Le capabilities dell’Economia civile: ricostruire nuove relazioni di scambio

Riccardo Milano, Responsabile delle Relazioni Culturali di Banca Popolare Etica


 

 

Bisogna riconoscerlo: esistono momenti nella storia di densità assoluta che incidono profondamente nella vita delle persone e che non permettono una disamina attenta e ponderata per la costruzione di un futuro e non basta conoscere la storia che altri hanno vissuto (“Ognuno – dice il poeta – sta solo sul cuor della terra”): bisogna trovare la forza e il coraggio di viverla personalmente cosí che, con la memoria da una parte e l’impegno dall’altra, si possa cominciare a intraprendere un nuovo cammino.
Si ricordi quel fatto importante accaduto nell’agosto del 1943, ossia in uno dei momenti piú difficili per l’Italia: l’inizio del percorso, fatto da alcuni “sognatori” con fede/fiducia, dignità e coraggio, che generò il Codice di Camaldoli da cui sono nate molte delle riflessioni della nostra Costituzione.
Chi soffre maggiormente è forse l’Europa, che, malgrado il suo passato, vuol ancora essere un primadonna, ma ahimè!, piuttosto vecchia, esattamente come gran parte della sua popolazione e, come molti anziani, manca di speranza, di visio
ne prospettica e di fiducia che pone solo nelle proprie ricchezze materiali accumulate e alle quali non vuole rinunciare.
Ma ciò non funziona e, quindi, non si progredisce. Per capirlo basta chiedere ai giovani, alle famiglie, ai disoccupati, a quel mondo che non ha piú una cultura atta al nuovo e visioni etico/filosofico/religiose cui attingere se non in modo (spesso) fondamentalista con chiusura all’altro. Tutto fa paura, piuttosto che tutto fa speranza.
In questa situazione il cammino dell’Economia (amministrazione della casa, della comunità), indispensabile per la vita dell’uomo, è travagliato e le teorie che da tempo si perseguono tenacemente, divenute mainstream, sono solo quelle che si riferiscono al capitale monetario piuttosto che a quello umano e sociale; all’arricchimento piuttosto che alla ricchezza; all’avere, piuttosto che all’essere. Insomma, l’economia dovrebbe avere quello che ha perso: un’anima, contrariamente a quanto sostenuto, specie dalla teoria marginalistica, che la considerava solo scienza.
Insomma, bisogna ricominciare a pensare bene per applicare appieno uno sviluppo che coinvolga tutto e tutti, dall’ambiente alle persone, al posto di un solo fare e un solo lavorare senza tenere conto di niente e di nessuno. Detto in altri termini una teoria economica che parta dai territori e dalla civitas, ossia dai luoghi del vivere.
«Belle parole e un bel programma – dirà qualcuno – ma è possibile? O è una delle tante belle e rispettabili Utopie che si sono sempre riproposte e che hanno fatto solo vedere la forte differenza tra idea e azione?». La risposta oscilla tra un sí e un no: sí, perché ogni pensiero abbisogna di una messa in pratica umana che non sempre c’è e/o viene modificata (la classica eterogenesi dei fini), spesso per comodità rispetto agli interessi e/o egoismi  propri/di massa. No, perché di fatto già esiste un pensiero economico che non parla di un’economia di soli numeri o meglio, di scambio di equivalenti e di redistribuzione, ma anche di reciprocità, di fraternità, di solidarietà, di tuismo (al posto del non-tuismo, come vedremo), di fiducia/fides pubblica e privata, di capability, di relazioni … Tutto ciò è l’Economia Civile.
Conoscerla permetterà di capire perché questa teoria economica può essere una concreta possibilità di vero cambiamento e di risposta a una crisi che appare di difficile soluzione (ormai sono sette gli anni di durata – un tempo biblico). Tuttavia, il termine Economia Civile non è che uno dei tanti applicati dalla storia, specie negli ultimi secoli (1).

L’Economia civile

L’espressione “Economia civile” è entrata oramai, ma solo in modo marginale, nel dibattito quotidiano dell’economia, della cultura (2).
Il suo fondatore è Antonio Genovesi (3), colui che tenne la prima cattedra al mondo di Economia nella Napoli del 1700. Il testo fondamentale da lui utilizzatovi è Lezioni di commercio o sia di economia civile (4). Negli ultimi anni tale autore è stato poi rivitalizzato significativamente da Bruni, Zamagni e altri che hanno prodotto una serie di lavori sul tema.
Fin dai suoi inizi l’Economia di mercato (Economia civile) è fondata su tre principi distinti: lo Scambio di equivalenti di valore, la Redistribuzione, e la Reciprocità.
Con la  Rivoluzione Industriale, e cioè con l’affermazione piena del sistema capitalistico, il principio di Reciprocità si perde e addirittura viene cancellato dal lessico economico per poi riemergere negli ultimi anni come “fiume carsico (5).
Con la modernità si afferma cosí l’idea secondo la quale un ordine sociale, per funzionare, avrebbe bisogno unicamente dei primi due principi.
Di qui il modello dicotomico Stato-mercato: al mercato si chiede l’efficienza, cioè di produrre il massimo della ricchezza, stante il vincolo delle risorse e il livello delle conoscenze tecnologiche; allo Stato si chiede di provvedere alla Redistribuzione di quella ricchezza e ciò allo scopo di garantire ai cittadini livelli socialmente accettabili di equità.
Oggi l’Economia civile vuole contribuire a riequilibrare una sproporzione vistosa: quella che si manifesta tra la realtà in continua evoluzione delle organizzazioni della società civile indicate come Terzo settore, Privato sociale, Non profit, Economia sociale o altro, e la riflessione sistematicoscientifica sulle stesse realtà, soprattutto quella in àmbito economico-politico.
Nel contesto passato, e in parte anche presente, l’attenzione che le viene dedicata è, spesso, puramente statistica, sociologicamente descrittiva, mentre il corpus centrale della teoria economica dedica a questa tematica, al piú, note di appendice oppure attenzioni casuali. Questa situazione, vista anche l’attuale profonda crisi, si sta modificando e la dicotomia tra mercato civile e mercato capitalistico sembra che possa, in un futuro non troppo remoto, essere superata e tutta l’economia potrà tornare a essere di aiuto alla Persona Umana e non viceversa (6).

La struttura dell’Economia civile

Prescindendo dalla sua gestazione che parte da lontano, e precisamente in pieno umanesimo civile (l’Italia centrale del ‘400), i suoi tratti tipici sono:
1.  divisone del lavoro, ossia: ogni persona deve poter prendere parte al processo di creazione del valore. C’è una necessità di scambio: non solo del surplus prodotto, ma quello inteso come pratica strutturale;
2.  necessità di relazioni interpersonali: queste costituiscono una logica conseguenza del fenomeno di scambio;
3.  sviluppo, ovvero: lasciare alle future generazioni piú di quanto si è ereditato dalle precedenti e ciò implica una solidarietà intergenerazionale;
4.  accumulazione, ossia investimenti ai fini dell’ampliamento produttivo con la conseguente pratica del risparmio. Lavorare è, quindi, un fine qualificante per la realizzazione umana della persona e non solamente un mezzo per il sostentamento. Citando il pensiero francescano del ‘300 si può dire che: «l’elemosina aiuta a sopravvivere, ma non a vivere. Perché vivere è produrre e l’elemosina non produce»;
5.  libertà d’impresa, ossia: coloro che hanno le doti per poter fare gli imprenditori, devono poterlo fare senza permessi di autorità superiori, tipicamente lo Stato. Le doti dell’imprenditore saranno, dunque: i) propensione al rischio; ii) creatività e spirito d’innovazione; iii) ars combinatoria, ovvero, la capacità di organizzare e coordinare i collaboratori;
6.  applicazione del principio di Sussidiarietà: le leggi devono essere stabilite da chi poi le dovrà rispettare. In sintesi, a ogni libertà corrisponde una responsabilità.
Di fatto, questo pensiero “antico” – anche se di fatto l’Economia Politica si rifà a Smith che è contemporaneo di Genovesi – è valido anche oggi ed è quello che si fonda sulla realtà del Bene comune e sulla felicità delle persone, intesa non solo in termini di solo avere, ma anche di relazione economica tra le persone (economia del dono).
La dinamica del bene comune (7) è quella che di fatto gestisce la società civile. È quella realtà che fa del mercato un luogo di relazioni ove si possano diffondere non solo produzioni e commerci, ma anche idee politiche improntate a un ottimismo di fondo intese a portare felicità nelle persone. Tale dinamica è alla base di una convivenza civile e di una visione buona e giusta delle cose che ci circondano, come la natura, il lavoro, la giovinezza e la vecchiaia nella vita, un’economia rispettosa della persona umana senza sfruttamenti di sorta e nel rispetto dei diritti delle persone, ecc. In tale contesto non può non emergere una visione politica che porti a coniugare rispetto dell’altro, lavoro, idee, visioni politiche, ecc.
L’Economia Civile considera il mercato, l’impresa, l’economico come luoghi anche di amicizia, reciprocità, gratuità, fraternità. Da qui la Mutua assistenza (servono anche amicizia e gratuità) e, poiché  l’economico e il civile hanno gli stessi principi,  essa si considera come scienza della felicità pubblica (8). Quindi, l’Economia civile si basa sulle relazioni interpersonali che sono cosa diversa dalle interazioni sociali (nelle prime s’incontrano persone con un’identità, mentre nelle seconde ci sono incontri anonimi, ossia luogo di contratti e procedure). La sua idea di uomo è quella di persona non semplicemente quella di individuo. La sua filosofia è quella di agente economico socievole in cui la razionalità non è solo strumentale, ma anche basata sulla espressività.
Se il fine del principio dello scambio di equivalenti è l’efficienza e il fine della redistribuzione è l’equità (che la redistribuzione venga operata dallo Stato con la tassazione progressiva o da altri soggetti con altri strumenti è irrilevante), a cosa mira il principio di reciprocità? La questione è complessa perché, mentre efficienza ed equità sono parole che sono entrate nel lessico comune oltre che nella teoria economicosociale, il principio di reciprocità, come detto, suona ancor strano, ritornando a circolare nella letteratura economica soltanto negli ultimi anni, sebbene nella storia del pensiero economico tale principio ha giocato un ruolo fondamentale, iniziando a scomparire dalla scena con con l’avvento della rivoluzione marginalista nella seconda metà dell’800.
Con l’affermazione del pensiero economico edificato sulle tesi dell’utilitarismo di Bentham, la parola reciprocità viene cancellata. Il personaggio cui si deve quest’operazione è l’inglese Philip Wicksteed, che propose l’espressione (9) “non tuismo”: il discorso economico finisce nel momento in cui l’agente economico riconosce nell’altro un tu, con la conseguenza che la relazione economica va fondata sul non tuismo.
Ma cosa vuol dire: “l’altro è un tu”? Vuol dire che l’altro è un soggetto al quale io riconosco un’identità e, quindi, la capacità di riconoscere in me un portatore di identità. Nel momento in cui questo avvenisse – sostenne Wicksteed – saremmo fuori dell’orizzonte economico: si entrerebbe nella sociologia o nell’antropologia.
Per dirla in termini un po’ brutali, business is business. In sintesi: per realizzare un profitto si deve dimenticare non solo la mia identità, ma anche la tua identità. Da qui all’aporia odierna del mainstream economico/ finanziario, della nostra qualità della vita e delle difficoltà politiche e sociali il passo è breve.
Ma non è tutto: la Reciprocità si estrinseca con la Solidarietà e la Fraternità (10). Esse, seguendo il pensiero di Zamagni, si possono definire cosí: la prima come «quel principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare uguali» (11). La seconda «viene individuata come quel principio che consente agli uguali di essere diversi», ossia una dimensione includente che deve essere anche recepita negli affari politici economici e sociali; economia come impegno civile perché la relazionalità è la stessa della società civile.
Quindi il mercato come luogo di civiltà e di pace: uno dei frutti del commercio «è portare le nazioni trafficanti alla pace» (12); valorizzazione dei corpi civili, forme di associazione orizzontali che valorizzano l’uguaglianza dei cittadini; gli interessi privati diventano pubbliche virtú solo nella vita civile; alla mano invisibile di Smith, Genovesi preferisce il tessuto visibile delle virtú civiche perché «quando in una nazione vacillano i fondamenti della fede etica, neppure quelli dell’economia e politica possono stare saldi» (13).
Questo mercato, sociale, è tutto ora da riscoprire per cominciare ad applicarlo sin dall’Economia Aziendale (14). Ma anche il mondo dell’istruzione e quello bancario sta lavorando a questa riscoperta teoria: non solo la Scuola di Economa Civile (SEC) (15), ma la stessa Banca Etica, con il suo nuovo percorso di Laboratorio di Economia (16). Forse è l’unica possibilità che oggi si ha per uscire a rivitalizzare l’economia e, vista anche la grave problematica ambientale, a riportare la lezione economica per il ben-essere di nazioni con vecchie e nuove economie.

Conclusione

La questione del perché questo modello economico, tutto italiano e che ha insegnato moltissimo al mondo economico è stato abbandonato è presto detto: l’Economia Civile, basandosi sull’alto valore etico della sua filosofia e prassi, abbisogna di persone mature che vogliano ben vivere, aldilà dei personali egoismi, anche se utili, in vista di un bene comune ampiamente condiviso nel senso già indicato dalle parole solidarietà e fraternità.
L’Economia Politica, specialmente quella neoclassica/marginalistica e liberista, si basa su di un utilitarismo personale ed egoistico spinto, di certo molto piú facile da mettere in pratica. E cosí è stato fatto, con tutte le conseguenze che abbiamo visto e vediamo durante questa crisi epocale e che ora non ci fanno piú dormire sonni tranquilli. Non conviene allora scommettere su di una nuova economia e relazionalità?

 

Riccardo Milano
Responsabile delle Relazioni Culturali di Banca Popolare Etica


 

Note

 

1) Si sono poi coniati i termini di Economia sociale, Sociale di Mercato, Solidale, di Comunità, di Comunione, ecc.

2) L’attuale teoria economica Europea è la tedesca Economia Sociale di Mercato, nata dalla Scuola di Friburgo di W. Euken durante la crisi della Repubblica di Weimar, e definita anche Ordoliberalismo, dal titolo della rivista Ordo fondata da Euken nel 1940. Essa, come dice N. Goldschmidt, «è un insieme di idee socio-politiche in favore di una società libera e socialmente giusta dove vengono fissate regole generali di politica economica. Si tratta di una concezione decisamente liberale, fondata sulla libertà individuale e sulla convinzione che mercati in buon ordine di funzionamento e la concorrenza conducano all’efficienza economica e, di conseguenza, allo sviluppo (o, nel caso della Germania del secondo dopoguerra, alla ricostruzione) dell’economia, come anche al progresso sociale». Citato in F. Felice, L’economia sociale di Mercato, Rubbettino, 2008, pp. 2021.

3) Quella di Antonio Genovesi è l’Economia civile della scuola napoletana. Esiste un’altra scuola, milanese, con  Beccaria, Verri, Cattaneo. Altre riflessioni vengono dal Muratori con l’apporto delle Università emiliane. Antonio Genovesi fu abate, filosofo ed economista (Castiglione, Salerno 1713 – Napoli 1769).

4) Si veda la ristampa di A. Genovesi, Lezioni di Economia civile. Introduzione di L. Bruni e S. zamagni. Testo e nota critica di F. dal  Degan. Edizioni V&P, Vita e Pensiero, Milano 2013.

5) Espressione usata con molta frequenza da Stefano zamagni e altri economisti. Ciò proprio per la necessità di diffusione di un nuovo paradigma economico, visto la crisi del pensiero economico dominante.

6) Ad oggi l’unico testo universitario che tratta questo tema dal punto di vista scientifico è: L. Becchetti, L. Bruni, S. zamagni: Microeconomia, Edizioni Il Mulino, Bologna 2010.

7) Al bene comune si contrappone il bene totale (derivante dall’Economia Politica di Adam Smith e proseguita col pensiero utilitaristico/liberista) per il quale non conta il bene di tutta la persona, ma la realizzazione di un contesto economico in cui inevitabilmente si darà spazio solo alla dimensione materiale, sebbene possa essere apportatrice di gravi disuguaglianze e di gravi menomazioni delle risorse naturali. Di fatto, mentre il bene totale ragiona per addizione dei singoli beni individuali, il bene comune ragiona per prodotto dei beni individuali. Si sa che in un’addizione, se alcuni addendi hanno valore 0 la somma non cambia (se c’è un ricco con 1 Mld  e cento poveri con pochi soldi, la somma tiene sempre conto del Mld dell’unico ricco). Ma ragionando con la logica del prodotto, basta che ci sia un solo 0 e tanti altri fattori prodotto, il finale sarà 0! Il che vuol dire che se non si tiene conto delle persone in difficoltà, il cui benessere è prossimo a 0 non vale piú la logica del bene comune. In altri termini: il bene comune è il mio bene assieme al tuo e a quello degli altri.

8) Scriveva  Genovesi: «Ma niente piú necessario ad una grande e pronta circolazione, e a rinvigorire ogni sorta di utile industria, quanto la fede pubblica» in Lezioni di Economia …, op. cit., X §1, pag 341.

9) P. Wicksteed,  The Common Sense of Political Economy (a cura di L. Robbins), Macmillan, London 1933.

10) Anche queste parole sono state rimosse. Eppure, la fraternità appare già nella triade “liberté, égalité, fraternité”: in nome della fraternità oltre che della libertà e dell’uguaglianza (nel senso dell’equità), è stata combattuta la Rivoluzione francese. La fraternità, già presente nell’opera dell’illuminismo italiano e in Genovesi, assume anche un forte aspetto socio/economico, tuttora da riscoprire, visto anche il declino del Welfare.

11) Essa ha permesso l’affermarsi di una vera democrazia con partiti, sindacati, welfare, ecc.

12) Lezioni di Economia …, op. cit., I, XIX §VII, p. 201.

13) Lezioni di Economia …, op. cit., II, X §VI, pag 344.

14) Si legga: R. Ruffini, Da genovesi a Zappa. Appunti per un’analisi dei legami tra l’Economia Aziendale e l’Economia Civile, in Liuc Papers n. 238, Serie Economia Aziendale 34, febbraio 2011.

15) www.scuoladieconomiacivile.it

16) www.bancaetica.it/nuova-economia

 

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