Educare alla dipendenza buona: stare umanamente online

Michele Visentin, Dirigente scolastico e Formatore degli Adulti intervista a cura di Germano Bertin


 

 

Gli Educatori in genere – a cominciare dai genitori, fino agli insegnanti -, oggi, sentono che è sempre piú difficile entrare in comunicazione con i ragazzi, siano essi figli o studenti che se ne stanno seduti tra i banchi di scuola. Le cosiddette nuove “modalità di interazione sociale” giovanile chiedono al mondo degli adulti un ripensamento del proprio modello educativo.
Forse, di fronte ai nuovi sociogrammi virtuali che i ragazzi costruiscono con evidente familiarità e immediatezza attraverso i loro smartphones o computers, è eccessivo parlare di “emergenza educativa”, tuttavia qualche interrogativo rispetto alla comunicazione educativa è legittimo e persino doveroso porselo.
Ciò che gli educatori si debbono chiedere, insomma, non è tanto (o non solo) quali siano i rischi o le opportunità della Rete, quanto se la capacità di entrare in relazione e/o di “connettersi” come esseri umani sia ancora possibile, o se la Rete lo stia affievolendo oppure, al contrario, ne possa favorire persino un suo potenziamento. Gli spazi interno-esterno, privato-pubblico sembrano non esistere piú, e tutto sembra essere diventato una sorta di “bacheca iper-pubblica”, dove è possibile leggere tutto, di tutto e di tutti.
Insieme al Prof. Michele Visentin, dirigente scolastico di un istituto professionale di Padova, nonché formatore di adulti, vogliamo capire se oggi l’educazione è in grado davvero di “connettere”, ovvero di costruire relazioni.

Per i ragazzi e le ragazze del nostro tempo, la possibilità di stabilire relazioni profonde, di coltivare intimità e interiorità, è messa a rischio dall’uso massivo di Internet? Insomma, le nuove forme di dipendenza da Internet che coinvolgono particolarmente le giovani generazioni celano inedite domande di educazione?

Noi adulti, in genere, siamo stati abituati a pensare e a svolgere l’azione educativa dentro ad àmbiti ancorati oggettivamente a uno spazio fisico e a un tempo preciso. L’idea che esista un tempo-scuola, l’aula scolastica, un gruppo, un tempo libero, una panchina, una compagnia per gli adulti è un fatto scontato. Per gli adolescenti, no. Per loro, gli scambi, l’incontro, la comunicazione avviene indifferentemente in qualsiasi ora del giorno e può essere effettuato in qualsiasi luogo.
Lo spazio in cui gli adolescenti si incontrano è limitat0 da confini essenzialmente di natura simbolica, conosciuti da tutti i partecipanti all’interazione e assunti come presupposti impliciti che consentono di stabilire la qualità, l’intensità e il livello di intimità della relazione. I ragazzi passano da un territorio all’altro sapendo che cosa si aspettano e quali regole seguire, sapendo soprattutto che lo sviluppo tecnologico permette loro, come già osservato, di stare contemporaneamente in piú luoghi, in piú “regioni”, e tutto ciò in funzione dei propri interessi e caratteristiche personali. La molteplicità e la contemporaneità di questi spazi di socialità, dunque, per loro, è un indiscutibile dato di fatto.

E tutto questo come interpella l’educatore?

Innanzitutto, gli educatori devono prendere coscienza del fatto che per i ragazzi vi è stretta coincidenza tra il proprio sé e il territorio dove, di volta in volta, essi vengono a trovarsi. Dentro ai loro salotti virtuali – quelli che una volta chiamavamo i “sotterranei della loro identità” – essi si occupano di sé stessi, riconducendo qualsiasi tema o contenuto al loro sentirsi in relazione con esso. Dall’altra parte, però, va registrato un de-coinvolgimento non solo rispetto al sé dell’altro, che viene oggettivato e utilizzato in funzione strumentale, ma anche in riferimento alla qualità del coinvolgimento del proprio sé nella relazione. Da una connessione interattiva mediata da uno smartphone o da un computer, posso uscire quando voglio senza conseguenze particolari, cosa che non è possibile in una relazione reale, dove vedo l’altro e me stesso faccia a faccia.
La socialità mediata dalla tecnologia, dunque, diventa piú facile e piú diffusa, ma meno pregnante e vincolante.
Ma questa sorta di dis-ancoraggio, che a prima vista potrebbe essere interpretato come un impoverimento della relazione, deve essere considerato anche come una straordinaria possibilità che l’adolescente ha di sperimentare, senza grandi rischi, parti di sé che poi nelle relazioni faccia a faccia potrebbero essere esposte con minore difficoltà. La pluralità delle cornici interattive, ancorché di tipo simbolico, può ridurre il rischio di un’esposizione della propria identità e può aiutare l’adolescente a sperimentarsi un po’ alla volta dentro alla relazione.
L’educatore, in tutto questo, può accompagnare il ragazzo proprio in questa sorta di “apprendimento”, aiutandolo a crescere piano piano verso una socialità meno protetta e impersonale.

Che fare, però, quando sembra che l’adolescente sia quasi ossessivamente focalizzato quasi esclusivamente sulla relazione mediata e virtuale?

I ragazzi sanno bene che ciò che desiderano non è nella Rete, ma è proprio in quel “mare” che essi cercano di avvicinarsi il piú possibile a ciò che manca loro. Cercano di raggiungere ciò che desiderano infrangendo regole e confini, talora in modo persino ossessivo, o forse solo meccanico, inconscio. Raggiungono ciò che amano e nello stesso tempo sperimentano la dissoluzione stessa del desiderio, pur senza smettere di desiderare. Tale dipendenza, d’altra parte, evidenzia l’incapacità di stare in contatto con la propria solitudine.
Internet, e in particolare alcuni Social Network, possiedono un livello di accessibilità, di controllo e di eccitabilità che rappresentano tra i fattori che maggiormente favoriscono l’insorgenza di comportamenti additivi.
Attraverso i Social, frequentemente, gli adolescenti cercano di sperimentare emozioni che implicano una esplosione o una scarica che, seppure durano un istante, lasciano un ricordo che non produce necessariamente o immediatamente piacere, e dunque proprio per questo devono essere riprodotte nuovamente, all’infinito, finendo, a volte, per creare vere e proprie dipendenze.

Da cosa nasce questa necessità?

Da una “mancanza”, la mancanza di una motivazione o di una ragione per esistere.
Qui, se vogliamo, è racchiusa la sfida che viene consegnata all’educazione: indicare nell’autotrascendenza il compito originario dell’essere umano. E il desiderio e la ricerca del volto dell’altro – anche dell’Altro – è la regione nella quale sperimentare concretamente questo trascendimento.
È partendo dalla possibilità di sperimentare fisicamente un legame originario, infatti, che si apre, per ogni uomo, lo spazio relazionale in cui potersi riconoscere.

Quale, dunque, l’emergenza per l’educazione?

La mancanza di legami: l’educazione, oggi, deve tornare ad essere una azione intenzionalmente orientata alla costruzione di spazi simbolici, dove ci si alleni a costruire legami, permettendo ai ragazzi di sperimentare nei confronti dell’educatore una forma di “dipendenza buona”.
Queste sono le modalità di legame o di connessione dove i nostri contesti educativi (famiglia, scuola, …) mostrano oggi una grande fragilità.
Troppo spesso – e troppo presto – gli adolescenti sperimentano lo spezzarsi prematuro di questa “dipendenza buona” da un adulto nutritivo (genitori o adulto di riferimento)! E questo produce delle ripercussioni non positive – e di cui spesso noi adulti.educatori non ci rendiamo conto – sulla qualità della loro stessa vita sociale. Il legame sociale, di fatto, si fonda sulla possibilità di fare esperienza di un legame interpersonale significativo che faccia da ponte e faciliti il passaggio dall’individualità all’appartenenza alla comunità umana, passando da un ruolo agito individualmente a un senso di cittadinanza e di responsabilità sociale.
Oggi, le nuove forme di socialità giovanile mostrano esattamente come sia in crisi proprio questo passaggio, questo tipo di legame, per cui le connessioni interpersonali non danno luogo a legami sociali maturi e solidi sul piano dell’impegno e della costruzione del futuro.

Ma come può l’educazione costruire relazioni non mediate dal computer in cui lo “sguardo” e la “capacità di contenimento” di una persona adulta (genitore, educatore, …) riescano a trasmettere ai ragazzi quella “fiducia” per affrontare la vita reale, senza scappatoie o facili fughe?

Gli adulti devono imparare a “vedere dentro” i ragazzi: essi, spesso, sono solo impauriti o arrabbiati per gli strappi subíti o per quelli che non hanno subito. Ma per riuscire in questo, occorre tornare a “guardarci” veramente, occorre riuscire ad agganciare il nostro reciproco desiderio di tenerci legati.
Per me, parlare di “sguardo” vuol dire acquisire la capacità di “tenere” i ragazzi nella propria testa, di saperli immaginare per quello che potrebbero diventare e che ancora non sono. Si tratta di “avere fiducia” nell’altro che ti porta – come educatore – a credere nei ragazzi piú di quanto essi stessi non credano in loro stessi.
L’adulto diventa “educatore”, è un vero leader, quando riesce a portare le persone a fare piú di quello che esse stesse credevano di poter fare. Per affinare questa “capability”, i ragazzi vanno “pensati”, vanno portati dentro, vanno meditati, vanno contenuti dentro ai nostri pensieri di adulti.
Il territorio, il territorio mentale abitato dai ragazzi è spesso ambiguo, talora persino contraddittorio, ostile. Ma è solo lí che l’adulto deve imparare ad abitare se vuole cominciare a capire, o forse solo a intuire, il senso di loro comportamenti o pensieri talora impenetrabili, violenti, distruttivi, autolesionistici, o anche solo difficili da gestire.

Ma non è facile “contenere” un ragazzo, un figlio, che ti sfugge, che si sottrae!

È vero. Oggi, è sempre piú difficile trovare adulti capaci di contenimento, perché è difficile trovare adulti capaci di contenere l’aggressività degli adolescenti dentro a un abbraccio che sappia “trattenere”, che sia in grado di tenere-insieme i pezzi di una vita psichica fragile e immatura.

Ma perché è difficile?

Forse perché per sapere fare tutto questo è necessaria una “forza interiore” che spesso viene confusa con la potenza, la superiorità, il potere di controllo.
La forza dell’educatore c’è solo quando viene percepito come una “persona ispirata”.
La sua presenza deve essere la presenza di chi sceglie di esistere per comunicare un bene che lo supera; solo cosí può diventare una “presenza silenziosamente parlante”, capace cioè di consegnare ai ragazzi compiti veri, traguardi belli, esempi buoni.
La consegna educativa diventa autorevole quando non si impone con la forza, quando si fa vincolante senza coercizione. In questo nostro tempo in cui tutto è in movimento, facilmente scambiabile, piú facilmente sfuggente, l’educazione è provocata a trovare la sua ragion d’essere nella capacità di porsi come “elemento di tensione” e “fattore generatore” di sviluppo e di crescita umana.

E la Social-tecnologia cosa c’entra con tutto questo?

Se le nuove forme di socialità giovanile rafforzano il vuoto esistenziale e contribuiscono alla mancanza di tensione, tutto questo non è causato solo dalla tecnologia, ma dalla assenza di “sguardo” negli adulti, negli educatori.

Dove si gioca, dunque, la partita con gli adolescenti online?

Su un “campo”, anzi un mare, che va ben piú in là del proprio limitato orizzonte. Qui si gioca la partita piú importante per l’educazione.
Nel momento in cui entriamo nello spazio simbolico degli adolescenti, nelle “loro regioni” e proponiamo “significati nostri” si tratta di capire se ce la sentiamo davvero, come adulti, di riprenderci la libertà e l’autorità di affermare che ci sono cose per le quali vale davvero la pena di impegnarsi e di spendere la propria vita.
Questo occorre chiedersi e fare se si vuole davvero aiutare i ragazzi a spostarsi mentalmente ed emotivamente verso territori piú rischiosi di una semplice bacheca di Facebook e “costringerli” a espandere criticamente il loro campo di esperienza.

Ma come si fa, quando quella bacheca ha cornici tanto smaterializzate?

Certo, quelle cornici interattive, smaterializzate e decontestualizzate, vanno forzate e ampliate verso significati altri, dove sia possibile includere e affrontare anche ciò che è urgente non smarrire: l’attenzione al dolore degli altri.
L’educazione o è educazione a ciò che è altro da sé e sta oltre il sé, oppure si riduce a un semplice addestramento narcisistico. L’educazione deve tornare a imporre interrogativi centrali e che troppo spesso si preferisce evitare: esiste qualcos’altro al di fuori di me? Riesco a vedere che le persone sono attraversate da problemi?
La prevenzione – anche per quanto riguarda il mondo degli adolescenti online – consiste esattamente nella proposta intenzionale di esperienze cariche di significati. Alla dis-locazione cognitiva potrebbe seguire proprio un riposizionamento affettivo, maturato nel momento in cui si è sperimentato qualcosa in grado di appassionare e di motivare a un impegno, a un percorso che favorisca incontro e relazione.

Dunque, è possibile stare umanamente online? Quale posto per l’educazione?

Certamente anche i nuovi mezzi di comunicazione, che devono alla tecnica mirabolanti funzioni e possibilità, possono finire per disporre di noi fino a renderci indisponibili all’altro.
Tuttavia, è grazie alla tecnica che noi potremmo impegnarci  nella riuscita dell’apparire dell’essere che non è ancora per noi. Se la tecnica dimentica di essere un modo di apparire dell’essere e si richiude unicamente all’interno della Rete dei suoi rimandi, diventa una totalità che rinvia a sé stessa e si contrae in una chiusura, la quale, sovrabbondando, manifesta il suo carattere piú angosciante: l’imposizione. Per superare l’imposizione e recuperare un’idea di tecnica che apre all’essere, occorre rimettere al centro il tema di quali siano quelle disposizioni “educabili” che garantiscono la libertà dall’imposizione. La Rete e tutti i Social di cui dispone possono diventare un paradigma capace di restituirci parole in grado di raccontarci le nostre emozioni, di riconoscere quelle degli altri e di dare senso alle relazioni quotidiane. Un paradigma etico che può lasciare intravvedere le condizioni necessarie perché le persone possano veramente incontrarsi e comprendersi.

 

Michele Visentin
Dirigente scolastico e Formatore degli Adulti intervista a cura di Germano Bertin

  • Posted by Etica per le Professioni
  • on 5 Settembre 2016
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