Con(tro) il “non profit”, se (non) competente e genuino

Benedetto Gui, Ordinario di Economia politica, Università di Padova 


 

«Il non profit e chi se n’approfit»: cosí titolava sarcasticamente un articolo de La Repubblica a proposito del progetto di legge che, verso la fine del secolo scorso, avrebbe fatto nascere le Organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus) (1).
Il recente saggio “Contro il non profit” di Giovanni Moro, che cade anch’esso in una fase di ripensamento della disciplina giuridica in materia, non è quindi certamente il primo testo critico nei confronti di un mondo troppo spesso considerato – con colpevole faciloneria – “buono” per definizione (2). Quello che colpisce, però, è che questa volta a levare la sua voce sia proprio uno di quel mondo lí, visto che in piú d’una di queste organizzazioni ha svolto ruoli di rilievo. «Il classico pentito con il dente avvelenato!», viene subito da pensare. E invece no. In quel mondo lui c’è dentro ancora fino al collo, al timone della Fondazione Cittadinanza Attiva. Ma allora, con chi ce l’ha?

Non profit

Il primo destinatario delle sue critiche, volutamente provocatorie, è quel nome, “non-profit”, che vorrebbe identificare un’entità in base a quello che non è, o che non fa (nel caso in questione ciò che le organizzazioni non-profit non possono fare è distribuire i loro profitti a chi le controlla o gestisce).
L’osservazione è fondata. Per inciso, neanche al personale tecnico o amministrativo della scuola piace l’appellativo “non-docenti”. Il guaio è che per identificare quel variegato insieme di organizzazioni non è facile trovare un’alternativa soddisfacente. Perché no “Terzo Settore” (terzo – si intende – rispetto a “Stato e Mercato”, in quanto costituito da organizzazioni né pubbliche né private con finalità di lucro)?
Sarebbe un po’ come dire – nota Giovanni Moro, a cui neanche questo nome va molto a genio – né verde né giallo.
Qual è allora per lui la giusta etichetta?
Nessuna, perché il variegato magma chiamato non-profit lo vorrebbe vedere scomposto in sette sottocategorie, corrispondenti alle diverse attività da esso svolte. Parafrasando il suo riferimento ai colori, si potrebbe dire che l’oggetto che cerchiamo di definire sarebbe identificato dal fatto di essere o rosso, o arancione, o viola, o di altri quattro colori. Ma allora, se dovessi rivedere secondo le indicazioni di Moro quell’espressione non-profit che compare nel titolo del corso di insegnamento di cui sono titolare, rischierei di superare il numero di caratteri consentiti.

Comparative Nonprofit Sector Project

Il secondo destinatario delle critiche di Giovanni Moro è il Comparative Nonprofit Sector Project, un progetto di ricerca avviato da Helmut Anheier e Lester Salamon presso la Johns Hopkins University all’inizio degli anni Novanta, sul quale ricadrebbe la responsabilità della “invenzione del non-profit” (3). La cosa fa leggermente sobbalzare sulla sedia chi ricorda il ricco dibattito scientifico sulle organizzazioni non-profit che si era svolto con molta vivacità e profondità già negli anni Ottanta (4), ma andiamo al punto: indicando un insieme di caratteristiche che determinino l’appartenenza o meno di un’organizzazione al “settore non-profit”, gli studiosi della Johns Hopkins, avrebbero, non solo quantificato, ma in qualche modo anche codificato nella sua definizione un aggregato di entità troppo diverse.
Cosa hanno in comune – si chiede l’autore a p. 43 – un’università della Terza età e una federazione sportiva, una fondazione bancaria e una confraternita, un ospedale e un’associazione combattentistica?
Oppure, stavolta gli esempi sono miei, cosa ha in comune un centro di assistenza fiscale, che compila le dichiarazioni dei redditi di moltitudini di lavoratori e pensionati, con un’associazione di advocacy, che si studia di far pesare di piú la voce dei cittadini nelle scelte politiche, come quella diretta da Giovanni Moro?

Non sono tutti uguali

Mettendo insieme realtà cosí diverse – prosegue l’autore – si rischia di provocare un “effetto alone”: se un pezzo di questo agglomerato gode di grande considerazione perché altamente meritorio, altri pezzi che non hanno le stesse credenziali vengono comunque illuminati di quella luce positiva, e magari sono proprio loro – perché piú consolidati e organizzati – a presentarsi all’opinione pubblica e al mondo politico come esponenti di punta dell’intero settore.
In effetti anch’io, dopo essermi appassionato al mondo non-profit attraverso alcune cooperative sociali impegnate nell’inserimento lavorativo di soggetti deboli – iniziative allora del tutto innovative, avviate con grande abnegazione da imprenditori sociali d’assalto – restai piuttosto sorpreso vedendo che la  rappresentanza politica di questo mondo era di fatto in mano ad associazioni come Arci e Acli, degne e utili, ma … altra cosa.
Posso anche aggiungere, a conferma del disagio di Giovanni Moro di fronte a certe facili generalizzazioni, di essere anch’io infastidito da certe affermazioni perentorie riferite sbrigativamente all’intero universo non-profit, senza comprendere quanta diversità esso contenga.
Penso abbiate sentito dire anche voi: «lo specifico sovrappiú del non-profit è il volontariato». E quelle organizzazioni che hanno solo lavoro retribuito, come molte cooperative sociali? Ma, poi, siamo sicuri che è piú meritevole fare due ore di lavoro gratuito alla settimana piuttosto che rinunciare a una carriera alternativa per svolgere a tempo pieno certe attività di servizio che in genere sono anche poco retribuite?
Un’altra frequente affermazione è: «le non-profit sono benemerite perché si occupano degli ultimi». In realtà alcune di esse servono una clientela decisamente benestante (pensiamo a certe scuole o cliniche private), cosa peraltro non riprovevole e in certi casi svolta in modo eccellente.
Ancora, si sente dire: «le non-profit si distinguono per il fatto di creare capitale sociale, o di fornire beni relazionali, …». La cosa è vera per molte di esse, ma ce ne sono altre che fanno cose – egregie – che non creano occasioni di incontro tra le persone, come mettere a disposizione del pubblico materiale librario o informativo via Internet. Tuttavia, una cosa è ricordare la grande eterogeneità della galassia che gli studiosi della Johns Hopkins si accinsero a misurare in modo sistematico, altra cosa è concludere che i confini che la definiscono sono dannosi e fuorvianti.

Economicismo

Un’altra delle critiche di Giovanni Moro verso il lavoro di quegli studiosi è che peccherebbe di economicismo: il fatto che si punti a calcolare l’apporto che le organizzazioni in questione danno al Prodotto Interno Lordo (PIL) porterebbe a ignorare tutti quegli effetti della loro attività che non rientrano nelle categorie di merci o di servizi, e che quindi non possono confluire nel valore aggiunto (ossia il contributo al PIL) del settore non-profit.
Perdonatemi, ma qui scatta la mia difesa d’ufficio del PIL (dovere professionale di ogni economista!), e quindi – a seguire – anche del lavoro di Anheier, Salamon e compagnia.
Il PIL è una buona misura del volume di attività produttiva svolta in un certo territorio; ha alcuni difetti, ma nel complesso svolge onorevolmente la funzione per cui è stato pensato. Le storture nascono quando gli si vuol far dire qualcosa che non può dire: per esempio, se in quel territorio ci sia maggiore o minore benessere (un concetto marcatamente multidimensionale e fortemente soggettivo), oppure se si stia facendo buon uso delle risorse umane o naturali. Qualcosa di simile si può dire per l’azione del contributo economico del settore non-profit realizzata dal Comparative Nonprofit Sector Project.
In passato le attività svolte dai privati senza finalità di lucro erano viste come qualcosa di extra-economico, perché rispondente a logiche caritative o di beneficienza. La “scoperta” di quegli anni fu che queste attività hanno una dimensione economica importante, sia come impiego di risorse economiche (oltre il 7% dell’occupazione non agricola negli USA), sia come valore della produzione.
Parallelamente, i lavori di studiosi come Burton Weisbrod e Henry Hansmann sottolineavano il fatto che l’apporto di queste organizzazioni non si limita alla redistribuzione (era questa la vecchia visione del mondo non-profit come raccoglitore di donazioni filantropiche da destinare alle necessità degli indigenti), ma che esse competono con agenzie pubbliche e imprese private con finalità di lucro nel produrre e fornire soprattutto servizi, e nel far questo presentano alcuni precipui punti di forza che possono consentire una maggiore efficienza (ho detto proprio efficienza, criterio di performance tipico dell’economia) (5).
La quantificazione del loro contributo al PIL – non solo in Nord America, ma anche in Europa e in Asia orientale – serviva a dare sostanza a questa nuova visione del settore. Tuttavia, allo stesso modo in cui i dati relativi al PIL danno della situazione di una comunità nazionale una prospettiva parziale, e devono quindi essere integrati da altre informazioni per ottenere valutazioni piú corrette o piú complete, cosí l’aver calcolato il contributo delle organizzazioni non-profit al PIL è in sé un utile accrescimento informativo, ma non è certo l’unico criterio di valutazione.
Il pericolo che quantificare l’apporto economico del settore non-profit possa sfociare in una rappresentazione distorta della realtà nasce solo nel momento in cui, ad esempio, si voglia concludere che un certo insieme di organizzazioni (per esempio i già citati centri di assistenza fiscale) è piú importante e meritevole di un altro (per esempio le organizzazioni di advocacy) solo perché genera un valore aggiunto maggiore. Ma qui la responsabilità è di chi si serve indebitamente di quei concetti o di quelle quantificazioni, non di chi le ha sviluppate. Semplificando un po’ potremmo dire: non sarà mica colpa dei produttori di chiodi se qualche scriteriato li usa per strisciare le automobili altrui!

Competenza e intenzioni genuine

Completate le mie brave difese di parte, vengo al messaggio centrale del libro, che è una quanto mai opportuna messa in guardia nel momento in cui il Governo Renzi si accinge a riformare la legislazione del Terzo Settore; senza la consapevolezza che ogni beneficio fiscale attira irresistibilmente opportunisti e approfittatori verso le organizzazioni beneficiarie, e quindi senza adeguati organismi di controllo (che siano, per inciso, ben piú solidi della esile Agenzia per il Terzo Settore, inopinatamente soppressa a pochi anni dalla sua creazione), ma anche senza la continua sorveglianza da parte di un’opinione pubblica attenta e avvertita; senza la capacità di distinguere le varie componenti della galassia non-profit, diverse (anzi diversissime) per attività svolta e anche per dimensione; senza una chiara convinzione che la responsabilità di garantire a tutti un soddisfacente accesso ai servizi di welfare deve restare nelle mani delle istituzioni pubbliche, e che è in questo quadro che può meglio esplicarsi il contributo delle organizzazioni private, con o senza fine di lucro (scusatemi se a questo grosso tema faccio solo un accenno cosí veloce); senza tutto questo, l’affidarsi semplicisticamente al presunto merito di dichiararsi senza fine di lucro, gratificando di sussidi o di benefici fiscali e normativi tutte le organizzazioni che possono fregiarsene, rischia di fare piú male che bene alle finanze pubbliche, ai potenziali beneficiari e anche a chi opera in questo campo con competenza e intenzioni genuine, per dare risposta – dal basso – ai problemi sociali che scottano (6).
A nome di tutti costoro, e anche a titolo personale, mi sia concesso un commento finale sull’autore del libro: magari tutti quelli che si schierano “Contro il non-profit” la pensassero cosí!

 

Benedetto Gui
Ordinario di Economia politica, Università di Padova


Note

 

1) L’articolo è del 13 febbraio 1996, autore Giuliano Tabet.

2) G. Moro, Contro il non profit. Ovvero come una teoria riduttiva produce informazioni confuse, inganna l’opinione pubblica e favorisce comportamenti discutibili a danno di quelli da premiare, Bari, Laterza, 2014.

3) Le principali pubblicazioni del progetto negli anni Novanta includono: L. M. Salamon, H. K. Anheier, The Emerging Nonprofit Sector: An Overview, Manchester University Press, 1996; L. M. Salamon, H. K. Anheier (eds.), Defining the Nonprofit Sector: A Cross-National Analysis, Manchester University Press, 1997; L. M. Salamon,  H. K. Anheier, R. List, S. Toepler, S. W. Sokolowski, Global Civil Society: Dimensions of the Nonprofit Sector, Vol. 1, Baltimore (MD), Johns Hopkins University Institute for Policy, 1999. Sul caso italiano si veda: G. Barbetta, Il settore nonprofit italiano, Il Mulino, Bologna 2000.

4) Si veda il mio articolo di rassegna: B. Gui, Le organizzazioni produttive private senza fine di lucro. Un inquadramento concettuale, Economia Pubblica, n. 4/5, 1987, pp. 183-192.

5) Si vedano ad esempio: B. A. Weisbrod, The Nonprofit Economy, Cambridge (Mass.) Harvard University Press, 1986; H. Hansmann, The Role of Non-Profit Enterprise, Yale Law Journal , 89, pp. 835-898.

6)  Sul recente dibattito di policy riguardante le imprese sociali e senza fine di lucro si veda C. Borzaga (a cura di), La cooperazione italiana negli anni della crisi. 2o Rapporto Euricse, Trento: European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises, 2014.

  • Posted by Etica per le Professioni
  • on 4 settembre 2016
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