Il Decreto conferma l’attuale sistema ordinistico, pur introducendo alcuni elementi di apertura alla concorrenza come l’abolizione delle tariffe. Resta fondamentale la formazione permanente

TRE DOMANDE AI PRESIDENTI
DEGLI ORDINI, DEI COLLEGI E DEGLI ALBI PROFESSIONALI

1  Quali le novità del DPR 137/12 per il vostro Ordine Professionale?

2  Cosa state facendo per recepirne le direttive?

3  Come state informando e coinvolgendo il cittadino-consumatore?

 

Giuseppe Jogna, Presidente  Consiglio Nazionale dei Periti Industriali  e dei Periti Industriali Laureati


 

 

Gli Ordini professionali sono stati chiamati – dopo decenni di un pressoché totale immobilismo legislativo – a operare per una profonda trasformazione del proprio sistema. Ne dovrebbero alla fine uscire con un profilo fortemente ridisegnato. Migliore o peggiore? Domanda alla quale ancora non è possibile dare una risposta e per la quale solo il tempo potrà essere giudice imparziale ed equo. Quel che si può per ora certamente affermare è che un profilo ci sarà comunque. Il che non è poco se solo si tengono presente alcune paure, non del tutto ingiustificate, con le quali ci si preparava all’appuntamento con il 13 agosto 2012.
Questa era la data fissata nel Decreto legge n. 138/2011 per dare il via al programma di riforme, ma questa era anche la sola cosa certamente priva di ambiguità di un testo che si prestava alle piú mirabolanti scorribande interpretative, comprese anche le piú pessimistiche: circolavano solo pochi mesi fa alcune fosche previsioni che ritenevano il 13 agosto 2012 la data di morte da incidere sulla lapide degli Ordini professionali.
Se qui si fa menzione di un’ipotesi rivelatasi poi, alla prova dei fatti, del tutto inconsistente è solo per sottolineare come, tra i tanti mali dai quali il Paese dovrebbe guarire, vi sia anche la necessità di uscire dal combinato disposto di una politica che ancora insiste nel rinunciare a chiarezza e trasparenza nei suoi atti e un sistema mediatico che di queste ambiguità si nutre per dare vita ad artificiose polemiche e feroci contrapposizioni.
Ma ora che l’iniziativa di riforma, partita con il Governo Berlusconi (decreto legge 138/2011), rivisitata e poi attuata dal Governo Monti, è ormai pienamente comprensibile, almeno nei suoi princípi fondamentali, sarà bene rendere conto della posizione assunta dal Consiglio nazionale dei Periti industriali e dei Periti industriali laureati (CNPI) e delle iniziative che di conseguenza ha già predisposto, come di quelle che sono ancora allo studio.

1 Tante conferme, diverse modifiche

In sostanza, l’assetto delineato dal DPR 137/12, che riguarda tutte le professioni (sanitarie escluse) e che dovrà poi essere attuato in modo piú particolareggiato dai singoli Ordini, conferma l’attuale sistema ordinistico, pur introducendo alcuni elementi di apertura alla concorrenza come l’abolizione delle tariffe. In una sintetica lista delle principali modifiche intervenute bisognerà ricordare che:
• viene fortemente rimodulata la giurisprudenza per cosí dire domestica;
• la pubblicità acquisisce un ulteriore preoccupante grado di libertà;
• il tirocinio (obbligatorio solo per chi già lo ha per legge) non deve superare i 18 mesi di durata;
• la formazione continua diventa obbligatoria, pena sanzioni disciplinari.
Sono princípi che gli Ordini sono chiamati ad accogliere velocemente (in merito, la legge ha stabilito precisi archi temporali) nei rispettivi ordinamenti professionali. Tra i primi atti deliberati in merito dal CNPI vi è stata la convocazione di un’assemblea delle rappresentanze professionali della categoria per informare e condividere un percorso complesso e articolato. Nella 58ª Assemblea dei presidenti che si è svolta a Roma lo scorso 22 settembre 2012, alla presenza di 82 organi territoriali in rappresentanza di circa il 90% degli iscritti, sono stati illustrati e discussi i principali adempimenti attuativi della riforma delle professioni.
In questo senso il CNPI ha predisposto tre Commissioni, affidando a ognuna di esse il compito di elaborare i rispettivi regolamenti in materia di sistema disciplinare, tirocinio e formazione continua.
L’impegno piú ravvicinato è quello che riguarda il regolamento sul disciplinare. Questo, infatti, dovrà essere adottato entro 90 giorni dall’entrata in vigore del DPR 137/12 (e quindi quando questo articolo sarà letto, saremo già nella fase operativa), mentre per le altre novità introdotte dalla Riforma ci sarà tempo fino ad agosto 2013, cosí come per provvedere all’assicurazione obbligatoria contro i danni che derivano dall’attività professionale.
L’obbligo assicurativo e la libertà di pubblicità informativa relativa all’attività professionale, purché “funzionale all’oggetto”, saranno altri passaggi che troveranno spazio anche in un necessario aggiornamento del Codice deontologico. Infine, un’ulteriore passo da attuare riguarderà la costituzione e la tenuta dell’Albo unico nazionale che sarà disciplinato con una normativa interna allo stesso Consiglio nazionale.

2 Il CNPI: iniziative e cambiamenti

Ma per il momento, il CNPI si è concentrato sulle questioni piú urgenti che riguardano sistema disciplinare, tirocinio e formazione continua. Ecco, nel dettaglio, le iniziative messe in atto per avviare il processo di riforma in questi àmbiti.

Il nuovo sistema disciplinare
Entro il 13 novembre 2012 i Consigli nazionali erano chiamati ad adottare i regolamenti attuativi del nuovo sistema disciplinare. Il Cnpi ha ultimato il Regolamento, predisposto in collaborazione con le altre professioni dell’area tecnica (ingegneri, geometri, agronomi ecc.).
Nel provvedimento hanno trovato posto i criteri e i requisiti in base ai quali individuare i colleghi destinati a costituire i Consigli di disciplina e le modalità di designazione dei componenti da parte del tribunale. Da questa cornice generale, poi, ogni Ordine ha il compito di mettere a punto un proprio distinto e piú ampio regolamento procedurale sul funzionamento stesso del procedimento disciplinare.
In generale, per tutte le professioni, è prevista l’istituzione dei Consigli di disciplina territoriali (presso i Consigli dell’Ordine) e nazionali (presso i Consigli nazionali dell’Ordine). Il Consiglio di disciplina è un organo di natura amministrativa al quale viene affidato il compito di «istruzione e decisione delle questioni disciplinari riguardanti gli iscritti all’Albo», è geograficamente competente come l’Ordine provinciale, dura in carica come il Consiglio territoriale, comprende almeno un consigliere “esterno” e ha un numero di componenti pari a quello dei membri del Consiglio del Collegio. Le cariche di rappresentanti del Consiglio di disciplina sono incompatibili con quelle di consigliere dell’Ordine provinciale di riferimento e di consigliere nazionale. Il Consiglio di disciplina, poi, può comprendere anche iscritti, consiglieri di Collegio, componenti del Consiglio di disciplina, di altri organismi territoriali dei Periti industriali, oltre a un componente esterno che può essere un Avvocato, un Magistrato oppure un professore universitario. I Consigli di disciplina – sia territoriali, sia nazionali – restano in carica per lo stesso periodo dei Consigli cui si riferiscono.
Sarà dunque un esercito di 1.500 professionisti che dovremo mettere in campo per assolvere ai nuovi compiti che la Riforma impone alla categoria. Tanti infatti saranno i candidati, affinché i presidenti dei tribunali di competenza possano nominare i 750 componenti effettivi dei Consigli di disciplina territoriale (organi di natura amministrativa a cui competono istruzione e decisione delle questioni disciplinari) previsti dal DPR.
Questa è la conseguenza piú eclatante dell’imposizione di “terzietà” dell’organo di disciplina previsto dal legislatore. Il sistema è comunque riformato, per noi, solo parzialmente, in quanto l’organo giurisdizionale costituito dal Consiglio nazionale non è stato interessato dalla Riforma, potendo questo essere modificato solo da legge costituzionale (la sua istituzione infatti è avvenuta in epoca  antecedente alla nostra Costituzione).
Dare pratica attuazione al disposto normativo non sarà quindi certamente facile. Anche se la difficoltà potrà essere in parte mitigata dal contributo di un componente esperto in materie giuridiche e dalla possibilità che questi possa partecipare a piú collegi giudicanti che verranno creati nell’àmbito dei Consigli territoriali. Il regolamento sui criteri di scelta dei componenti dei Consigli di disciplina, che dovrà essere approvato dal Ministero entro la metà di novembre 2012, non è il solo adempimento in capo alla categoria che discende dal DPR. Si dovrà infatti procedere inevitabilmente anche alla rivisitazione dei procedimenti disciplinari e all’aggiornamento del Codice deontologico. Sarà inoltre opportuno prevedere l’organizzazione di un percorso formativo circa il nuovo sistema, rivolto ai consiglieri designati.

Tirocinio
È piuttosto ampio il capitolo che si occupa di definire procedure e modalità del “tirocinio per l’accesso”, dove si specifica che consiste «nell’addestramento, a contenuto teorico e pratico, del praticante, finalizzato a conseguire le capacità per l’esercizio e la gestione organizzativa della professione».
Il tirocinio dovrà avere una durata massima di 18 mesi e potrà essere svolto solo in presenza di un dominus (professionista affidatario) che dovrà avere almeno cinque anni di anzianità e non potrà assumere la funzione per piú di tre praticanti contemporaneamente, salvo motivata autorizzazione.
Il tirocinio, oltre che praticato presso un professionista, può consistere anche nella frequenza di specifici corsi di formazione organizzati dagli Ordini che prevedano un carico didattico non inferiore a 200 ore.
La norma prevede, poi, che il tirocinio possa essere svolto, in misura non superiore a sei mesi, presso enti o professionisti di altri Paesi con titolo equivalente, e anche svolto, con una disposizione – già molto avversata all’epoca della sua introduzione come principio – per i primi sei mesi, «in concomitanza con l’ultimo anno del corso di studio per il conseguimento della laurea necessaria». La frequenza dei corsi di formazione non è alternativa all’intero tirocinio, ma soltanto a sei mesi dello stesso che, in questa ipotesi, si riduce alla durata ulteriore di 12 mesi presso il professionista affidatario.
Il comma 5 sancisce poi l’incompatibilità del tirocinio «con qualunque rapporto di impiego pubblico»; viene però prevista la possibile contestualità con «attività di lavoro subordinato pubblico e privato, purché con modalità e orari idonei a consentirne l’effettivo svolgimento».
Ma non finisce qui perché la norma prevede, poi, come già detto, la «frequenza obbligatoria e con profitto», unitamente al periodo di tirocinio «per un periodo non inferiore a sei mesi, di specifici corsi di formazione professionale organizzati da Ordini o Collegi o Associazioni di iscritti agli Albi, nonché dagli altri soggetti autorizzati dai Ministri vigilanti».
Le previsioni specifiche sono rimesse a un regolamento che dovrà essere emanato entro un anno dall’entrata in vigore del Decreto, a cura del Consiglio Nazionale previo parere vincolante del Ministero vigilante. Altra previsione importante è quella secondo la quale il certificato di compiuta pratica «perde efficacia decorsi cinque anni senza che segua il superamento dell’esame di Stato quando previsto».
È evidente che lo spirito (pienamente condivisibile) del provvedimento risponde alla volontà di accelerare l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. È questa e solo questa la ragione della riduzione del tirocinio dai 36 o 24 mesi fino ad ora previsti agli attuali 18.
Ma è altrettanto evidente che si impone al sistema ordinistico un impegno assai gravoso nel momento in cui si demanda ai Consigli nazionali il compito di promuovere un semestre di formazione della durata di 200 ore. Soprattutto, quando, come nel caso dei Periti industriali, è necessario tenere conto del fatto che la professione si articola in molteplici specializzazioni.
Se, da un lato, le recenti norme riaffermano il ruolo di pubblica utilità del sistema ordinistico, dall’altro, questo viene investito di tali responsabilità e impegni organizzativi (gestione tirocinio, controllo effettivo svolgimento dello stesso, corsi per tirocinanti, corsi e gestione della formazione continua, organizzazione degli Albi, convenzioni con Ministeri, università, enti, regolamenti e procedure per nuovi adempimenti) che richiederanno risorse e strutture nettamente superiori alle attuali. Se tutto questo comporti anche semplificazione, liberalizzazione, crescita, sviluppo e risparmio, sarà tutto da verificare.

Formazione continua
C’era una volta, quasi 2.500 anni fa, un filosofo greco che sosteneva di “sapere di non sapere”. Questa posizione, allora assolutamente minoritaria, è invece oggi diventata legge. E ogni professionista che si rispetti vi si deve adeguare prevedendo nella propria carriera lavorativa congrui e approfonditi spazi da dedicare all’apprendimento se non vuole finire addirittura sanzionato dal proprio Ordine professionale.
Cosí è possibile riassumere il senso delle disposizioni miranti a rendere obbligatoria la formazione continua. Oppure cosí, citando l’obiettivo dichiarato nel DPR di riforma Severino: «Ai fini di garantire la qualità e l’efficienza delle prestazioni professionali, nel migliore interesse dell’utente e della collettività e per conseguire l’obiettivo dello sviluppo professionale, ogni professionista ha l’obbligo di curare il continuo costante aggiornamento».
Entro un anno, quindi, il Consiglio nazionale dovrà predisporre l’apposito regolamento in materia e poi inviarlo al Ministero vigilante per il consueto parere. Il provvedimento dovrà stabilire le modalità e condizioni per l’assolvimento dell’obbligo di aggiornamento da parte degli iscritti e per la gestione e l’organizzazione delle attività di aggiornamento a cura dei Collegi, delle Associazioni e dei soggetti autorizzati; i requisiti minimi su tutto il territorio nazionale dei corsi di aggiornamento nonché il valore del credito formativo quale unità di misura della formazione continua.
Il DPR prevede, inoltre, la possibilità di stipulare apposite convenzioni fra i Consigli nazionali e le università per il riconoscimento reciproco dei crediti professionali e universitari. C’è poi da sottolineare che l’attività di formazione, quando è svolta dai Collegi territoriali, può essere realizzata anche in cooperazione o convenzione con altri soggetti (anche se la responsabilità resta tutta nelle mani del Collegio).
Inoltre, la normativa prevede che le Regioni possano disciplinare l’attribuzione di fondi per l’organizzazione di scuole, corsi ed eventi di formazione professionale. I corsi di formazione possono essere organizzati anche da altri soggetti, autorizzati dal CNPI, ma non prima, anche in questo caso, di aver avuto approvazione del Ministero vigilante. Infine, una delle novità piú significative introdotte dalla legge è che rispetto al passato la violazione delle norme in materia di formazione continua costituisce illecito disciplinare.
A voler sintetizzare in tre parole chiave i contenuti principali della norma si può dire che la formazione continua per il professionista rappresenti una novità, un’opportunità e una necessità. Una novità perché l’adempimento rappresenta un obbligo che se non rispettato determina una sanzione di natura disciplinare. In realtà, a un’attenta analisi è evidente che la formazione continua obbligatoria sia una delle poche novità della riforma complessiva e forse l’unica con contenuti effettivamente innovativi. Entrando nel dettaglio, la formazione continua rappresenta l’unico passaggio che può consentire un sostanziale miglioramento del professionista senza dimenticarsi del consumatore.
Per i periti industriali la formazione continua non ha rappresentato una vera e propria novità perché già nel 2006 la categoria adottò un regolamento, seppur volontario in materia. Ora però l’obbligo sistematico può effettivamente rappresentare un’opportunità sotto diversi aspetti.  Innanzitutto, per riformare e organizzare strutturalmente la formazione continua, per far crescere l’iniziativa professionale e infine per aumentare il bagaglio di conoscenze e di abilità professionali.
Ecco perché è piú che mai indispensabile cogliere questa iniziativa con uno sguardo nuovo e capire che questa necessità non è piú eludibile, perché, ancora prima della norma, è il mercato, in continuo cambiamento e aggiornamento a pretenderlo.

3 Impegnati a fornire risposte

Noi professionisti, quindi, abbiamo il dovere di fornire risposte concrete aggiornate, che necessariamente metteranno in discussione anche il nostro modo di svolgere l’attività. Con tutto quello che ne consegue. Come prepararci a questa nuova fase? Anzitutto, il CNPI sta predisponendo il nuovo Regolamento che riguarderà i diversi punti stabiliti nel DPR. L’obiettivo che ci si pone è quello di un’offerta/ impegno formativo uguale per tutti gli iscritti e nelle stesse condizioni.
Ma nello stesso tempo si graduerà la formazione continua per gli iscritti, tenendo anche conto dell’esperienza e dell’aspetto curriculare, proponendo uno stringente aggiornamento al professionista iscritto che esercita la professione.
Dunque, alla luce di tutto questo è necessario rileggere e riflettere non solo sul grande impegno che abbiamo davanti ma anche sulla grande opportunità di rinnovarci e di crescere.

 

Giuseppe Jogna
Presidente  Consiglio Nazionale dei Periti Industriali  e dei Periti Industriali Laureati

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