Attenti allo spreco alimentare: nuove politiche di ecoefficienza e ruolo del consumatore

Matteo Mascia, Coordinatore del Progetto Etica e Politiche Ambientali, Fondazione Lanza


 

 

L’intrecciarsi in questo nostro tempo di piú situazioni di criticità in àmbito ambientale, economico e sociale, che disegnano una crisi multidimensionale della modernità, impongono di ripensare in profondità l’attuale modello di società per renderlo piú equo e sostenibile.
Le situazioni di crisi sono sempre state occasione di ripensamento, di ricerca di risposte nuove a partire da un rinnovato sguardo nei confronti della realtà. È quanto ci chiede di fare anche Papa Benedetto XVI quando nel Messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2010, al n. 9, scrive che «la crisi ecologica offre una storica opportunità per elaborare una risposta collettiva volta a convertire il modello di sviluppo globale in una direzione piú rispettosa nei confronti del creato e di uno sviluppo umano integrale». La “scoperta” dello spreco alimentare ha origine proprio dalla necessità di rilevare, in un contesto di crisi di risorse, economiche e ambientali, il grado di sostenibilità del sistema agroalimentare alla scala globale, come a quella nazionale e locale e di avviare concrete politiche e azioni per risignificare la qualità dello sviluppo e ripensare il nostro modo di vivere nel mondo.

Le dimensioni del fenomeno

La rilevazione di questo fenomeno è ancora in una fase iniziale, manca per esempio una definizione univoca di che cos’è lo spreco alimentare a livello internazionale, cosí come a livello scientifico.
Si può però richiamare quanto proposto dal Parlamento europeo nella sua risoluzione del 27 gennaio 2012 “Come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE” secondo cui lo spreco alimentare è «l’insieme dei prodotti alimentari scartati dalla catena agroalimentare per ragioni economiche o estetiche o per prossimità della scadenza di consumo, ma ancora perfettamente commestibili e potenzialmente destinabili al consumo umano e che, in assenza di un possibile uso alternativo, sono destinati a essere eliminati e smaltiti» (1).
Delimitando la questione degli sprechi a questa definizione e pur in presenza di una ancora limitata disponibilità di dati, dalle prime indagini a livello internazionale e nazionale, per l’Italia quelle realizzate da Last Minute Market del prof. A. Segrè (2), va emergendo uno scenario verosimile che evidenzia come lo spreco alimentare sia uno scandaloso paradosso di questo nostro tempo. La FAO denuncia che nel mondo piú di un terzo del cibo prodotto viene sprecato. Il volume globale annuo dello spreco è stimato in 1,6 miliardi di tonnellate di “prodotti primari”, mentre quello di cibo commestibile è pari ad 1,3 miliardi di tonnellate (3).
Le regioni del pianeta dove si registra il maggior spreco alimentare sono l’Asia industrializzata e il Sud Est Asiatico, seguite da Europa, America Latina, America del Nord, Oceania e Africa. I dati per l’Europa parlano di circa 89 milioni di tonnellate di alimenti che ogni anno vengono scartati, di questi circa 37 milioni sono gettati via dalle famiglie.
Se volgiamo lo sguardo alla realtà italiana la situazione è altrettanto preoccupante; l’Osservatorio sugli sprechi Waste Watcher, creato dallo spin-off dell’Università di Bologna Last Minute Market, segnala che solo nel contesto domestico si sprecano il 17% dei prodotti ortofrutticoli acquistati, il 15% di pesce, il 28% di pasta e pane, il 29% di uova, il 30% di carne e il 32% di latticini. Una perdita di circa 1.600 euro l’anno che rappresentano il 27% della spesa che ogni anno le famiglie italiane investono per l’acquisto di alimenti (4).
Sia che guardiamo ai dati internazionali elaborati dalla FAO, sia a quelli nazionali dell’Osservatorio Waste Watcher lo sperpero di cibo è un fenomeno di grandi dimensioni che ha una significativa rilevanza dal punto di vista etico, economico e ambientale sulle quali pare opportuno soffermarsi seppure brevemente.

Spreco e giustizia

La prima questione che interroga chi legge i dati sul tema dello spreco alimentare è il richiamo forte a un’istanza di giustizia e a una rinnovata solidarietà tra le persone e i popoli del pianeta. La povertà e la malnutrizione sono ancora oggi una delle piaghe a cui non si riesce, o forse non si vuole, dare risposta. Basti ricordare che ogni giorno muoiono per fame circa 20.000 persone e che piú di 1 miliardo di persone nel mondo vive con meno di 1 dollaro al giorno. Eppure, recuperando l’enorme quantità di alimenti che annualmente viene gettata nel mondo si potrebbero sfamare 3,5 miliardi di persone per un anno intero. Nella sola Europa, con il cibo sprecato in 24 ore, si potrebbero sfamare 200 mila persone.
È significativo sottolineare che tale situazione non riguarda solo i poveri che vivono nei Paesi del terzo e quarto mondo, ma oggi in misura crescente anche gli abitanti dei Paesi industrializzati, Italia compresa, dove come conseguenza della crisi economica si è avuto in questi anni un aumento delle persone e delle famiglie che si trovano sotto la soglia minima di povertà. Secondo i dati Istat, nel 2011, in Italia vi erano piú di 3,5 milioni di poveri, circa il 6% della popolazione, ma se si aggiungono le persone a rischio povertà (povertà relativa) la percentuale sale all’11% della popolazione.
Dati destinati ad aumentare come conseguenza della persistenza della crisi economica che continua a ridurre in modo significativo il potere d’acquisto delle famiglie.

Spreco e inefficienze del mercato

Ma lo spreco alimentare evidenzia anche importanti implicazioni economiche che sono state e sono ancora troppo spesso sottovalutate. I dati della FAO indicano una perdita a livello globale, in termini di valore economico, pari a 750 miliardi di dollari, l’equivalente della somma dei Pil della Svizzera e della Turchia.
Per l’Italia l’impatto economico dello spreco lungo la filiera alimentare, calcolato al prezzo di mercato dei prodotti e considerando anche le emissioni dei gas serra come esternalità negative, è valutabile intorno ai 12,5 miliardi di euro l’anno. Se poi aggiungiamo anche lo spreco domestico, che è quello piú ingente, il valore economico raggiunge circa 15 miliardi di euro l’anno. Come denuncia “Il libro nero dello spreco in Italia” questo enorme valore economico correlato alla quantità di cibo che si perde lungo la filiera agroalimentare (produzione, lavorazione, distribuzione, consumo) è un indicatore dell’inefficienza del mercato nella gestione dei prodotti alimentari.
Se si prendono singoli pezzi della filiera agroalimentare si possono anche trovare “ragioni” ad alcune scelte economiche, si pensi alla distruzione delle eccedenze per difendere i prezzi o alla “messa in conto” della perdita di derrate durante il trasporto, ma se si guarda nel suo complesso il fenomeno dello spreco evidenzia tutta la sua antieconomicità.

Spreco e distruzione delle risorse ambientali

La terza dimensione che è necessario richiamare riguarda l’impatto ambientale dello spreco alimentare che comprende sia i prodotti gettati e trasformati in rifiuti, sia un uso inefficiente e uno sperpero delle risorse naturali primarie quali terra, acqua, energia, biodiversità.
Relativamente alla produzione di rifiuti urbani, all’interno dei quali si trova la maggior parte dello spreco di cibo, si registra una produzione media annua pro capite ancora molto elevata nei Paesi dell’Unione europea pari a circa 542 kg. Dato su cui si attesta anche il nostro Paese con i 536 kg pro capite. Piú preoccupanti sono però i dati relativi all’inefficiente uso delle risorse naturali: la FAO in un recente rapporto stima che, a livello globale, la produzione di cibo sprecato genera ogni anno circa 3,3 miliardi le tonnellate di Co2 e un consumo di acqua pari al flusso del fiume Volga in Russia.
Per l’Italia, il già citato “Libro nero dello spreco” analizza e contabilizza l’impatto ecologico della perdita di cibo registrando dati estremamente negativi. Si calcola infatti che per produrre le 3,6 tonnellate di cibo annuo che viene sprecato nel nostro Paese si sono emesse in atmosfera circa 4,14 milioni di tonnellate di Co2 (pari all’8,7% delle emissioni del settore agricolo), si sono utilizzati oltre 1,2 miliardi di m3 d’acqua (come l’intero lago d’Iseo), e si è consumata una quantità di energia pari a quella utilizzata di 1,6 milioni di italiani.
Sono questi gli sprechi invisibili, quelli che sono a monte della stessa produzione alimentare e che è necessario conoscere e iniziare a contabilizzare nei bilanci delle imprese e delle pubbliche amministrazioni, ma anche delle organizzazioni non profit, degli enti religiosi e delle famiglie. È importante far crescere la consapevolezza sul rapporto esistente tra produzione di cibo e consumo di natura (una fiorentina al sangue da 3 etti richiede 4.650 litri di acqua, un piatto di ciliegie 375 litri, una tazzina di caffè 140 litri) e che quando buttiamo via il cibo contribuiamo allo sfruttamento di risorse ambientali limitate e a rendere insostenibile il nostro modello di sviluppo e i nostri stili di vita.

Spreco e società dei consumi

Questi pochi dati riportati evidenziano le rilevanti dimensioni del fenomeno dello spreco alimentare e le forti inefficienze dell’attuale modello di sviluppo dal punto di vista economico e ambientale, ma anche sociale come ci ha ricordato Papa Francesco nel suo intervento all’Udienza Generale del 5 giugno 2013 (Giornata internazionale dell’ambiente), in cui denuncia la “cultura dello scarto”, cultura che «tende a diventare mentalità comune che contagia tutti» rendendoci «insensibili anche agli sprechi e agli scarti alimentari, che sono ancora piú deprecabili quando in ogni parte del mondo, purtroppo, molte persone e famiglie soffrono fame e malnutrizione … il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo piú in grado di dare il giusto valore, che va ben al di là dei meri parametri economici. Ricordiamo bene però che il cibo che si butta via è come se venisse rubato dalla mensa di chi è povero, di chi ha fame!».
La scoperta del fenomeno dello spreco alimentare è, come già segnalato, recente e la sua emersione si deve alle prime ricerche avviate in Europa e negli Stati Uniti per quantificarne i volumi nell’àmbito della filiera agroalimentare anche come conseguenza del progressivo dispiegarsi della crisi economica e di quella ecologica, con le preoccupazioni legate alle conseguenze del cambiamento climatico. L’aver iniziato a contabilizzare lo spreco alimentare per dare conto di un fenomeno assolutamente insostenibile è il primo passo per poter elaborare politiche e azioni volte a contenerlo e in prospettiva eliminarlo.
Non sarà un’impresa facile anche perché nella società dei consumi il fenomeno dello spreco piú che un “effetto collaterale” sembra essere un elemento strutturale. Il modello di sviluppo consumista che caratterizza questo nostro tempo fa della produzione e del consumo di beni e servizi la sua stessa ragion d’essere, per cui le merci che non vengono consumate devono essere in qualche modo eliminate per far posto alle nuove merci che nel frattempo sono state prodotte. Il fenomeno dello spreco alimentare è, dunque, un ulteriore indicatore dell’inefficienza del modello economico e sociale dominante che risulta insostenibile nel medio e lungo periodo e che richiede «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo per correggerne le disfunzioni e le distorsioni» (per richiamare le parole di Papa Benedetto XVI nella Caritas in veritate, n. 32) come ormai da tempo vanno segnalando con sempre maggior precisione studi e ricerche (5).

Come ridurre lo spreco alimentare: politiche e strumenti

Certo, trasformare i modelli organizzativi e culturali, le modalità di produzione e di consumo, i modi e gli stili di vita non è impresa facile che si può realizzare nel breve periodo. Essa richiede intelligenza, creatività, responsabilità, perseveranza nell’intraprendere nuove strade capaci di rendere le preoccupazioni e i problemi attuali occasioni di stimolo per nuove progettualità.
Nel corso degli ultimi 20 anni si è avviata una progressiva elaborazione di importanti strumenti a livello giuridico, scientifico, politico e culturale che consentono di progettare e praticare modalità di sviluppo differenti orientate a promuovere un approccio integrato alle diverse dimensioni – economica, sociale e ambientale – che determinano l’evoluzione e il progresso delle società tanto del Nord che del Sud del mondo.
Nel breve spazio di questo articolo, è opportuno richiamare lo sviluppo di strumenti in grado di rilevare con sempre maggiore precisione sia i livelli di impatto ambientale, sia le necessarie azioni per ridurre il consumo di natura da parte delle società umane. Il riferimento è agli indicatori di sostenibilità quali, in particolare, l’impronta ecologica che calcola il peso di una comunità in termini di territorio biologicamente produttivo; l’impronta del carbonio che misura le emissioni di gas serra; l’impronta idrica che indica i consumi di acqua nelle filiere agroalimentari. Indicatori che hanno una particolare rilevanza nel calcolo dello spreco alimentare.
A questi si aggiungono tutta una serie di strumenti per misurare l’ecoefficienza in àmbito energetico, il ciclo di vita dei materiali, i protocolli per la certificazione ambientale di processo e di prodotto che saldano le pratiche di sostenibilità con quelle di responsabilità sociale d’impresa.
L’importanza di tali indicatori è data anche dal fatto che sono alla base dello sviluppo e dell’elaborazione di sistemi innovativi che affiancano alla tradizionale contabilità economica sistemi di contabilità sociale e ambientale.
Mettere la natura nel conto, significa dotare un’organizzazione (sia essa uno Stato, una città, un’impresa, …) di un sistema di informazioni su quante e quali risorse naturali si stanno consumando (o si stanno usando in modo poco efficiente e, dunque, sprecando) e quante se ne potranno consumare in futuro. Significa anche attribuire al patrimonio naturale un valore adeguato per la sua preservazione e per conoscere e quindi contabilizzare i costi economici (ma anche sociali) conseguenti al degrado delle risorse e all’inquinamento.
Nella già citata risoluzione del Parlamento Europeo del gennaio 2012 vengono indicate una serie di misure specifiche che la Commissione europea e gli Stati membri dovrebbero mettere in campo per contrastare il fenomeno dello spreco alimentare, tra queste si possono richiamare: a) incoraggiare e sostenere le iniziative dirette a incentivare la produzione sostenibile su piccola e media scala legata ai mercati e ai consumi locali e regionali; b) favorire le relazioni dirette fra i produttori e i consumatori per accorciare la catena dell’approvvigionamento alimentare; c) introdurre l’etichettatura con doppia scadenza (commerciale e di consumo); d) autorizzare le vendite scontate di prodotti in scadenza o danneggiati; e) promuovere e sostenere l’industria dell’eco-design per la promozione di imballaggi piú efficienti in termini di dimensioni (aiutare i consumatori ad acquistare la giusta quantità) e di conservazione dei prodotti per mantenerne la freschezza. Un altro importante strumento è quello proposto agli Enti territoriali che decidono di aderire alla Campagna Un anno contro lo spreco (6), si tratta di introdurre tra le regole che disciplinano gli appalti pubblici per la ristorazione e le ospitalità alberghiere misure concrete per la ridistribuzione gratuita del cibo in eccesso e l’acquisto di alimenti prodotti il piú vicino possibile al luogo di consumo (km 0). Strumento che si richiama ai c.d. acquisti verdi, i Green Public Procurement, per orientare gli acquisti della Pubblica Amministrazione verso prodotti sostenibili e a basso impatto, inserendo criteri ecologici nelle procedure d’acquisto degli enti locali e delle amministrazioni pubbliche in generale. Molte sono poi le iniziative pubbliche e private volte al recupero di prodotti alimentari e alla loro redistribuzione a strutture deputate all’assistenza e al sostegno di persone indigenti ed emarginate. Per l’Italia, le principali iniziative sono quelle promosse da Last Minute Market, Banco alimentare e  Coop, molte di piú sono le iniziative sviluppate a livello locale soprattutto nelle città.

Come ridurre lo spreco alimentare: ruolo del consumatore e nuovi stili di vita

Gli strumenti richiamati sono alcune delle possibili e concrete risposte per ridurre lo spreco alimentare, che richiede anche un maggior coordinamento tra gli attori della catena agroalimentare perché lo spreco si verifica a ogni livello della filiera: dalla produzione alla distribuzione all’ingrosso e al dettaglio, dalle strutture per la ristorazione al consumo familiare.
A conclusione, si vuole però richiamare l’importanza e il contributo che può venire dai piccoli cambiamenti nelle scelte delle persone, perché l’àmbito domestico è il luogo dove si materializza il 42% dello spreco alimentare a livello di Paesi dell’Unione europea, che per l’Italia significa 76kg pro-capite anno, per un costo prima richiamato di oltre 1.600 € annui. I comportamenti e le pratiche quotidiane possono, dunque, fare la differenza nell’uso responsabile del cibo e dei prodotti alimentari. Per esempio avendo maggiore attenzione nell’acquisto di beni alimentari per tenere conto dell’effettivo consumo che se ne fa all’interno della famiglia, ma anche dei valori nutrizionali e delle scadenze dei prodotti che si acquistano. Si tratta in altre parole di porre maggiore cura alla qualità del cibo piuttosto che alla quantità.
Riscoprire una pratica un tempo normale nelle nostre case e cioè la disponibilità a recuperare gli avanzi del giorno precedente, magari rielaborandoli con nuove ricette, affinando creatività e fantasia. O, ancora, disporre e organizzare i cibi nella dispensa e nel frigorifero in modo tale da avere ben in vista i prodotti maggiormente deperibili (yogurt, carne, latticini, insaccati, …). Solo queste “piccole” attenzioni contribuirebbero a ridurre la perdita di cibo di almeno il 27% nel nostro Paese e ancora di piú se guardiamo alla media europea. Agire all’interno delle famiglie per orientare comportamenti e stili di vita nella direzione di una maggiore sobrietà non richiede dunque chissà quali pratiche, quanto piccoli gesti quotidiani. Gesti che oggi riguardano in misura crescente anche le scelte di consumo che devono essere piú attente nel ricercare l’acquisto di beni con marchi di qualità ecologica certificati, prodotti di aziende eco-certificate, prodotti che dichiarano la rintracciabilità, prodotti a km 0, prodotti del commercio equo e solidale.
Queste brevi considerazioni per sottolineare che seppur lo spreco alimentare sia un fenomeno complesso che richiede di essere aggredito da piú fronti (normativo, politico, logistico, …), vi è una responsabilità pro quota parte di ciascuno di noi e che ognuno di noi può essere attore del cambiamento richiesto per costruire una società piú sostenibile.

 

Matteo Mascia
Coordinatore del Progetto Etica e Politiche Ambientali, Fondazione Lanza


Note

1) Risoluzione del Parlamento europeo, Come evitare lo spreco di alimenti: strategie per migliorare l’efficienza della catena alimentare nell’UE, del 19 gennaio 2012.

2) A. Segrè, L. Falesconi, Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo, Edizioni Ambiente 2011.

3) FAO e SIK, Global Food Losses and Food Waste. Extent, Causes and Prevention, 2011.

4) Ulteriori dati e informazioni si possono trovare al sito http://www.wastewatcher.it/; v. anche il sito www.barillacfn.com del Barilla Center for Food and Nutrition dove si può scaricare il report, Lo spreco alimentare: cause, impatti, proposte, 2012.

5)  V. Wuppertal Institut, Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa, Edizioni Ambiente 2011; T. Jackson, Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente 2011; Rapporto della Commissione Stiglitz, Sen, Fitoussi, Misure di performance economica e di progresso sociale, 2011.

6)  http://www.unannocontrolospreco.org/it

 

 

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