiore straordinaria ed unica, un cammino nella giustizia e nella solidarietà vera.
La nostra scelta è quella di lasciarci determinare dal dolore e dalle necessità degli ultimi: questa è secondo noi la forza dell’amore. Abbiamo imparato nel nostro cammino che l’altro, prima o poi, non corrisponde piú all’immagine che si ha di lui e quindi mette in crisi, disturba. Allora è il tempo di pensare che quella creatura che abbiamo scelto è un dono piú grande della nostra misura, dentro questa avventura sappiamo e crediamo che ci sia qualcosa di buono, anche se la fatica non manca: ma “ci stiamo” perché ci interessa scoprire il bene che c’è.

“Mi fido e mi affido”

La dimensione dell’accoglienza non è un di piú rispetto all’identità della famiglia, è bensí una componente essenziale di un amore vissuto, la famiglia aperta all’accoglienza è il segno dell’amore accogliente verso ogni persona. Noi abbiamo maturato nel nostro percorso di coppia che due erano le strade possibili: o la nostra famiglia si ripiegava su sé stessa soffocando la sensibilità verso gli ultimi e i loro problemi o si acquisiva consapevolezza di una missionevocazione da spendere in toto.
Superando le preoccupazioni rispetto ai problemi concreti della vita (lavoro, tempo, spazi, difficoltà pratiche, limiti di salute), abbiamo intrapreso un percorso di crescita personale e familiare e abbiamo capito che la nostra famiglia non poteva che essere accogliente: diversamente ci sarebbe sembrato di andare contro la natura del sacramento che la fa essere un dono per la comunità e una testimonianza dell’amore che Dio ha per ogni creatura.
L’amore è per sua natura fecondo e la fecondità non si esprime soltanto con il coraggio di generare dei figli, ma con l’apertura del cuore fino a diventare famiglia per chi non ce l’ha, rigenerando i figli accolti nell’amore. Questa fecondità rigeneratrice la sentiamo come esigenza imprescindibile della consapevolezza del dono ricevuto.
L’accoglienza di una persona, della sua storia, della sua famiglia, del suo vissuto, delle sue ferite e delle sue gioie diventa ogni volta un viaggio stupendo e terribile, in cui è dato solo di poter viaggiare insieme, senza poter né capire, né determinare nulla. Lo sentiamo come un dono singolare di poter custodire con dedita cura una perla preziosa, per il tempo che ci è dato di custodirla, ringraziando e vivendo appieno il “qui e ora”.
Quello che desideriamo in questa immersione totale è essere veri: ci interessa vivere, non risolvere i problemi degli altri, ma esserci e continuare ad esserci, fianco a fianco in questo cammino, con la nostra spalla sotto la loro. La condivisione di vita ci insegna nel quotidiano cosa vuol dire voler bene, sapendo che il voler bene o si realizza in casa o non esiste.
Comunità civile: come si fa carico dei piú piccoli in difficoltà

Quando un piccolo bussa (alla porta dei Servizi sociali o di altre strutture di ascolto/accoglienza) e trova accoglienza generosa e gioiosa, quel momento diventa per lui motivo di speranza. Per la famiglia si apre un orizzonte nuovo che dilata i confini dell’amore e arricchisce il contesto delle relazioni familiari.
L‘avventura dell’accoglienza non riguarda soltanto la famiglia che accoglie e i Servizi sociali preposti, ma è un’avventura che contagia e coinvolge l’impegno della comunità civile intera. La disponibilità di una famiglia all’accoglienza è importante che maturi in un contesto di solidarietà con altre famiglie e assuma i contorni di un impegno di una comunità: allora, e solo allora, la famiglia è una risorsa sociale collettiva. È una storia di amore gratuito che aiuta la società a crescere nella cultura della condivisione e dell’accoglienza, che testimonia la potenza rigeneratrice della messa in campo delle proprie potenzialità, potenzialità che ogni relazione di amore racchiude.
Nell’affido quel che conta è la credibilità di chi lo vive. Questi diviene testimonianza vera: è chiamato a vivere in prima persona l’accoglienza di un bambino, di un ragazzo, di un portatore di handicap, di una mamma sola con la sua creatura, diventa proposta che si sa far riconoscere dal cuore delle persone e suscita altre disponibilità.
Abbiamo visto che quanto piú viene coinvolto chi sta attorno, compresi gli operatori sociali del caso, tanto piú i problemi si superano e le gioie aumentano. La famiglia sceglie di dare sé stessa a chi ne ha bisogno. Con l’esercizio della piena responsabilità genitoriale, i Servizi titolari della situazione collaborano per il loro specifico compito allo svolgersi di questa meravigliosa rinascita nell’amore gratuito di quella creatura devastata da una vita già cosí pesante, insieme a una società che diviene vigile e attenta e che nel contempo cresce in consapevolezza e altruismo.
Il sistema degli operatori che si muove intorno all’affido, promuovendolo, sostenendolo e monitorandolo fino alla fase di rientro del minore, vive, a sua volta, un evento critico che porta con sé una serie di ostacoli, soprattutto quando i casi di affido provengono da situazioni complesse. Ciò soprattutto per le difficoltà di tenere al contempo presenti sia i bisogni del bambino sia quelli della famiglia affidataria e della famiglia d’origine. Il focus sul bambino è l’unica guida nelle scelte di campo e deve esserlo per tutti gli attori coinvolti per affiancare quella vita.
Le istituzioni non sempre sono all’altezza del loro ruolo, le strutture possono essere inefficienti, dovrebbero tutelare i minori, ma talvolta se ne lavano le mani, e qui sta la nostra capacità di gridare per dare voce all’urlo di chi non ha voce. Lottare per un mondo piú giusto non è piú un’utopia, ma sentiamo che diventa forza che spinge, situazione per situazione, a superare ogni remora e a giocarci tutto, per un amore piú grande. Mettere tutto, anche le nostre miserie, al servizio di chi soffre, diventa risorsa: ciò che conta è dare voce a coloro che già sono stati vittime della crudeltà e dell’indifferenza della società, o peggio della complicità sione. L’obiettivo diviene ridare dignità a chi è entrato nel nostro cammino di vita. Quando tutto quello che ci è dato di capire lo abbiamo messo in campo a favore di questi ultimi, tutto quello che era chiesto a noi l’abbiamo fatto, con la consapevolezza che non salviamo il mondo ma sicuramente non ci risparmiamo: e in quel momento arriva la pace del cuore.

Quale relazione con figli non propri?

La famiglia d’origine è sempre molto importante – anche non ci fosse fisicamente, anche fosse sconosciuta -, perché accogliere significa aderire a tutta la realtà della persona che si accoglie e la realtà è fatta anche della sua famiglia. Amare senza pretesa, legarci affettivamente senza possedere, vivere con intensità e con gratuità il presente, riconoscendo che non sappiamo mai, neanche per i nostri figli, quale sarà il futuro.
Rispettare appieno le radici di chi arriva: questa è la relazione. In questa relazione si deve sempre considerare che il bambino in affido è un figlio condiviso, per un minore in affido l’esperienza sulla sua pelle è di avere due famiglie contemporaneamente, la consapevolezza che questo tempo di doppia appartenenza è una ricchezza, perché qualcuno ha avuto il coraggio di aiutarlo nel tempo della difficoltà. Amare e rispettare quel figlio con tutto il bagaglio del suo vissuto precedente: questa è la qualità d’amore che salva la vita e permette il cambiamento del destino di una vita orfana di amore.
A volte ci chiediamo perché i nostri figli hanno tutto, mentre ci sono bambini soli, privi delle cure degli adulti, orfani della protezione del mondo adulto, trascurati, invisibili, abbandonati da genitori egoisti, che pure non hanno chiesto di venire al mondo, dove però alla responsabilità di averli generati alla vita, non corrisponde la disponibilità a morire un po’ a sé stessi per un amore piú grande, per potergli permettere di sbocciare per quello che sono. Questo compito spetta a noi adulti, genitori e società ed è cosí che le nuove generazioni si educano a questo sistema di spontanea interazione e condivisione. Gli stessi figli rigenerati che sperimentano questa possibilità di riscatto lo trasmettono a chi è loro vicino e aiutano anche i figli di chi accoglie a comprenderne il sommo valore al di là delle fatiche sperimentate.
L’affido può essere anche difficile, i figli possono diventare insofferenti verso chi arriva, gli accolti non riescono a integrarsi, manca l’empatia, per nulla scontata, peraltro, ma i piccoli segni d’amore verso tutti i membri della famiglia educano all’attenzione all’altro e questo, a nostro avviso, di questi tempi, è un necessario dono educativo per una futura vita matura e responsabile dei nostri figli, per tutti i figli.
Come in ogni situazione, l’entusiasmo iniziale finisce: non sempre le cose vanno come si pensa, anzi, mai si incontrano le difficoltà ipotizzate, bensí arrivano quelle non calcolate, e allora bisogna rimodulare la complessità della scelta, ripescare i punti di forza, rileggere l’esperienza in chiave positiva, ricaricare le batterie e riscegliere nella quotidianità quella possibilità di esserci e di spendersi. Accogliere qualcuno in casa non è facile, perché entra nell’intimità della famiglia: la sensazione è che la tua vita abbia
diventa pubblica, ti senti osservato, e si peregrina ogni giorno per tentare di ripristinare un nuovo equilibrio, si provano sentimenti quali speranze e delusioni, entusiasmi e indignazioni, ma sicuri che la famiglia tutta può essere sempre piú arricchita d’amore. Si deve essere elastici, rompere gli schemi, lasciarsi determinare, sostanzialmente crescere assieme ai figli, se ci sono. A tutta la famiglia è richiesta una notevole flessibilità e capacità di adattamento, una famiglia che di fronte ai momenti critici e difficili sappia riorganizzarsi ripristinando gli equilibri in maniera evolutiva.
Colui che entra in casa certamente sente il bisogno di essere accettato cosí com’è, ma anche i tuoi figli, tuo marito, tua moglie. Accettare una persona cosí com’è non vuol dire giustificarla, vuol dire prenderla riconoscendo di essere in un cammino condiviso di un pezzo di strada e assieme scegliere di rispondere per sé e per lei.

Famiglie in relazione aperta

La famiglia multiproblematica, sia essa deviante, emarginata, disadattata, che non riesce a tutelare gli equilibri psicologici e comportamentali dei propri figli, crea in loro un disagio esistenziale che rischiano di portarsi dietro poi per tutta la vita. Queste famiglie hanno in sé elementi di protezione e di rischio e il loro oscillare crea un circolo vizioso difficile da rompere e il figlio li assorbe tutti, diventano il suo bagaglio. È difficile per queste famiglie mettere in luce le risorse e accettare proposte di strategie di risposta alle criticità.
La famiglia affidataria non può da sola sostenere e riorientare: alla famiglia affidataria non spetta aiutare in tal senso il nucleo di origine, ma deve porre l’attenzione sui diritti e sui bisogni del bambino che accoglie, nel pieno e doveroso rispetto delle sofferenze e delle fratture delle sue origini, questa è la sua mission.
Va conservato e favorito il legame con queste sue origini, ma altrettanto va responsabilmente tutelata ogni creatura da ulteriori carenze e rischi di vario genere che continuano a caratterizzare il proprio sistema familiare di base.
Quello che faremmo per noi stessi o per i nostri figli, questo è lo stile. Non ci sono mezze misure per la garanzia dei diritti. Ci deve essere uguaglianza di diritti e di protezione e cura minimi condivisi e garantiti per tutti da parte di tutta la società. Nell’affidamento familiare i genitori affidatari si muovono su un campo di generatività sociale, mantenendo uno scambio di risorse anche con la famiglia d’origine, ove possibile, ma con confini flessibili e chiari, nel pieno rispetto del desiderio del bambino di mantenere i legami con i genitori naturali, evitando di ingenerare una spaccatura affettiva in lui. Non bisogna gettarsi nel rischio, ma aprirsi ad esso in maniera critica e consapevole, il tutto evitando di fare da soli. Non salviamo il mondo, ne facciamo parte e diamo il nostro contributo, ognuno per il suo pezzo: all’affidatario spetta questo pezzo.

La condivisione che fa crescere

Affidare l’anziano, la mamma o il bambino in difficoltà a una famiglia o a una persona in grado di accogliere, non è solo dare un sostegno, non è solo per salvare dalla solitudine o dal disagio, o dalla violenza, ma è il preciso dovere che abbiamo, tutti, di salvarci assieme, è l’esigenza di tutelare la dignità umana, e questo tramite la conservazione di un ambiente familiare insostituibile, fatto di affetti e vicinanze capaci di proteggere e arricchire, l’insostituibile famiglia.
Questa è vera condivisione umana: le esperienze di vita condivisa fanno nuovo l’uomo e la società. È un nuovo e antico modo di prendersi cura che porterà a un mondo solidale. Creare una nuova famiglia a chi non ce l’ha promuove le sue potenzialità e fa sí che divenga protagonista attivo e solidale.
Per chi accoglie è sicuramente un’esperienza che diventa occasione per educarsi a vivere con gratitudine la propria paternità e maternità, è un gesto che non rimane circoscritto dentro le mura di casa, ma esprime e indica un bene per tutti, che si irradia. Con la porta aperta si afferma un valore pubblico perché l’affido è un bene anche per le famiglie che versano in situazioni di grave disagio e devianza, è un gesto che corrisponde anche al loro bisogno di cambiamento, consapevole o inconsapevole che sia. Il rapporto accogliente che si cerca di creare è un rapporto umano che permette a tutti gli attori di vivere e condividere con uno sguardo positivo sulla realtà che fa maturare tutti.

Un’esperienza complessa, ma affascinante

L’affido familiare è un’esperienza complessa, ma nella maggior parte dei casi possibile, la famiglia che si assume il rischio dell’affido investe sul dono, sull’educazione di sé, dei propri figli e del figlio accolto, ma anche sui rapporti che si allargano fino a comprendere la famiglia d’origine e gli operatori del servizio. La famiglia, nel quotidiano e continuo confronto con tali molteplici incognite, in questo turbinio di relazioni, impara a rapportarsi, accogliere e generare in una ricchezza di rapporti non sempre facili e scontati.
La nostra scelta affidataria consapevole deve perciò includere il saper guardare alla famiglia d’origine con rispetto, perché sempre, anche nelle situazioni piú devastate, il bambino ha bisogno di salvare il suo punto d’origine. È in particolare la condivisione della paternità e della maternità con la famiglia d’origine la sfida piú grande: possono scattare meccanismi di giudizio, rabbia, incomprensione, anche da parte nostra, soprattutto se i piccoli hanno subíto gravi ingiustizie da parte dei genitori, ma si deve lavorare su noi stessi per contestualizzare e perdonare e trasmettere questo all’accolto.
L’affido è sempre un quadro complesso dove molti sono i soggetti che devono interagire tra loro; la disponibilità iniziale difficilmente è del tutto consapevole del percorso che va intrapreso, pertanto via via va educata e sostenuta.
Dalle criticità se ne esce assieme nella consapevolezza che l’esperienza deve essere accompagnata in ogni sua fase da persone competenti che sanno interagire. Partendo dal presupposto che il bisogno di chi è accolto è di diventare “grande” e sapendo che questo bisogno è totalmente affidato a chi lo accoglie, spesso diviene complicato anche dare il giusto valore al lavoro del Servizio sociale che ha il compito di monitorare e vigilare sull’andamento dell’affido, a maggior ragione con quelle persone preposte che non intendono credere e rendere possibile il principio della sussidiarietà del loro e nostro intervento.

Sfide e opportunità per fare di piú

La sfida sta nel fatto che ci si affida uno all’altro: impegniamo la vita per fidarci di un altro e spendiamo le nostre energie, il nostro tempo, quello che abbiamo capito e imparato per un altro. Questo è accogliere e accogliere è educare nella libertà, dare un senso alla sua vita e per far questo bisogna amare, e non c’è misura nell’amore. Se non ci fosse “proprio quella creatura” nella mia vita, bisognerebbe inventarla, perché mi è divenuta necessaria, è preziosa per quello che è.
Nell’affido il punto non è che io dovrò lasciare, ma che tu sei importante per me, che ti prendo e per sempre, nello stesso modo con cui dura con i miei figli. La gratuità richiesta nell’affido è la stessa richiesta con i figli, con la moglie, col marito, perché è un gesto d’amore in cui viene riconosciuto il valore dell’altro per la mia vita, e gli altri nella mia vita sono un passaggio, non importa quanto dura, ma quanto intenso è l’incontro.
Qualche volta l’incontro di due anime può essere urtante, può essere duro, può avere un tono sbagliato, ma l’importante è sapere per cosa uno vive, per cosa uno fa fatica, per Chi, con Chi, in Chi avviene l’incontro, una persona che non riesce a trovare un significato, spacca tutto. Se nella nostra pochezza diamo la speranza d’amore perché lo sperimentiamo, perché abbiamo visto che è possibile, abbiamo dato tutto. La sofferenza del bambino per la carenza e l’inadeguatezza della sua famiglia non viene tolta con l’affido, ma la nuova condizione gli permette di costruire dei nuovi legami, di maturare altre esperienze, di trovare un senso all’esistenza, che è una ricchezza che si porterà per tutta la vita. Noi ci crediamo e per questo lo viviamo. Il desiderio è che tutti lo possano credere, vivere e diffondere, ecco i cieli e la terra nuova che si svelano, fin da ora, come ci diceva il nostro caro don Oreste Benzi.

 

Michela Rebellato e Luca Rinaldi
Casa Famiglia, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

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