Economia politica: le sfide del capitalismo contemporaneo tra giustizia e partecipazione

Ignazio MusuUniversità Ca’ Foscari, Venezia


 

 

Con Smith (soprattutto con “L’indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni” pubblicata nel 1776) nasce l’economia politica, avendo come oggetto l’analisi dei fattori che stanno alla base della “ricchezza delle nazioni”; diremmo noi oggi: dello sviluppo economico.
Per Smith la fonte della crescita è l’interazione tra divisione del lavoro e mercato, che fa crescere la produttività. In Smith non c’è il ruolo della domanda effettiva (che c’è in Malthus e poi ci sarà in Keynes) e non c’è il ruolo delle risorse naturali (che c’è in Ricardo e Jevons).

Esigenza dell’interazione tra Stato e mercato

Una delle contrapposizioni che usualmente vengono richiamate tra economia civile ed economia politica è l’accentuazione in Smith del ruolo dell’interesse proprio. La contrapposizione è forse minore di quello che si pensa di solito.
Certo, per Smith l’interesse proprio è importante per spiegare lo scambio; ma non può essere identificato con l’egoismo. Proprio la concorrenza si incarica di far sí che l’interesse proprio non si trasformi in egoismo nel senso che va solo a vantaggio di sé stessi. Questo è il senso del famoso riferimento smithiano alla “mano invisibile”. Piú che a un automatismo, veniamo indotti a riflettere su una modalità che, sotto certe condizioni, è utile per smorzare gli eccessi di motivazioni troppo individualistiche, riportandole verso obiettivi di interesse sociale.
Tra le condizioni necessarie per orientare motivazioni basate sull’interesse proprio a un risultato di valore generale come la massimizzazione del prodotto dello scambio facendo in ultima analisi l’interesse del maggior numero di persone, va posto l’intervento pubblico.
In società ed economie semplici, la fiducia reciproca e un sistema di valori di comportamento possono bastare a produrre regole, anche informali, di comportamento che facciano funzionare bene il mercato.
Le regole informali non bastano piú però man mano che l’estensione del mercato rende l’economia sempre piú complessa, ed emergono quelli che gli eco
nomisti hanno chiamato i “fallimenti del mercato”.
Su questi si è concentrata l’analisi economica successiva all’economia politica degli economisti classici. Ad esempio, il mercato non necessariamente è concorrenziale. La realtà dimostra che le forze spontanee non agiscono per renderlo tale. Ci sono forze, come le economie di scala, che quando il mercato si allarga spingono alla riduzione dei costi medi di produttori sempre piú grandi e quindi spingono naturalmente alla non concorrenza. Regole pubbliche per la tutela e la promozione della concorrenza sono necessarie.
Un altro esempio è dato dal ruolo della conoscenza e del progresso tecnologico, che sono sempre piú importanti come fattori dello sviluppo economico. Quando i privati investono in ricerca e innovazione, da un lato, fanno investimenti per loro natura rischiosi nel senso che l’esito di mercato è incerto per definizione; dall’altro lato, la produzione di nuova conoscenza è facilmente diffondibile e quindi, senza istituzioni adeguate, il risultato dell’innovazione non viene interamente goduto da chi innova. Il ruolo del settore pubblico è cruciale sia nel sostegno alla ricerca, sia nel garantire che la protezione dei diritti di proprietà intellettuale non vada a scapito dell’incentivo all’ulteriore innovazione.
Infine, va citato il problema sempre piú evidente degli effetti negativi della crescita economica orientata solo dall’azione del mercato ha avuto e ha sull’ambiente, creando un problema di sostenibilità della crescita stessa che danneggia le generazioni future. Come è ben noto, il mercato da solo non fa emergere come costi monetari degli inquinatori i costi sociali derivanti dall’inquinamento. Occorre un esplicito intervento pubblico.
Oggi dovremmo aver imparato che mercato e Stato non sono sostituti, ma complementari tra loro. Del resto questa è anche l’esperienza che deriva dalla rapida crescita dei Paesi emergenti (come i Paesi del Sud-Est asiatico e la Cina): essa è stata caratterizzata da una interazione positiva tra il mercato e un intervento di promozione e di controllo dello Stato.
Di recente si è però anche molto insistito sui possibili “fallimenti dello Stato” ossia dell’intervento pubblico. Essi si manifestano soprattutto quando vengono ignorate le esigenze delle generazioni future, come quando si creano eccessivi disavanzi nei bilanci pubblici che si traducono in un maggiore debito pubblico che le generazioni future saranno chiamate a pagare. Oppure quando decisori politici e funzionari pubblici si lasciano “catturare” dai piú forti e influenti interessi privati, perseguendo l’interesse proprio anziché il bene comune.
Il problema dell’interazione tra Stato e mercato rimane dunque una esigenza necessaria, ma va affrontato in modo che tale interazione si riveli fruttuosa e non un circolo vizioso.

I diversi modelli di capitalismo

Nelle economie oggi mature il rapporto tra Stato e mercato è stato caratterizzato dal dibattito sui diversi tipi di capitalismo. In particolare, si è molto insistito sulla contrapposizione tra modello americano e modello europeo.
Anche nel modello americano c’è intervento pubblico: sotto forma di antitrust, di incentivi all’innovazione e di compartecipazione a grandi progetti tecnologici (come nel caso della difesa), di regolazione ambientale.
Ma certamente la presenza pubblica nel modello americano è minore nel campo del “welfare”. Il Welfare State è stata una invenzione europea, e lo sviluppo dei sistemi di welfare ha caratterizzato lo sviluppo economico dell’Europa.
Un altro settore in cui si manifesta una differenza strutturale tra modello americano e modello europeo è quella che riguarda il rapporto mercati finanziari e banche. Il sistema europeo è sempre stato piú “bancocentrico” di quello americano.
Questi non sono stati peraltro gli unici due modelli di capitalismo presenti nel dibattito; nel dopoguerra si è aggiunto il modello giapponese, fondato su una forte integrazione tra stato e mercato; e poi i modelli delle economie emergenti del Sud Est Asiatico  dove anche la presenza dello stato è stata determinante.
Piú che insistere oggi sulla contrapposizione tra modelli, sembra piú importante sottolineare che Stati Uniti, Europa e Giappone sono stati in grado di raggiungere livelli simili di ricchezza usando una diversa combinazione di istituzioni economiche: dal mercato del lavoro, alla “governance” societaria, agli organi “antitrust”, al sistema della sicurezza sociale, ai settori bancario e finanziario.
Ci sono aspetti positivi e negativi in tutti i sistemi; essi derivano anche dalle diverse radici storiche e culturali. Non mi sembra molto produttivo andare alla ricerca del modello migliore. Del resto questa ricerca nell’ultimo mezzo secolo è stata  caratterizzata da repentini cambiamenti. Negli anni Settanta si doveva imitare il modello scandinavo; negli anni Ottanta quello Giapponese; negli anni Novanta tornava di moda il modello Americano.
La globalizzazione ci costringe a porre il problema in modo diverso.

La sfida della globalizzazione

La globalizzazione dei mercati di beni e dei mercati finanziari si confronta con diversi modelli di istituzioni economiche nelle varie realtà nazionali.
I vari governi nazionali nel tentativo di raggiungere, con le loro specifiche istituzioni, obiettivi di natura economica e sociale entrano però di fatto in conflitto con il modo con il quale avviene la globalizzazione dei mercati.
Di fatto svolgono o svolgerebbero, magari bene, il ruolo nei confronti delle loro comunità nazionali, ma creano delle frizioni nel rapporto con i mercati globalizzati.
Questo è stato definito dall’economista di Princeton Dani Rodrik il “paradosso della globalizzazione” (D. Rodrik, “La globalizzazione intelligente”, Laterza, 2011). Lo si può affrontare in due modi: con il sacrificio della sovranità nazionale al volere di mercati globali non regolati; oppure con una “governance” globale. La recente crisi globale sta mostrando i rischi della prima strada, che peraltro confligge con l’esperienza storica e l’analisi economica dalle quali risulta l’interdipendenza tra stato e mercato.
Ma rimane aperto il problema di come intraprendere la seconda strada. Una mera subordinazione dei governi nazionali ad istituzioni di “governance” globale comporta il rischio di un dominio delle tecnocrazie sovranazionali, che spesso si mascherano sotto la denominazione di “autorità indipendenti”. Ci sono a questo proposito segnali negativi, come quelli che sono a volte venuti dagli organi coinvolti nelle dispute della world Trade Organization a alcune ricette del Fondo Monetario Internazionale; e segnali positivi, ma non molto efficaci, come quelli che vengono dalle istituzioni di coordinamento nel campo monetario e finanziario, come il Coordinamento di Basilea tra banche centrali o il Financial Stability Board.
La strada da perseguire sembra quella della costruzione dal basso di una “governance” globale fondata sul coordinamento volontario tra gli Stati. Ma questo richiede che la diversità dei modelli di istituzioni economiche dei diversi Stati vada esplicitamente riconosciuta, in modo che appunto possa essere poi volontariamente coordinata.
Per definizione questo esclude una ricerca astratta e ideologica, imposta dall’alto, del modello migliore. Si tratta di un processo faticoso e difficile, ma non eludibile, che sarà sempre piú necessario, anche se però piú complesso, favorito dalla maggiore articolazione della presenza di economie importanti sullo scenario mondiale.

La sfida dei beni comuni

Una delle caratteristiche di questo processo di costruzione dal basso di una “governance” mondiale sarà la sua democratizzazione, ossia la partecipazione delle persone e delle diverse esperienze comunitarie nelle quali si articola la vita delle società. Cosí come occorre evitare che le sovranità nazionali vengano schiacciate dalle tecnocrazie sovranazionali; è altresí necessario evitare che vengano compromessi i processi democratici a livello nazionale.
Il premio Nobel per l’Economia Elinor Ostrom ha mostrato come una dicotomia tra Stato e mercato si riveli inadeguata rispetto ad un problema di sempre maggiore rilevanza, quello dei beni comuni. Mi soffermerò qui sul problema dei beni comuni ambientali, che riguarda la loro sostenibilità.
Ostrom (si veda “Governare i beni collettivi”, Marsilio, 2007) osserva che nella realtà vi sono molti casi nei quali né lo Stato né il mercato hanno successo nel garantire l’uso produttivo e al tempo stesso la sostenibilità nel lungo termine di sistemi di risorse naturali. E si preoccupa di mettere in evidenza le condizioni perché una gestione comunitaria abbia successo.
Tra queste condizioni la dimensione è molto importante; una dimensione eccessiva rende piú difficile la gestione comune. Questa è una sfida importante per i beni comuni ambientali globali come la protezione dal cambiamento climatico e la conservazione della biodiversità.
Certamente in questi casi il coordinamento tra governi per raggiungere un accordo sulle strategie di intervento è fondamentale; ma non basta. Perché poi queste strategie devono essere implementate a livello di politiche nazionali e coinvolgere le persone e le comunità.
Ad esempio, se gli effetti sul cambiamento climatico sono globali, da qualsiasi parte vengano le emissioni di gas serra, le cause del cambiamento climatico stanno nelle azioni intraprese da individui, imprese e organizzazioni, a livelli molto piú bassi di quelli nazionali.
Per avere successo le politiche decise dagli accordi globali devono essere in grado di incidere su quelle azioni; richiedono quindi fondamentalmente una convinta adesione volontaria a una responsabilità comune, a sua volta dipendente da una corretta informazione, e basata su fiducia e credibilità reciproca.
Occorre dunque una strategia piú complessa che riconosca la necessità di affrontare i problemi a diverse scale e a diversi livelli, secondo un approccio “policentrico”, incoraggiando sforzi sperimentali e progetti riguardanti specifici ecosistemi. A questi livelli infatti aumenta la probabilità di sviluppare sentimenti di reciproca fiducia in comportamenti individuali che mirano anche ad affrontare il problema globale. I progetti di successo possono poi mettersi in rete per un sempre maggiore coordinamento nell’informazione e nel monitoraggio.
Esistono vari esempi di comunità che hanno deciso di investire in progetti di efficienza energetica, oppure che hanno promosso reti distribuite di energie rinnovabili (ad esempio investimenti nel solare) in cui l’energia non utilizzata dalla singola famiglia o impresa può essere scambiata in rete.
Oppure ancora dove gli interventi sul traffico urbano sono stati finalizzati non solo alla riduzione dell’inquinamento atmosferico urbano, ma anche al contributo alla riduzione delle emissioni di CO2.
Insomma, il problema dei beni comuni fa capire come Stato, mercato e gestione comune vadano tutti e tre considerati per la costruzione di sistemi economici che siano in grado sempre di piú garantire efficienza, giustizia e partecipazione.

 

Ignazio Musu
Università Ca’ Foscari, Venezia


 

 

Il presente testo è la rielaborazione, curata dall’autore stesso, rispetto alla relazione da egli tenuta durante il Convegno “Quando l’economia incontra la società” organizzato il 30 novembre 2013 nell’aula Magna del Bo dell’università di Padova da uCid Sezione di Padova e Gruppo Veneto, dall’università di Padova, dipartimento di Scienze Economiche e applicate M. Fannoe dal Centro toniolo di Padova.

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