Coltivatori della terra: per nutrire bene e meglio il Pianeta

Roberto Moncalvo, Presidente Nazionale Coldiretti


 

 

Parlare di sicurezza alimentare oggi significa evocare aspetti diversi ma uniti da un comune bisogno dell’uomo, da sempre: quello di alimentarsi in modo sufficiente, privo di rischi, e nutrizionalmente vantaggioso. Se il messaggio forte di Expo 2015 è “nutrire il pianeta”, occorre, come auspicato da papa Bergoglio, mantenere fede che «… da Expo provenga cibo sano, sicuro e sufficiente per tutti i popoli».
In questo senso, la lingua inglese ha giustamente definito due aspetti della stessa medaglia, ovvero food safety (intesa come la sicurezza del cibo ingerito) e food security, che invece rappresenta la disponibilità di cibo in misura adeguata per il soddisfacimento delle esigenze biologiche.
La sicurezza degli approvvigionamenti alimentari e idrici in entrambe le accezioni ha da sempre rappresentato un fattore strategico nella geopolitica, e un tema centrale di salute pubblica. Recentemente il tema della sicurezza del cibo ha guadagnato progressivamente terreno fra i consumatori e fra i vecchi e nuovi media: quotidiani e riviste, talk show, rubriche di approfondimento giornalistico, format d’inchiesta.

Food safety e food security: due lati della stessa medaglia?

Una riflessione sugli scandali alimentari degli ultimi 20 anni, ci porta a considerare come i problemi abbiano la loro matrice nelle filiere lunghe, con vari passaggi di stato (fisico e chimico) delle materie prime, e con la possibilità di nascondere al consumatore finale la vera natura del prodotto finale. Attori economici lontani, sottoposti a diversi standard produttivi e diverse normative, spesso in parti del globo che ancora non hanno raggiunto la sicurezza produttiva, la capillarità e la serietà dei controlli italiani, tendono a diventare i veri riferimenti del cibo che portiamo sulle nostre tavole. Nel momento in cui si rinuncia alla food security, si rinuncia anche alla food safety: la promessa di una crescita generalizzata del benessere economico attribuibile al fenomeno della globalizzazione, sfruttando al massimo la capacità di un Paese di produrre a basso costo, rischia di relegare l’agricoltura a qualcosa da “esternalizzare” a Paesi terzi. Il risultato è una perdita di visione e il controllo non solo delle fasi produttive e della disponibilità del cibo – che si è costretti a importare in sempre maggiore misura – ma anche della sicurezza del cibo, gestita da “altri”, con una rottura di prossimità tra chi produce e chi controlla, ma anche tra chi produce e chi consuma. La conseguenza naturale di tutto questo è stata una crescita impressionante delle frodi alimentari. Di questo occorre tenere conto a livello di accordi internazionali, ad esempio nel TTIP, quando si dovrà discutere di quelle che senza esitazione alcuna Coldiretti ha sempre definito come pratiche scorrette e aberranti (carni clonate, ormoni nell’alimentazione bovina, ecc.).

Il contesto

Food security significa disponibilità adeguata di cibo, quindi né eccesso né privazione ma purtroppo, su scala mondiale, si oscilla tra due estremi: malnutrizione e obesità. Nel 2014, 795 milioni le persone (una su otto) hanno sofferto di malnutrizione cronica (cfr.: FAO, The State of Food Insecurity in the World 2015).
Secondo l’OMS, per quanto riguarda invece obesità e sovrappeso, nel mondo sono più che raddoppiati dal 1980 ad oggi; dal 2008 al 2014, gli adulti in sovrappeso sono passati da 1,4 miliardi a 1,9 miliardi; nello stesso periodo gli obesi sono passati da 500 milioni a 600 milioni.
Analoga, o peggiore, appare la condizione dei bambini: secondo uno studio pubblicato sul The Lancet, il 23,8% dei bambini e il 22,6% delle bambine risultavano obesi o in sovrappeso nel 2013 nei Paesi sviluppati. Ma sovrappeso e obesità sono cresciuti pure tra i bambini dei Paesi in via di sviluppo: si è passati da un 8,1% a un 12,9% per i maschi e da un 8,4% a un 13,4% per le femmine.
In Italia – pur considerando una riduzione del 5,2% del numero di bambini obesi o in sovrappeso a partire dall’inizio della crisi – la situazione rimane su soglie prossime a quelle degli altri Paesi sviluppati.
Contemporaneamente a livello mondiale si avvertono poi i segnali di un “picco” dell’uso di risorse non solo energetiche, ma più generalmente di quelle che sono considerati beni pubblici come l’acqua e il suolo. Questo mentre, secondo l’ONU, nel 2050 la popolazione mondiale arriverà a 9 miliardi, cioè un terzo di bocche in più da sfamare.
Alcuni Paesi stanno pensando di risolvere il problema con il land grabbing (accaparramento delle terre): negli ultimi 6 anni, grandi gruppi privati e investitori istituzionali si sono accaparrati nel mondo 86 milioni di ettari, 5 volte la superficie dell’Italia (dati Food First). Un sistema quindi sbagliato, che nella sua apparente efficienza ha avuto tutta una serie di “effetti collaterali” le cui conseguenze si stanno rivelando devastanti.

La sovranità alimentare minacciata

Ogni anno in Italia viene cementificata una superficie pari alla somma di Milano e Firenze. In base ai dati ISPRA, dagli anni Cinquanta al 2014 l’Italia è passata da un consumo dei suoli del 2,7% al 7%, pari a oltre il 28% dei terreni a uso agricolo (pari a Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme); e da una superficie persa pari a 8.100 km quadrati a 21.000 km quadrati. Il nuovo consumo di suolo ha inciso prevalentemente sulle aree agricole e, in particolare, quasi il 60%, tra il 2008 e il 2013 è avvenuto a discapito di aree coltivate (in gran parte seminativi).
A ciò, come sistema Paese, dobbiamo sommare gli effetti dei processi di globalizzazione e quindi di una competizione esclusivamente basata sui prezzi, a loro volta radicati su meccanismi di autentico dumping sociale e ambientale. Ciò tende a mettere fuori mercato molte delle nostre produzioni nel settore delle cosiddette commodities agricole, rendendo progressivamente più fragile la sovranità alimentare italiana.
Le ripercussioni di tutto questo sono evidenti: il grado di autosufficienza per quanto riguarda il grano duro è oggi del 60%, grano tenero 50%, mais 70%, latte 64%, leguminose 33%, carne bovina 55%, carne suina 68%, zucchero 30%, olio d’oliva 50%. Ma oltre agli effetti sull’approvvigionamento alimentare, questo ha un rilevante impatto sull’ambiente e sulla sicurezza del territorio. Sono ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, l’82% del totale; oltre 6 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni.
L’effetto finale di tutto ciò può essere visualizzato tramite il Food Security Risk Index riferito all’ultimo anno disponibile, il 2013. Anche l’Italia, considerando le importazioni ed esportazioni agroalimentari, è in una posizione debole. Almeno dal punto di vista della Food security.
Il tema della capacità di sostentare i propri cittadini quindi non è un tema che insegue l’autarchia, come alcuni vogliono fare credere. Riguarda invece aspetti su cui interrogarsi, complice la recente compromissione del commercio globale di cibo, testimoniata ad esempio dalla fiammata dei prezzi alimentari del 2008, in ragione di aspetti climatici, geopolitici ed energetici. Il mercato globale, così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, potrebbe quindi non essere sempre la risposta adeguata.
Alcuni Paesi Europei stanno attivamente pensando alla necessità di stabilire dei target di food security: se la presenza di cibo in Europa è stata per anni data per scontata, i problemi però potrebbero tornare.

La food safety: Italia all’avanguardia

Se quindi la food security è a rischio, va però anche detto che dal punto di vista della food safety l’Italia è all’avanguardia, tanto che si può affermare che il cibo italiano non solo è il migliore (organoletticamente e sensorialmente) del mondo, ma che è anche il più sicuro, per le procedure di produzione e anche perché il più controllato.
L’Italia infatti presenta un Piano Nazionale Integrato dei controlli, che permette una raccolta ottimale dei dati, evitando sovrapposizioni e soprattutto con la possibilità di confronto con dati di altri anni e di altri Paesi. Di tale piano viene presentata annualmente una sintesi.
L’Italia, in accordo con i dati del Ministero della Salute, effettua un numero di controlli pari a 184% di quelli richiesti dall’Europa entro il programma coordinato. Nel solo 2014 sono stati analizzati 19.162 campioni bovini e sono state rilevate 13 non conformità per sostanze vietate.
L’attività ufficiale lungo tutta la filiera si avvale anche dell’opera dei Carabinieri del Nas, che nel 2014 nel solo settore delle carni e allevamenti hanno effettuato 4.450 controlli, 761 sanzioni penali e 1.749 sanzioni amministrative per un totale di 1.889.025 euro mentre i sequestri ammontano per l’anno 2014 a 143.738.398 euro.
Nel settore dei farmaci veterinari i controlli effettuati dal Nas sono stati 211 con 114 sanzioni penali e 71 amministrative, mentre nel settore latte e derivati i controlli sono stati 2.047, con 434 sanzioni penali e 671 amministrative con sequestri per un valore di 45.461.400 euro.
Per gli alimenti di origine animale di importazione, assistiamo invece a una asimmetria: da un lato, i regolamenti comunitari, dall’altro, il richiamo “alla libera circolazione delle merci” riducono l’impatto dei controlli – le partite campionate infatti sono state 1.708 (1.855 nel 2012), con una percentuale bassa rispetto al totale dei campionamenti.
I prodotti alimentari italiani sono trenta volte più sicuri di quelli extracomunitari per quanto riguarda il contenuto in residui chimici, dieci volte più sicuri della media europea. È quanto possibile affermare sulla base delle varie relazioni dell’Autorità per la sicurezza alimentare (Efsa). Il merito di questo successo è degli agricoltori in primis, che lavorano con impegno per assicurare cibi sicuri e di qualità ai consumatori e consentono all’Italia di essere nell’olimpo internazionale dell’agricoltura per sicurezza alimentare e rispetto ambientale.

Le ragioni della “sicurezza”

L’Italia non ottiene per caso tali risultati: i fitosanitari a uso agricolo sono infatti in calo da oltre 15 anni consecutivi.
Per i fertilizzanti parimenti si segnala una diminuzione d’uso: sono stati distribuiti 41,1 milioni di quintali di fertilizzanti, 13,4% in meno rispetto all’anno precedente.
Rispetto al 2012, si segnala inoltre la diminuzione (-23,9%) dei concimi in generale (minerali, organici e organi minerali). Il calo conferma la piú generale tendenza alla flessione in atto da diversi anni: nel periodo 2002-2013 i fertilizzanti diminuiscono del 23,4%.

Quale contributo per una rinascita economica, civile e sociale del nostro paese?

Sono 570 milioni le aziende agricole presenti nel mondo delle quali ben l’88 per cento di tipo familiare, che sono la stragrande maggioranza sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Di queste ben il 35 per cento si trova in Cina, il 24 per cento in India e solo il 7 per cento in Asia Centrale e in Europa. Una persona su tre nel mondo lavora in agricoltura o nella pesca con 2,5 miliardi di persone impegnate quotidianamente a sfamare il pianeta che molto spesso però vivono in condizioni di povertà perché manca un adeguato riconoscimento sociale ed economico del lavoro nei campi. Lo sfruttamento e la speculazione sul cibo conduce a un paradosso: la presenza di molti agricoltori tra le oltre 800 milioni di persone che soffrono la fame, secondo la Fao.
L’Italia, con 155mila imprese in meno rispetto all’inizio della crisi nel 2007 non può permettersi di perdere le opportunità di rilancio offerte dalla grande esposizione universale.
L’Expo è una enorme occasione per ripensare a fondo il sistema di produzione e di distribuzione del cibo e perseguire un modello di sviluppo sostenibile che garantisca un sistema di tutela sociale ed economica in grado di assicurare un futuro all’agricoltura e un cibo sicuro e accessibile a tutti, in Italia e nei Paesi più poveri. È necessario lavorare sulla sovranità alimentare con politiche e investimenti dei Governi volti a favorire la crescita delle agricolture dei diversi Paesi e regole commerciali rispettose e consapevoli del valore del cibo, ma anche promuovere azioni di riequilibrio all’interno della catena alimentare che contribuiscano alla valorizzazione e alla remunerazione delle produzioni agricole.
L’emergenza alimentare non si risolve con i prezzi bassi all’origine per i produttori perché questi non consentono all’agricoltura di sopravvivere e con la chiusura delle imprese destrutturano il sistema che non è più in grado di riprendersi.
Occorre investire nell’agricoltura delle diverse realtà del pianeta, con politiche agricole regionali che sappiano potenziare le produzioni territoriali per sfamare prima di tutto le popolazioni locali e sfuggire all’omologazione che deprime i prezzi e aumenta la dipendenza dall’estero.
A segnare il ruolo delle campagne all’interno dell’Expo c’è stato il padiglione della Coldiretti all’inizio del Cardo sul lato opposto all’albero della vita con una enorme scritta “No farmers no party” e i maxi volti di veri agricoltori che tappezzano completamente le pareti esterne. Quei volti sono la rappresentazione del grande processo di “accorciamento della filiera” avviato in questi anni, con i produttori che “ci mettono la faccia” ed entrano in rapporti fiduciari diretti con il consumatore o cittadino: stiamo parlando della rete di “Campagna Amica” e del progetto FAI.
Non c’è Expo quindi, non c’è cibo e non c’è vita senza il duro lavoro nelle campagne. Le immagini degli agricoltori italiani raccolte lungo tutta la penisola testimoniano il giusto orgoglio di una professione che ha la responsabilità di nutrire il mondo.
In un momento critico anche per il nostro Paese, di ripensamento culturale dei valori, nonché di flessione economica, si tratta allora di ripartire dal cibo, sicuramente uno dei nostri punti di forza nonché vera e propria bandiera italiana nel mondo. Il cibo è un manufatto della cultura materiale che in sé racchiude elementi sociali e culturali, di gusto e civiltà, che possono favorire un vero e proprio rinascimento dell’Italia sulla scena globale.
E i giovani stanno rispondendo bene all’appello: infatti, secondo un sondaggio Coldiretti/Ixe’ (2014) il 57% dei giovani oggi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (18%) o fare l’impiegato in banca (18%) mentre 4 genitori su 10 consiglierebbero al figlio di fare l’agricoltore.
Non solo: tra gli agricoltori under 30, una percentuale alta (36,5%) ha una scolarità elevata (è laureato, laureando o specializzato), lasciando presagire una forte componente di innovazione. Tale aspetto è testimoniato anche dal boom di iscrizioni alle facoltà e agli istituti superiori di agraria, che fanno segnare nel 2015 un aumento record del 39 per cento dall’inizio della crisi nel 2007/2008.
Le basi per una rinascita agricola sono pronte e parte del merito credo vada attribuito a Coldiretti, che in questi anni ha lottato a ogni livello, istituzionale, politico, legislativo, per esaltare le differenze della nostra agricoltura, valorizzandola e rendendola competitiva al contrario di quella agricoltura orientata solo a “una generica produzione a basso costo”.
Ora, si tratta di spingere tutti insieme, nella direzione di un’Italia che sappia collocare ancora meglio nel mondo, la propria produzione agroalimentare e insieme ad essa il modello culturale e sociale che la sostiene.

 

Roberto Moncalvo
Presidente Nazionale Coldiretti

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