“Appartenenza”: un modo nuovo di guardare a minori e famiglia

Pietro Andrea Cavaleri, Psicologo e Psicoterapeuta, Caltanissetta


 

 

Se osserviamo l’estrema fragilità che caratterizza la famiglia di oggi, avvertiamo subito un profondo disagio. Comprendiamo meglio perché i nostri giovani manifestano la paura di sposarsi, mentre gli adulti già sposati guardano alla separazione con estremo cinismo, quasi fosse un rassicurante “paracadute”, che può essere aperto in ogni momento.
Ma cosa ha reso tanto incerto e fragile il legame familiare? Quali ripercussioni questi mutamenti stanno avendo sulla cura dei figli e sulla loro salute mentale?

La famiglia e la cura dei figli nella società postmoderna

L’attuale crisi della famiglia può essere piú facilmente compresa se la poniamo in relazione con l’individualismo moderno e con l’affermarsi dell’economia globale. Possiamo, infatti, considerare il “narcisismo individualista” e l’autoreferenzialità etica di oggi come l’esito finale di un processo culturale che è stato prodotto dal pensiero moderno e che ha inciso notevolmente sul modo stesso di concepire la famiglia e il suo ruolo sociale. D’altra parte, è molto evidente come il nuovo ordine sociale, imposto dall’economia globale, metta al centro di tutto non piú la famiglia, ma l’homo emptor, l’uomo consumatore, un singolo individuo, posto al di fuori di una significativa rete di relazioni umane.
Con l’affermarsi di modelli culturali incentrati sull’autonomia e sull’autorealizzazione individuale, si accentua la tendenza della famiglia a “privatizzarsi”, cambia il modo di concepire le relazioni familiari e il significato del legame matrimoniale, che da stabile evento “sociale” si trasforma in precaria esperienza “privata”. Il “sentimento” sembra essere l’unico elemento in grado  di dare significato alla relazione di coppia e alla vita familiare. Se, a un certo punto, viene meno l’affetto fra i due coniugi, non ha piú motivo di sussistere la famiglia.
Nella sua essenza, “mettere su famiglia” significa oggi avere finalmente una casa propria e mettere al mondo dei figli propri per soddisfare un generico bisogno di realizzazione personale, ma senza eccessive implicazioni sul piano dell’impegno. Sposarsi vuol dire “convivere” con un partner capace di appagare i propri bisogni affettivi e stare insieme a lui fino a quando tali bisogni sono soddisfatti, senza elevati costi o pesanti frustrazioni.
Tuttavia si profila, a questo riguardo, un terribile paradosso. Ciascuno vuole dare vita a una famiglia per appagare la propria affettività e realizzarsi pienamente, ma nessuno intende assumere significative responsabilità verso l’altro, partner o figlio che sia, né limitanti vincoli di natura sociale o istituzionale. In tal modo, viene a crearsi un terribile circolo vizioso in virtú del quale l’assenza di responsabilità verso l’altro crea legami familiari fragili e discontinui, mentre la fragilità e discontinuità dei legami familiari induce a non investire le proprie risorse psicologiche sulla relazione di coppia e, piú in generale, sulla famiglia.
L’assenza di un vincolo familiare stabile ha costretto la coppia e, con essa, la famiglia a pagare un prezzo molto elevato: la precarietà. Chi decide di sposarsi vive oggi nella paura di una incombente separazione, in una incertezza che rende inaffidabile ogni decisione condivisa e la possibilità di pensare un futuro insieme. Una tale insicurezza accresce la “fobia” del legame matrimoniale, alimentando il perverso meccanismo per cui l’assenza di vincoli stabili provoca la fragilità della coppia e della famiglia, mentre tale fragilità, a sua volta, produce come effetto la paura dei vincoli, in una spirale senza fine.
La precarietà dei legami, la “fobia” dei vincoli stabili, l’insicurezza, che caratterizzano la vita familiare di oggi, si abbattono come una venefica nube tossica sulla crescita dei figli, sul loro sviluppo psichico e sociale, sul loro equilibrio emotivo e affettivo, sulla loro stessa salute mentale. Non di rado la separazione dei genitori, privandoli della contemporanea presenza di entrambi, espone i figli a elevati livelli di stress, a continui sforzi di riadattamento, a una frustrante discontinuità del contesto relazionale. Da ciò consegue che, in caso di separazione, il diritto alla genitorialità va sempre coniugato col preminente diritto dei figli a essere sostenuti in ogni modo da una alleanza genitoriale serena e “nutriente”.

Alcune riflessioni di carattere psicologico

La crisi della “famiglia” e la comparsa di molteplici “famiglie” sono forse l’espressione di un disagio originato dal nuovo ordine economico e dai modelli culturali ad esso funzionali. L’attuale cultura dominante pare abbia estromesso dal proprio orizzonte l’etica della responsabilità e, con essa, la dignità dell’uomo e delle relazioni umane. Tuttavia, occorre prendere atto che senza famiglia e senza relazioni umane rischia di scomparire la stessa “mente umana”, una mente cioè in grado di riconoscere le emozioni proprie e altrui, capace di empatia e di adeguate competenze sociali.
Da sempre, l’alveo naturale nel quale nasce la mente umana è costituito dalla famiglia. Essa è il “luogo umano” per eccellenza dove le differenze di età, di sesso o di stirpe riescono a coabitare, a porsi in relazione e a integrarsi. Da sempre, la famiglia ha svolto il delicato compito di “cerniera”, l’importante ruolo sociale di accogliere e di far coesistere insieme le “differenze”, di introdurre l’uomo alla difficile arte di relazionarsi con l’altro, di gestire e di comporre i conflitti, di armonizzare l’interesse privato con quello comunitario.
In concomitanza con l’attuale “crisi della famiglia”, molti psicologi denunciano il diffondersi, soprattutto fra le nuove generazioni, di preoccupanti comportamenti privi di affettività, di disturbi della personalità caratterizzati da varie forme di fobia sociale e da profonda “paura dell’altro”. La mente umana è nella sua essenza una “mente relazionale”. Essa nasce e può svilupparsi solo all’interno di un contesto relazionale affettivamente significativo e stabile.
Per fare una “mente umana” è necessario un “contesto relazionale umano”, caratterizzato da rassicurante stabilità e coerenza, da affettività intensa e da reciproco riconoscimento. Posta di fronte a tali irrinunciabili esigenze, la famiglia di oggi appare invece come un “luogo” inaffidabile, incoerente e discontinuo. È la famiglia in cui i genitori non hanno piú il tempo di stare con i figli per riconoscerli nella loro identità, nelle loro istanze affettive, nel loro bisogno di sicurezza, di intimità, di condivisione, di accogliente dialogo.
La mente riesce a organizzarsi e ad acquisire un suo equilibrio se vive all’interno di una costellazione relazionale capace di assicurarle significative esperienze di riconoscimento, di attivare dinamiche interpersonali fondate sulla reciprocità. Contrariamente a tale assunto, messo in grande evidenza dalla ricerca psicologica, constatiamo come le nostre famiglie diano sempre meno tempo al bene relazionale e concedano spazi sempre piú esigui non solo alla “quantità”, ma anche alla “qualità” della relazione. Si ha cosí l’impressione che stia venendo meno quell’humus relazionale che fa nascere e sviluppare in modo “sano” la mente di ogni uomo.
Forse è a motivo di ciò che stanno emergendo “nuovi sintomi”, nuove sofferenze psichiche come le molteplici forme di “dipendenza” che caratterizzano la società  di oggi: il gioco d’azzardo, l’acquisto compulsivo, la dipendenza da internet e da pornografia.
Secondo alcuni esperti, l’oggetto della dipendenza, la “cosa” (droga, alcool, computer, ecc.) sostituisce o compensa in qualche modo la dipendenza da un altro essere umano, che nella società odierna c’è sempre meno. Dove l’assenza dell’altro è piú evidente e diventa fonte di sofferenza mentale, di patologia psichica, è soprattutto in famiglia.
Quando la famiglia non è in grado di garantire ai suoi componenti una adeguata intimità relazionale, una rassicurante “appartenenza”, essi appagano questo loro bisogno di appartenere imparando a dipendere in modo patologico e autodistruttivo non da una persona umana (che non c’è o non sa esserci), ma da una “cosa” nonumana, da un oggetto che sostituisce l’umano ormai inesistente o insignificante. La “cosa” non-umana, da cui si dipende ossessivamente, diventa in tal modo il surrogato fittizio e inappagante di una presenza umana, da cui si sarebbe voluto dipendere e che nella realtà familiare non è reperibile.
Un altro disturbo molto ricorrente nel mondo occidentale di oggi è l’attacco di panico. Si tratterebbe di un disturbo riconducibile al vissuto della solitudine, tipico della società attuale. Chi sperimenta l’angoscia del panico si sente perduto nel vuoto, senza una base sicura, senza un sostegno affidabile. L’attacco di panico diventa cosí la metafora di un’esperienza relazionale che lascia soli, è la manifestazione di un profondo disagio espresso da chi vive in un contesto familiare che nega la possibilità di una appartenenza stabile, sicura, in grado di continuare nel tempo.
Anche i disturbi dell’alimentazione possono essere “letti” in questa prospettiva relazionale. Da sempre il cibo è percepito dall’uomo come una sorta di “ponte” tra l’interno e l’esterno, è il nutrimento che l’ambiente esterno offre allo stomaco interno. Ma se l’ambiente, se il contesto relazionale, è “avvelenato” dall’assenza di affetto, di riconoscimento, allora anche il cibo risulta intossicato, privo di nutrimento, del tutto inappetibile.
Se un soggetto vive in una famiglia nella quale non si sente “pensato”, “visto”, allora egli concentra questa sua sete di relazione sul suo stesso corpo, sul peso, sull’aspetto estetico. L’attenzione verso il suo corpo, che egli manifesta in maniera ossessiva ed esasperata, diventa quasi un surrogato compensativo che sostituisce, anche qui in modo patologico, un riconoscimento carente o inesistente da parte dell’altro, da parte di un contesto relazionale dal quale non si sente “visto”.
I “disturbi di personalità”, di cui oggi tanto si parla, sono dovuti per buona parte a una vita relazionale carente o dolorosamente inadeguata. Dietro l’esasperato bisogno di “apparire” espresso da un soggetto narcisista, si nasconde in realtà una “ferita” relazionale, un inappagato desiderio di essere riconosciuto, amato, accettato. Allo stesso modo, dietro l’incapacità di identificarsi con le proprie emozioni, tipica di un soggetto borderline, c’è la sua storia familiare, fatta di figure genitoriali che non hanno saputo sostenerlo nei suoi sentimenti, riconoscerlo nei suoi bisogni.
Nessuno, infatti, impara a “riconoscersi” e a “identificarsi”, se qualcun altro non lo  ha prima pienamente riconosciuto nella sua specifica e irripetibile identità. La nostra capacità di capire gli altri, di essere “empatici” verso di loro, di “leggere” la loro mente, dipende moltissimo dall’esperienza che noi abbiamo fatto di essere  stati, a nostra volta, capiti e adeguatamente “letti” dagli altri. Non posso capire il sentimento dell’altro, il mondo dell’altro, se prima i miei genitori non sono stati capaci di riconoscere il mio mondo e di aiutarmi ad identificarlo come “mio”.
Ciò che piú preoccupa della famiglia di oggi è, forse, la sua incapacità a tramandare quelle competenze relazionali che permettono all’uomo di possedere una “mente umana” e di contribuire a costruire una “società umana”. Le nostre famiglie rischiano seriamente di essere composte da persone che hanno un aspetto umano, ma sono in realtà prive di una “mente umana”. La capacità di riconoscere sé stessi e di riconoscere l’altro non è, infatti, una competenza che dipende soltanto dal nostro bagaglio genetico.
È una competenza, molto complessa e non scontata, che impariamo attraverso la relazione, in particolare attraverso le precoci relazioni familiari. È dai nostri genitori, dalle interazioni con i nostri fratelli, con i nostri parenti, in definitiva dalla vita in famiglia, che impariamo la difficile “arte” di saper stare con gli altri, di sapere esporci al rischio della delusione, del conflitto, della differenza, ma anche di saper “chiedere” e di saper aspettare.
Se è vero che l’uomo è un “animale sociale”, è vero anche che le competenze sociali non sono del tutto innate. Esse si apprendono soltanto in un conteso familiare “a misura d’uomo”, all’interno del quale sia possibile imparare come si fa a stare di fronte ai rischi della relazione e a gestirne le insidie, come si fa a capire ciò che pensa l’altro, a distinguere il flusso delle sue emozioni da quello, altrettanto denso e intricato, delle mie.
I “nuovi sintomi” e il multiforme disagio psichico di oggi, pare siano connessi alla mancanza di questo delicato e indispensabile “apprendistato”, che nessuno piú è disposto a garantire e a tramandare. Il “bene relazionale”, che per tanti secoli la famiglia ha saputo produrre in quantità tale da “umanizzare” la società, sembra oggi venire meno. Il “bene relazionale” è un bene immateriale, non si vede, non si tocca. Eppure esso crea la mente, il linguaggio, la cultura e la civiltà stessa dell’uomo. Se viene meno la famiglia, come sta accadendo oggi, verrà meno il “bene relazionale” e, con esso, l’uomo cosí come abbiamo imparato a conoscerlo e a pensarlo.

Un’aurora nuova per la famiglia

Non si vuole qui idealizzare indebitamente la famiglia del passato, ricca di contraddizioni aberranti e di aspetti del tutto inaccettabili; cosí come non si vuole di certo “demonizzare” la famiglia di oggi, dove la dignità e la libertà dell’individuo sembrano avere piú spazio e riconoscimento rispetto a prima. Si vuole, invece, porre in evidenza che la famiglia, cosí come ognuno la immagina o la desidera nel proprio intimo, forse deve ancora venire e ciascuno di noi, inconsapevolmente, la sta costruendo.
In un passato non molto lontano la famiglia costituiva una realtà quasi “subíta”, in qualche modo “necessitata”. Soprattutto nelle società premoderne, senza alcuna sicurezza, spesso prive di una reale certezza del diritto, senza quello che noi oggi chiamiamo lo “stato sociale”, la famiglia era una realtà “necessaria”, senza la quale l’esistenza diventava ancora piú precaria e invivibile. L’appartenenza a una famiglia poneva l’individuo al riparo dalle necessità piú elementari e gli dava la possibilità certa di sopravvivere. A motivo di ciò l’individuo non era in condizione di porre in discussione la famiglia e la centralità di essa sovrastava la sua soggettività, il suo diverso sentire, spesso la sua stessa dignità.
Di contro, oggi la famiglia è divenuta soprattutto uno strumento di autorealizzazione individuale. Da famiglia “necessitata”, nel giro di pochi decenni, essa si è trasformata in famiglia “usata”. Allo stesso modo in cui si cambia lavoro o casa o auto per migliorare il proprio benessere, similmente si cambia partner e famiglia. Essendo l’individuo diventato l’epicentro di ogni riferimento etico, la famiglia è solo uno “strumento”, insieme a tanti altri, della propria autorealizzazione. Quando non risulta piú utile a tale scopo, quando si mostra troppo onerosa da reggere, essa può legittimamente essere eliminata del tutto oppure sostituita con altre realtà affettive piú funzionali e meno gravose.
Se la famiglia di ieri era “necessitata” e quella di oggi è palesemente “usata”, come sarà la famiglia di domani? Per continuare a esistere e a svolgere la sua funzione vitale, la famiglia di domani dovrà di certo essere una realtà, relazionale e affettiva, dove si potranno integrare perfettamente appartenenza e individuazione. Un “luogo”, cioè, dove potranno trovare risposta sia “il bisogno di appartenere”, di essere rassicurati da rapporti stabili e coerenti; sia “il bisogno di essere individuati”, di essere riconosciuti nella propria irripetibile unicità e sostenuti nella tensione a esprimerla.
Forse, la crisi della famiglia contemporanea può essere “letta” come un’aurora luminosa dalla quale sta lentamente emergendo un nuovo legame familiare, non piú fondato su rigide regole sociali, né sull’esercizio autoritario di ruoli cristallizzati dal tempo e dalla tradizione, come avveniva ieri; né alimentato dalla fragile e instabile “convenienza” personale del momento, come accade oggi.
Forse, da ignari protagonisti, stiamo contribuendo al faticoso profilarsi di un inedito modo di relazionarsi e di “stare insieme” in famiglia, questa volta fondato sulla responsabilità verso l’altro, sul dono gratuito di sé, sul reciproco e costante riconoscimento di ciascun membro della realtà familiare.
La confusione di ruoli e di generi, i conflitti laceranti, la sofferenza e il disagio mentale, che oggi riscontriamo nelle nostre famiglie, stanno forse “partorendo” questo nuovo modello di famiglia.
Già in molte famiglie compare una nuova capacità di ascolto e di dialogo, una nuova competenza nella gestione delle relazioni interpersonali, assolutamente impensabili nel passato. Si sta già facendo spazio una famiglia tutta centrata sul primato della relazione e non piú sul primato di princípi morali enfaticamente enunciati, ma poi clamorosamente disincarnati nella realtà quotidiana.
Si profilano, sempre piú numerose, coppie genitoriali capaci di affermare la propria autorevolezza nei confronti dei figli non in nome di regole e di ruoli rigidi, tramandati da un passato inattuale, ma sulla base di una coerente capacità di tradurre in relazione concreta, in sensibilità palpabile, in tensione affettiva quei princípi e quei valori che propongono in famiglia.
Accanto a coppie “rassegnate” al grigiore di un matrimonio senza orizzonti o inevitabilmente protese verso una lacerante separazione, emergono oggi sempre piú spesso coppie coniugali animate dalla voglia di rinnovarsi, di crescere, di mettersi in discussione, di “ri-negoziare” il proprio legame, a partire dal riconoscimento e dall’accoglienza delle reciproche differenze, capaci di trasformare in modo creativo il conflitto in risorsa, la difficoltà in occasione di maturazione e di confronto.

 

Pietro Andrea Cavaleri
Psicologo e Psicoterapeuta, Caltanissetta


Bibliografia di approfondimento

 

• Z. Bauman, Modernità liquida, tr. it., Laterza, Roma-Bari 2002; Id., Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, tr. it., Laterza, Roma-Bari, 2004.

• P. A. Cavaleri, Vivere con l’altro. Per una cultura della relazione, Città Nuova, Roma 2007.

• P. A. Cavaleri, La coppia che si trasforma, in R. G. Romano (a cura di), Ciclo di vita e dinamiche educative nella società postmoderna, Franco Angeli, Milano 2006, pp. 189-208.

• P. A. Cavaleri, Vivere con l’altro. Per una cultura della relazione, Città Nuova, Roma 2007.

• P. A. Cavaleri, D. Buscemi, S. A. Cammarata, Il senso della vita. Dalla sofferenza all’adattamento creativo, Città Nuova, Roma 2011.

• P. A. Cavaleri, D. M. Augello, D. Buscemi, A. Spanò, Quando l’amore è un’arte, Città Nuova, Roma 2013.

• P. Donati, La famiglia. Il genoma che fa vivere la società, Rubbettino, Soveria Mannelli 2013.

• P. Fonagy, M. Target, Attaccamento e funzione riflessiva, tr. it., Raffaello Cortina, Milano 2001.

• U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 2007.

• E. Molinari, P. A. Cavaleri, Dono, perdono e realizzazione di sé. Psicologia ed etica nel tempo della crisi, in corso di stampa.

• M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano 2010.

• E. Scabini, R. Iafrate, Psicologia dei legami familiari, il Mulino, Bologna 2003.

• E. Scabini, G. Rossi (a cura di), Dono e perdono nelle relazioni familiari e sociali, Vita e Pensiero, Milano 2001.

• D. J. Siegel, La mente relazionale, tr. it., Raffaello Cortina, Milano 2001.

• N. D. Stern, Il mondo interpersonale del bambino, tr. it., Bollati Boringhieri, Torino 1987; Id. La costellazione materna, tr. it., Bollati Boringhieri, Torino 1995.

Read More