EPP 2 – 2013 GREEN ECONOMY / Chiamati a rispondere con piena consapevolezza e responsabilità a bisogni di riconoscimento sociale

Paola Rossi, Past President Ordine degli Assistenti sociali


 

 

Recentemente è uscito un testo sul tema “servizio sociale e lavoro sociale” (1) che ben risponde a esigenze di puntualizzazione e di approfondimento da molti percepiti come necessari per una seria concettualizzazione di tematiche di grande interesse e attualità, indispensabili per rilanciare la ricerca nel settore del sociale. Il tentativo di definire i termini non ha una finalità rivendicativa e di appropriazione di ruoli e/o compiti a vantaggio di categorie impegnate sul campo, ma consente di avviare ricerche mirate, di trovare un sostegno e un orientamento nell’impegno di dipanare la complessità che caratterizza il sociale stesso, e di individuare e attribuire ruoli e funzioni appropriate a ogni professione coinvolta.
Nella Prefazione al volume, Tiziano Vecchiato (Fond. Zancan) mette a fuoco i quesiti centrali ai quali si cerca risposta: «lo spazio di azione unitario è di natura “sociale”, mentre le competenze professionali entrano nel merito dell’aiuto possibile, che è di natura specifica», professionale. Per il servizio sociale l’aiuto diventa relazione, rapporto con la persona, riconoscimento della sua unicità, della sua dignità e delle sue capacità, fino a renderla attore e responsabile di un progetto esistenziale e non unicamente destinataria di un intervento “assistenziale”. Le curatrici del volume, M. Diomede Canevini e A. Campanini, con il loro lavoro intendono aiutare a riscoprire la peculiarità del servizio sociale professionale, valorizzandone l’opzione e l’attenzione personalistica, che ha caratterizzato in modo “nativo e costitutivo” questa professione e che oggi, invece, rischia di essere smarrito in un generico intervento sociale in cui molti intervengono, nel tentativo, seppur legittimo, di riconoscimento e tutela dei diritti stessi della persona.

Servizio sociale e politiche sociali

Accanto a quanto detto, mi sembra comunque importante mettere in rilievo anche il rapporto tra “servizio sociale” e “politiche sociali”. Osservo che da tempo si studiano di piú le metodologie e le strategie operative delle professioni o/e dei gruppi che adottano metodologie peculiari, piuttosto che definire la finalità e la filosofia degli interventi, inseguendo le emergenze, spesso definite tali solo in base a pressioni mediatiche e a interessi di categorie di cittadini o di professionisti.
Le politiche sociali, attualmente, sono particolarmente attente ai costi e alla soluzione di singoli problemi, piuttosto che impegnate a delineare piani complessivi di azione, seppure da realizzare attraverso interventi settoriali. Prevalendo, al contrario, le politiche settoriali si perdono di vista le motivazioni autentiche e la visione complessiva dell’intervento nel sociale stesso.
Da tempo, l’obiettivo prioritario delle politiche sociali appare essere quello di recuperare e di mantenere il controllo sociale piuttosto che favorire la promozione e lo sviluppo della persona e della sua comunità di appartenenza. Ed è proprio la comunità civile, di cui sempre piú si invoca la necessità per favorire la coesione sociale, a risultare assente, particolarmente là dove si progettano e attuano servizi destinati a singoli e/o a categorie. Si impegnano gli operatori in interventi di mera “risposta ai bisogni”, quelli che si impongono per evidenza, gravità, connessione con interventi e esigenze giudiziari, situazioni di emergenza, mentre si riducono le forze in campo, già esigue e scarsamente organizzate, le quali non solo non riescono a trovare una propria logica in autonomia, ma non sembrano avere e, spesso, nemmeno sembrano perseguire la possibilità di esprimere una propria propositività, neppure a livello locale o in àmbito di singolo servizio.

Assistente sociale: quale identità?

In questo momento sono proprio gli assistenti sociali a rischiare di perdere identità e di essere ricondotti a meri esecutori di progetti e programmi predisposti da una politica i cui obiettivi appaiono occasionali, legati a problemi di spesa e condizionati alla pressione dagli utenti e/o dagli altri professionisti impegnati nel settore sociale. Tra questi, in particolare, gli psicologi, senza i quali non sembra essere possibile trovare soluzione ad alcun problema, ma la cui azione non sembra riuscire a far altro che mettere in discussione la persona e la famiglia, e non invece l’assetto complessivo dell’organizzazione sociale e le scelte stesse delle istituzioni, spesso all’origine del disagio.
Gli assistenti sociali agiscono in relazione a una logica trifocale e non possono ignorare i possibili danni di istituzioni che operano in un’ottica miope e restringendo la visuale alla persona e alle sue difficoltà contingenti.
Se all’atto della loro nascita i fini e gli obiettivi delle politiche sociali, cosí ben espressi dalla Costituzione, coincidevano con le finalità della professione, oggi che lo Stato esternalizza i servizi e agisce in modo discontinuo e occasionale, e le autonomie locali scelgono interventi disomogenei non legati a scelte politiche e a piani d’azione convergenti o omologabili, non si realizza alcuna coincidenza spontanea e naturale tra le finalità, l’ottica della professione, gli obiettivi e la filosofia dei servizi.
Nel momento in cui gli assistenti sociali hanno conseguito il riconoscimento della propria professione e della propria funzione sociale, la pesante deviazione che si registra nelle politiche sociali, rischia di ricondurli a meri “tecnici” dell’assistenza, espropriandoli di quella funzione che fin dalla nascita la professione ha svolto con successo: individuare i problemi del sociale, indurre le istituzioni a cercare  insieme alle persone coinvolte soluzioni rispettose delle aspettative delle stesse, capaci di motivarle all’impegno, sostenendone consapevolezza nell’uso delle risorse proprie, del proprio ambiente, istituzionali. L’assistente sociale, dunque, rischia di essere rigettato in un àmbito meramente ripartivo, da cui è sempre piú lontano l’impegno alla promozione sociale.
Da tempo gli assistenti sociali hanno disatteso un’analisi di questo segno, politico, nel valutare le difficoltà in cui  la professione si dibatte e ancor piú si è dibattuta in passato, quando ancora non aveva ottenuto gli attuali riconoscimenti: questi riconoscimenti, tuttavia, oggi costituiscono una fragile difesa di fronte alla temperie culturale e agli indirizzi politici cui si fatto cenno sopra.

Ritrovare significato e senso

È proprio in questo frangente cosí confuso che l’impegno di Milena Diomede Canevini e Annamaria Campanini acquista maggior valore. Sottrarre a un uso interscambiabile i termini “servizio sociale” e “lavoro sociale”, ripristinarne l’epistemologia e recuperarne la storia, significa oggi ridare slancio a una riflessione che latita e al contempo avviare una ponderata ricerca su tutta una tematica in parte trascurata: la politica nei servizi alla persona. Oggi, di fatto, appare sempre piú indispensabile ridare senso costruttivo alla relazione “servizio sociale” e “lavoro sociale”, ma soprattutto motivare coloro che lavorano nel sociale e sostenerli nell’assunzione di una responsabilità condivisa.
Recuperare concetti, studiare la tematica, può aiutare a individuare una politica dei servizi sociali che riaccolga la logica della globalità della persona, della sua dignità e integrità, dei suoi diritti, riscoprendo il senso di una risposta integrata che rafforzi i legami “con” e “nella” comunità. Riscoprire, insomma, una politica sociale che abbia senso e agisca con senso.
Da tempo i termini “lavoro sociale” e “servizio sociale” vengono usati in modo interscambiabile e questa è una delle cause della perdita di dignità e prestigio per entrambi, ma soprattutto per il servizio sociale professionale, che appare deprivato di professionalità e schiacciato sul lavoro che svolge.
È un discorso culturale e politico ormai necessario, che investe anche la responsabilità del singolo professionista, oltre che degli organi di rappresentanza della professione. Senza una profonda riflessione in tal senso si rischia di condurre un lavoro lobbistico al pari di altre categorie professionali che non rivendicano peraltro né le finalità, né i valori, né una storia pari a quella della nostra professione.

L’anima del servizio sociale

I valori e i fini che costituiscono l’anima del servizio sociale ne debbono caratterizzare il progetto e l’intervento quotidiano e si debbono raffrontare con i compiti che gli vengono affidati in àmbito istituzionale. Il “giorno per giorno”, l’assenza di una visione dei problemi presenti e di linee strategiche per affrontarli deprime l’iniziativa della professione e induce demotivazione e incapacità di collegare gli aspetti complessi della realtà. Il bel lavoro delle autrici raccoglie contributi di Walter Lorenz su Sistemi di welfare e social work, uno sguardo europeo, di Annamaria Campanini su Definizione, sfide e prospettive del servizio sociale in Europa e a livello internazionale, di Maria Dal Pra Pontocelli su Il sistema dei servizi sociali e le professioni sociali, di Silvia Fargion su Conoscenze saperi e identità: spunti di riflessione sul servizio sociale, di Milena Diomede Canevini su Professioni sociali: organizzazioni e regole, di Francesco Villa su Servizio sociale e lavoro sociale: un’indagine storico semantica, di Italo De Sandre su Epistemologia ed etica: radici di azione e di riflessione, di Milena Diomede Canevini su Etica e deontologia nel servizio sociale tra storia e Welfare, di Elisabetta Neve su Il servizio sociale nel contesto attuale, di Tiziano Vecchiato su Il servizio sociale come livello essenziale di assistenza, di Annamaria Campanini su La formazione al servizio sociale in Italia e in Europa. Aspetti storici e prospettive.
Come è ben evidente da questo elenco di contributi, alcuni piú pertinenti al tema di altri, ma certamente tutti assai qualificati e di sicuro interesse, le autrici hanno affrontato la questione del servizio sociale professionale da piú angolazioni, offrendo spunti di riflessione e aprendo strade per la ricerca. Una ricerca che, mi sembra, non può essere affrontata che dalla professione e per la quale le osservazioni che ho offerto in apertura propongono una pista. Oggi gli assistenti sociali non possono trincerarsi nel servizio e, nel caso, nel compito: questi non gli verranno mai sottratti, ma potranno assumerli e gestirli solamente con la piena consapevolezza di rispondere ai bisogni di riconoscimento e di spazio sociale, di appartenenza e di partecipazione del singolo e del gruppo.
Se l’assistente sociale non si farà pienamente interpreti di questi bisogni, se non se ne farà carico, se al rapporto con la persona in difficoltà (non l’utente o l’assistito) non verrà restituito pieno significato e non costituirà il fulcro dell’intervento, non avrà senso la sua professione. Se i valori e i fini nei quali la professione si riconosce non saranno quelli del servizio e della persona non ci potrà essere futuro per questa professione. Personalmente sento il bisogno che la mia professione si impegni seriamente in una riflessione che ne rilanci il senso e le motivazioni che ne hanno contrassegnato la nascita e i migliori risultati quando si è riconosciuta come “agente di cambiamento”.

 

Paola Rossi
Past President Ordine Assistenti sociali

Read More