“Cosa posso fare per te?”. Nasce da qui la comunità di accoglienza: dalla sua risposta a ogni singola persona

Don Gino RigoldiAssociazione Comunità Nuova Onlus, Milano


 

 

Ero da poco diventato il cappellano dell’Istituto Penale per Minorenni “Cesare Beccaria” di Milano (erano i primi anni Settanta), e dopo pochi giorni un ragazzo in uscita dal carcere mi dice: «Abbiamo ascoltato le tue parole, sono belle e importanti. Stasera, però, io esco da qui e non so dove andare».
Cosí è nata la prima comunità di accoglienza.
È nata a casa mia, perché non c’era tempo di approntare una struttura di accoglienza in quella stessa serata. È nata perché mi sono subito reso conto che era fondamentale “dare risposte”, una volta che ti senti chiamato in causa.
È nata perché non potevo girarmi dall’altra parte.

Dal “vuoto” alla relazione

Spesso i ragazzi che entrano al Beccaria provengono da situazioni di “vuoto”: vuoto affettivo, educativo, assenza di opportunità alternative alla vita ai margini della legalità e spesso oltre. A questo punto è fondamentale che non ci sia il vuoto anche dopo che questi ragazzi hanno scontato il loro errore. Certo, ognuno ha la propria storia e non ho mai giustificato nessuno con la solita frase «È colpa della società». Però per accoglierli è di particolare importanza partire da una sorta di pregiudizio: in ognuno di loro esiste una parte che può esprimere un cambiamento positivo. La comunità deve essere orientata a scoprire e a far crescere quella parte, la parte che, per semplificare, io chiamo “la parte buona”.
Il primo movimento è quello di cercare la relazione. Una relazione positiva, che parta dall’ascolto e aiuti l’altro a riconoscere le proprie energie, le proprie speranze, i sogni, i desideri. Devono sentire che c’è fiducia in loro, quella fiducia che
spesso non hanno nemmeno loro stessi.
In una relazione autentica puoi capire i movimenti dell’altro, i suoi limiti e le sue leggerezze, le sue intelligenze e le sue risorse. Devi sapere con chi hai a che fare, devi parlarci insieme e cercare di capire le sue esigenze piú profonde. Devi, soprattutto, individuare quelle caratteristiche sue proprie che lo rendono quella persona lí e non un’altra.
La comunità deve rappresentare un momento di passaggio, un’esperienza che li riabitua a prendere la propria vita in mano.
Ma, come dicevo, ognuno ha la propria storia: come si può dunque mettere d’accordo la vita comunitaria, fatta di regole uguali per tutti, con le caratteristiche individuali, con le esigenze specifiche di ognuno?
Io ho come guida il Vangelo e quindi non mi è difficile comprendere che «non è l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo». Cosí io intendo le regole: sono efficaci se vivono nella relazione personale con ognuno, se sono capaci di essere comprese e di essere funzionali al reinserimento.
Le regole verranno rispettate se alla loro radice c’è il rispetto della persona con cui sono state stipulate. D’altra parte, ho a che fare con ragazzi che sono entrati nel circuito penale proprio perché non erano in grado di rispettare le regole.
Perché dovrei pretendere che in una notte diventino capaci di osservarle rigidamente?
Il rispetto delle regole è un obiettivo del percorso, non un presupposto. O, almeno, non un presupposto senza il quale non si può cominciare un percorso di cambiamento. Occorre notare che molto spesso i ragazzi del Beccaria – ma ahimè non solo loro – hanno vissuto la mancanza di una figura paterna capace di contenerli, di dare loro dei limiti. Ci vuole dunque tempo affinché riconoscano l’esistenza di limiti e accettino comuni regole di convivenza.

Competenze e accompagnamenti diversi

Intorno a una comunità ci devono essere, ovviamente, competenze e accompagnamenti diversi. Ci sono problemi legali da risolvere per i quali sono indispensabili conoscenze giuridiche e capacità di muoversi nella burocrazia, c’è la necessità di costruire percorsi di formazione per i quali sono indispensabili insegnanti disponibili, occorre la collaborazione dei Servizi sociali opportuni, quindi di psicologi, quando è indispensabile, di mediatori culturali, di assistenti sociali.
Ma è ancora piú importante partire dalla convinzione di avere di fronte delle persone, ognuna con caratteristiche proprie.
I percorsi devono dunque essere progettati individualmente, per quanto è possibile.
Una delle fragilità dei Servizi sociali è talvolta proprio quella di produrre percorsi in serie, come se fossero abiti che possano essere indossati da chiunque. Non è cosí. C’è chi ha bisogno di tornare a scuola, chi di entrare rapidamente nel mondo del lavoro, chi invece di formarsi gradualmente a una professione e all’accettazione di una vita “normale”.
Per progettare percorsi individuali occorre leggere la loro storia e capire il rapporto con la famiglia e l’ambiente sociale di provenienza.
Si scopre, cosí, che spesso è opportuno un cambio radicale, come, per esempio, è frequente nei ragazzi Rom e nei ragazzi che provengono da ambienti radicati nell’illegalità, piccola o grande che sia: ritornare nel proprio ambiente significa quasi sempre subire una ennesima cooptazione e ricominciare con la vita passata.

Percorsi di cambiamento

I percorsi di cambiamento sono dunque cruciali. Per questo mi impegno da sempre affinché il carcere non sia una sterile reclusione durante la quale i ragazzi hanno solo lunghe ore passate davanti alla televisione in attesa della scarcerazione.
Questa convinzione non è solo supportata dalle tante storie che ho incontrato, ma anche dalle statistiche relative alla percentuale di recidiva dei reati commessi dai ragazzi dopo l’uscita dal carcere: chi ha passato la reclusione senza percorsi formativi ed educativi ha circa il 70% di possibilità di ritornare in carcere per altro reato, ma la percentuale si abbassa al 20% se durante la detenzione è stato seguito dagli educatori con un progetto e se dopo il carcere lo attende un percorso di reinserimento sociale e lavorativo.
E qui sta il problema piú serio: il lavoro e la casa.
C’è estremo bisogno della disponibilità della società civile, degli imprenditori, delle associazioni industriali affinché si rendano disponibili ad accogliere i ragazzi, perché altrimenti, senza alternative serie al guadagno facile dell’illegalità, lasciamo questi ragazzi al loro destino.

Permettere di sbagliare

Perché una comunità funzioni, poi, ci deve essere la capacità di permettere di sbagliare.
Sono tante le storie di ragazzi che durante il percorso di cambiamento ricadono in vecchie abitudini, trasgressioni, magari anche tradimenti del patto stipulato all’ingresso in comunità. Ebbene, occorre mantenere forte e viva la capacità di accoglierli nuovamente, di essere testardi nella convinzione che possono ancora una volta ricominciare.
Perché scandalizzarsi quando una persona per la quale ci siamo impegnati a sostenerla in un percorso rieducativo continua a comportarsi male o comunque non fa quello che ci aspettiamo?
Se ci scandalizziamo è perché stiamo giudicando quella persona attraverso le caratteristiche che abbiamo immaginato dovrebbe avere alla fine del percorso.
Cosí però non consideriamo che i cambiamenti di solito procedono per passi attraverso un processo che può essere lungo e tortuoso.
Occorre avere molta pazienza e sapere che molti dei nostri ragazzi cercano la sicurezza affettiva, cioè hanno bisogno di sapere che un legame non può sciogliersi alle prime difficoltà, ai primi errori.
Sbagliare deve far parte delle possibilità della vita, cosí come avere la possibilità di rimediare.

La relazione e il progetto

Una comunità di accoglienza deve vivere intorno a due perni: la relazione, come dovrebbe essere evidente da quanto detto sino ad ora (altrimenti dovremmo parlare di un semplice agglomerato di individui), e il progetto.
La dimensione progettuale vive però una crisi generalizzata, in particolare per le nuove generazioni, sempre piú immersi nell’immediatezza.
Per i ragazzi marginali è un problema ancora piú serio, perché, abituati a vivere alla giornata, solo attraverso il progetto possono credere in una prospettiva di cambiamento.
Certo, la prima ragione che ci spinge a cercare un cambiamento è normalmente uno stato di sofferenza, di disagio, a causa del quale desideriamo “cambiare”. Ma non è sufficiente per trovare una direzione al cambiamento.
Per questo occorre offrire un progetto, una visione del futuro nel quale possano immaginarsi sereni.
Torniamo ora al principio del nostro discorso: “Come nasce una comunità di accoglienza?”.
Nasce perché abbiamo risposto a un bisogno, nasce perché abbiamo messo la relazione al centro di ogni vicenda umana, nasce perché ci sentiamo responsabili nei confronti di chi non ha avuto la possibilità di progettare positivamente il proprio futuro. Ma una comunità può nascere anche da una domanda.
Per concludere voglio ricordare le parole di don Andrea Gallo, un instancabile costruttore di relazioni, secondo il quale una comunità nasce proprio a partire dalla domanda: “Che cosa posso fare per te?”.

 

Don Gino Rigoldi
Associazione Comunità Nuova Onlus, Milano

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