Educare con lentezza: per una nuova cultura dello sport | di Veronica Brutti

Veronica Brutti, Pedagogista e allenatrice  presso la Scuola Calcio Società sportiva Hellas – Verona


 

 

Il calcio è lo sport piú amato e praticato in Italia, sia dagli adulti che dai bambini. Analizzando la formazione predominante del giovane calciatore nelle società di calcio contemporanee, si può notare come in quasi tutte essa abbia una direzione finalizzata a vivere l’allenamento come un esercizio meramente tecnico che punta ad avere come unico obiettivo la vittoria a ogni costo e, per questo motivo, tenda verso una specializzazione precoce.
Il tema di fondo che unisce queste questioni e al quale meno si pensa, è il tema del “tempo”, un tempo accelerato, un tempo da sfruttare, un tempo “fast”.
La mentalità secondo la quale il semplice giocare è “perdere tempo” è diffusa tra i genitori, come tra gli allenatori (1). Questo porta a un paradosso: il gioco del calcio non è un gioco. Forse non è un caso che anche nelle Scuole Calcio la parola allenatore sia piano piano sostituita nell’uso dalla parola tecnico, che deriva appunto dalla tecnica, l’arte di saper fare.
Piú che accompagnatore, dunque, l’allenatore impartisce nozioni e regole attraverso un metodo principalmente deduttivo, che non prevede, ad esempio, la scoperta delle cose da parte del bambino attraverso l’errore, ma richiede solamente che venga appresa ed eseguita la consegna impartita nel minor tempo possibile. In questo modo, la strada verso la vittoria sembra piú facile ed efficace.
L’essenza del gioco è certamente la competizione, anche per i bambini: il gioco è un mezzo che permette al bambino di misurarsi con e attraverso i propri coetanei e con sé stesso, avendo l’obiettivo di vincere e primeggiare.
Il concetto di competizione, tuttavia, è ambiguo. Da una parte, vi è la prospettiva secondo la quale la si considera «esclusivamente o prevalentemente governata dalla logica binaria vincereperdere». Parallelamente, c’è l’altro modo di intendere la competizione, che deriva direttamente dalla sua etimologia: cum-petere, ossia tendere insieme verso una certa direzione, che «mette al centro non solo l’esito finale della competizione, ma il suo processo; in altri termini, la vittoria non è l’unità di misura del successo, ma ne costituisce solo una parte, poiché il valore della competizione sta nel modo in cui si è sviluppata in tutto il suo percorso» (2).
L’etica dello sport muore quando le istituzioni, le società sportive e le persone vogliono la «… ”vittoria a ogni costo”. Questo è un modo di concepire l’obiettivo che viola la dignità dell’atleta ed è anche estraneo alla vera e nobile essenza dello sport, che è stata notevolmente snaturalizzata negli ultimi anni» (3).
Di conseguenza risulta fondamentale il compito dei genitori e dell’allenatore, ossia di quelle figure che devono guidare il giovane calciatore a ricercare una vittoria che avvenga nel rispetto delle regole, dei compagni e dell’avversario. «Ricordiamoci che non sono tanto i bambini a rivendicare la voglia di crescere in fretta, di bruciare le tappe, quanto piuttosto gli adulti che sembrano volerli inserire sempre prima nel tessuto sociale, valorizzando con orgoglio la loro precocità: da qui nascono i tecnicismi, la specializzazione precoce, la ricerca della vittoria come obiettivo primario» (4).
L’allenatore può diventare l’esecutore di un modo di pensare e di agire che dia una legittimazione tecnica alla vittoria “ad ogni costo”. Ma egli può anche porsi in modo del tutto diverso e ritenere che sia indispensabile educare il bambino a mettersi in gioco in modo sano; ciò significa aiutarlo a riconoscere il valore sia della vittoria sia della sconfitta: «In una società basata sul successo, sul guadagno e sul vincere, abbiamo mai riflettuto sull’importanza e sul valore pedagogico del “perdere”?» (5), si chiede il pedagogista Gianfranco Zavalloni.
Nel mondo del calcio (e non solo), i bambini o i ragazzi che hanno mostrato di avere una maggiore predisposizione di altri nel praticarlo vengono chiamati “giocatori di talento”. Il talento sportivo è l’insieme di «determinati presupposti fisici e psichici che, con certa approssimazione, potrebbero portare a raggiungere risultati di elevato livello sportivo» (6).
Non è ovviamente sbagliato promuovere nei bambini lo sviluppo del loro talento: ciò che va specificato è come avvenga questa promozione. La ricerca del talento ha portato i settori giovanili calcistici a una riduzione dell’età per entrare a far parte dell’attività agonistica, con le conseguenze del drop-out e dell’assenza dei risultati attesi.
La causa dell’insuccesso sportivo di molti giovani è arrivata per una «errata interpretazione del concetto di specializzazione», afferma ancora Zavalloni (7). Bisogna infatti distinguere tra “specializzazione sportiva” e “specializzazione precoce”: «La specializzazione sportiva è, infatti, intesa come processo di formazione sportiva che mira al perseguimento delle competenze proprie di una disciplina sportiva. Mentre la specializzazione precoce è intesa come accezione negativa del processo di specializzazione sportiva instaurato in età inadeguata che porta alla stagnazione della prestazione» (8), all’abbandono in giovane età, alla frustrazione e al calo della performance.
La specializzazione precoce c’è perché «l’obiettivo (del club e degli allenatori) che si pongono non è tanto quello di allenare le persone per la vita, ma di fargli raggiungere in breve tempo uno standard di prestazione elevato che abbia una positiva ricaduta economica a livello societario» (9). Questo tipo di allenamento, quando è applicato al bambino, oltre a essere frustrante perché chiede al bambino ciò che naturalmente non può dare, non rispetta le fasi del suo sviluppo psichico e fisico.
Occorre una cultura calcistica che sappia dare il giusto valore al tempo proprio di ogni bambino e di ogni persona, cosí da cercare di evitare le conseguenze nelle quali quasi sempre si inciampa, adottando una fast education: violenza, disonestà e abbandono precoce.

Educare alla lentezza: proposta per lo sviluppo di una nuova cultura calcistica

L’educazione calcistica lenta (Slow Foot) è una risposta culturale che cerca di risolvere i problemi che genitori, dirigenti, allenatori e bambini si trovano spesso ad affrontare nel mondo del calcio giovanile. Anche se adeguati al contesto, i princípi su cui si basa la Slow Foot sono gli stessi utilizzati dagli altri movimenti slow, come lo Slow Food e la Slow School, e sono:
•  il bambino come soggetto avente diritti;
•  la centralità del bambino nel processo educativo e, quindi, il valore della persona intesa come fine e mai come mezzo;
•  l’importanza della dimensione emotiva, cognitiva e sociale come strumento di crescita personale e nelle relazioni;
•  l’importanza di costruire profonde relazioni tra tutti i soggetti coinvolti, educatori e educandi;
•  lo sviluppo di un tempo qualitativo, inteso come dare pieno significato a tutto ciò che si fa e che si ha attraverso il principio dell’“aver cura”;
•  la valorizzazione dell’esperienza attraverso il metodo della scoperta e del dialogo, sviluppando un modello dialogico che si ispira alla maieutica socratica;
•  il concetto di lifelong learning: educare per la vita in ogni ambito della vita.
Come per le altre attività svolte dal Settore Giovanile e Scolastico della Federazione Italiana Gioco Calcio, anche lo Slow Foot si deve fondare sulla Carta dei diritti dei ragazzi allo sport (Ginevra, 1992):

• il diritto di divertirsi e giocare;
• il diritto di fare sport;
• il diritto di beneficiare di un ambiente sano;
• il diritto di essere circondato e allenato da persone competenti;
• il diritto di seguire allenamenti adeguati ai suoi ritmi;
• il diritto di misurarsi con giovani che abbiano le sue stesse possibilità di successo;
• il diritto di partecipare a competizioni adeguate alla sua età;
• il diritto di praticare sport in assoluta sicurezza;
• il diritto di avere giusti tempi di riposo;
• il diritto di non essere un campione (10).

Quando si parla di bambini e ragazzi, è importante parlare di diritti perché permette di considerarli «individui dotati di autodeterminazione, capacità e risorse» (11) e non solo soggetti bisognosi. Parlare di diritti permette di concepire un progetto come valido e realizzabile solo nel momento in cui si percepisce in esso che il bambino-persona è considerato come unico centro e fine del progetto.
L’attività del giocare appartiene paradossalmente a una dimensione slegata dal tempo e dallo spazio: il fatto che per giocare non vi sia un solo tempo fa vorevole, consegna un grande “segreto” sul quale sviluppare l’idea di una società migliore non solo calcisticamente parlando: si può «giocare mentre si studia, mentre si fanno i lavori di casa, mentre si lavora, trasformando queste attività in “gioco”. È persino possibile giocare mentre si fa sport!» (12).
Il filosofo Johan Huizinga, con il suo Homo Ludens, insegna che la cultura altro non è che un grande gioco che viene giocato e che l’uomo, oltre che essere un uomo che sa e un uomo che fa, è anche un uomo che gioca. Non è solo il bambino che gioca; in realtà non si smette mai di giocare neanche quando si diventa adulti.
Un progetto educativo fondato sui diritti permette di approfondire il concetto di dignità del bambino e della sua libertà in quanto persona. Pensare il bambino come “unico” nella moltitudine significa considerarlo nella totalità della sua grandezza; ne consegue che ogni fanciullo dovrà essere l’unico fine possibile di ogni progetto educativo messo in atto.
L’espressione kantiana della persona considerata come fine e non come mezzo permette di porre la domanda chiave per un corretto sviluppo educativo, come insegna la filosofa Martha Nussbaum: «Che cosa può fare ed essere ciascuna persona?» (13). È da qui che deve partire ogni azione educativa.
Bisogna considerare, inoltre, che ogni processo di apprendimento coinvolge lo stato affettivo sia degli educandi sia degli educatori. È cosa ben nota che ogni relazione – dunque anche la relazione educativa (14) – «comprende sempre una dimensione affettiva, la quale coinvolge pensiero e sentimenti» (15).
Nel calcio l’emotività entra inevitabilmente in gioco e non si può non tenerne conto. Per un allenatore, fermarsi ad ascoltare quello che un bambino vuole comunicare (non soltanto a parole, ma anche attraverso i suoi atteggiamenti), può essere un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo finale, solo se l’obiettivo finale è vincere piú partite possibili.
Se invece l’obiettivo è la formazione del giovane calciatore in quanto persona, quindi un obiettivo a lungo termine, le emozioni non possono essere un intralcio o un disturbo, ma devono essere comprese e utilizzate come basi del processo di apprendimento, soprattutto in uno sport nel quale l’individuo è sempre situato in un contesto-gruppo.
L’assenza di affettività «provoca una “freddezza relazionale” che marca la distanza tra i protagonisti della relazione educativa, nega valore a ogni apertura all’incontro e, soprattutto, marca la separazione tra mente e cuore, cioè tra due logiche comportamentali tanto diverse quanto intrecciate tra loro» (16).
Imparare a  gestire e ad armonizzare le proprie emozioni permetterà al giovane calciatore di avere anche una maggiore padronanza tecnica in mezzo al campo. Per questo motivo, è fondamentale aiutare il giovane calciatore a sviluppare le Life Skills, dieci competenze di vita che aiutano il bambino a trasformare le proprie emozioni, sia positive sia negative, in una forza capace di favorire uno stile di vita positivo.
Esse sono:
a) Life Skills emotive: consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, gestione dello stress;
b) Life Skills cognitive: risolvere i problemi, prendere decisioni, avere senso critico, creatività;
c) Life Skills sociali: empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci (17).
Data la loro importanza, risulta evidente la necessità per i bambini di avere al loro fianco un allenatore che li sappia accompagnare nel loro percorso di crescita, contribuendo a sviluppare le loro competenze nei riguardi della vita attraverso una relazione di cura; un allenatore, però, che abbia sviluppato prima di tutto in sé stesso le Life Skills.
Egli deve essere consapevole del fatto che non può essere solo un allenatore “di campo”, ma anche un «regista di scenari cognitivi/affettivi(…)», un «creatore di contesti di apprendimento», un «elaboratore di situazioni globalmente allenanti» e «mediatore, in contesti educativi, fra l’analitico e il globale, fra la specializzazione motoria e le qualità umane, fra la maestria sportiva e l’intelligenza emotiva» (18).
Lo psicologo americano Daniel Goleman parla di Intelligenza emotiva per spiegare quanto le emozioni siano importanti nelle scelte che si compiono e quanto importanti siano in particolare nei bambini, perché questo tipo di intelligenza è «la capacità di motivare sé stessi e di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare» (19).

Aver cura del tempo

Luigina Mortari, pedagogista e docente di Epistemologia della ricerca qualitativa all’Università degli Studi di Verona, afferma che la prima cosa da imparare è «aver cura dell’esistenza», che significa «imparare l’arte di esistere (…), quella sapienza che lavora sul tempo per farne una composizione di senso» (20).
Prima di tutto, dunque, è importante riuscire a governare il tempo, quella dimensione che permea la nostra vita, ma che, come dice Sant’Agostino, sappiamo che cos’è solo quando nessuno ce lo chiede (21).
Aver cura del proprio tempo significa aver cura di sé, primo passo da fare per chi si accinge al lavoro di educatore: solo dopo aver compreso chi è, l’educatore può aiutare la persona, che ha davanti a sé, a scoprire sé stessa.
In educazione, educare alla lentezza significa essere capaci di dare a ciascuno il tempo del quale ha bisogno. Specificatamente, nel calcio significa considerare i tempi di crescita di ogni bambino e programmare l’attività in base al suo sviluppo. Solo in questo modo si può pensare di aver cura del giovane calciatore. L’etica dell’aver cura non può essere limitata nel tempo. I princípi e i valori che rendono la vita migliore dal punto di vista etico devono necessariamente avere valore permanente: è questo il concetto di lifelong learning, educazione per tutta la vita in ogni àmbito della vita. Ciò che un giovane calciatore impara durante l’orario di allenamento deve poi essere trasferibile in classe come nella vita di tutti i giorni: di conseguenza, ciò che un bravo allenatore insegna non è solo un saper fare, ma anche un saper essere.

La figura dell’allenatore di calcio

In inglese, l’allenatore è il coach, e il verbo che ne deriva è to coach, cioè accompagnare. Anche in altre lingue il termine rimanda sempre al significato latino del verbo tradere, seguire o accompagnare (22).
Questo significa che l’allenatore, e di conseguenza l’allenamento, hanno una forte valenza pedagogica, considerando che allenare, attraverso questa chiave di lettura, si avvicina sensibilmente al termine educare: accompagnare il bambino a rendere “atto” quello che è ancora in “potenza” dentro di lui.
L’allenatore è una figura fondamentale per la crescita del bambino ed egli si dovrebbe rendere conto di questa profonda responsabilità: «è una responsabilità che fa o dovrebbe far tremare le vene e i polsi, perché si tratta di costruire la nuova generazione, il mondo di domani» (23).
Per questo, l’educatore sportivo deve rendere il tempo della relazione (in campo e fuori dal campo) un tempo di qualità, considerando ogni momento come “un” momento. Il metodo attraverso il quale l’allenatore opera è di fondamentale importanza per capire i giovani anziché giudicarli, per incoraggiarli invece di punirli, per ascoltare i problemi che li affliggono oltre un campo da calcio, ma che inevitabilmente si ripercuotono su quel campo, perché le emozioni non possono e non devono essere lasciate fuori dal cancello dell’impianto sportivo, ma devono essere vissute, comprese, trasformate, liberate. Il giovane calciatore va accettato in modo incondizionato perché la persona ha un valore che trascende tutto.
L’azione educativa che il mister esercita è un processo bidirezionale nel quale il giovane calciatore è un soggetto attivo che costruisce, accompagnato, la propria strada. In ogni partita e in ogni seduta di allenamento l’allenatore deve sapersi orientare, avendo sempre in mente l’obiettivo della sua azione educativa, il rapporto con il bambino e il rapporto con sé stesso.
L’allenatore deve assumere su di sé il principio socratico del “sapere di non sapere”: cosí facendo, per ogni bambino che avrà di fronte, si dovrà porre nuove domande e cercare continuamente risposte che non possono che essere svelate gradualmente dalla conoscenza del bambino stesso. In questo modo l’educatore sportivo si renderà consapevole dei propri limiti (che deve continuamente cercare di superare) e della responsabilità educativa che assume su di sé.

Una nuova cultura calcistica

La convinzione che una riflessione sul tempo vada fatta, è sempre piú viva in me perché «la materia della nostra vita è il tempo e di questo occorre imparare ad aver cura tracciando fili di senso che tessano insieme gli attimi della vita» (24).
Bisogna partire dai bambini per sperare in calciatori migliori, cittadini piú attenti, maestri piú “lenti”. Forse la chiave di volta per superare la crisi educativa nelle Scuole Calcio sta proprio qui: nel ripartire da un gioco e da chi ne è padrone indiscusso, il bambino.
Bisognerebbe farsi un po’ da parte, noi adulti con i nostri corpi pesanti, lasciando spazio e tempo a chi ha veramente qualcosa da dire, come i bambini. Bisognerebbe lasciare cadere per un attimo tutte le nostre teorie, gli esercizi tecnici, i metodi, gli schemi e, semplicemente, ascoltare. Bisogna rendere i bimbi padroni del loro tempo e capire che, come scriveva Seneca, il tempo va custodito (25).
Nel momento in cui decidiamo di dare senso al nostro tempo, decidiamo di esistere. E non esiste momento della nostra vita che non sia emozionante.

 

Veronica Brutti
Pedagogista e allenatrice presso la Scuola Calcio Società sportiva Hellas – Verona


 

Note

 

1) Mi è stato riportato da un genitore che un allenatore all’affermazione di un bambino: «Mister, mi sto annoiando», egli abbia risposto che «non si doveva divertire, ma allenare». L’età del bambino era di 7 anni. Un altro episodio che identifica ulteriormente questo fenomeno riguarda una mail arrivata al responsabile organizzativo degli Aic Camp nel mese di Settembre 2013, nella quale un nonno di un bambino di 7 anni suggeriva «da grande amante del calcio» di non limitare i bambini a «farli giocare e basta», ma a impartire lezioni teoriche sul calcio: «Mi ha sorpreso che mio nipote, anche dopo una “full immersion” di 5 giorni non conoscesse ancora i concetti di triangolo, tackle, cross, centrocampo/ista, fasce ecc. Implementerei, quindi, le lezioni teoriche sul gioco».

2) R. Farné, Il gioco e lo sport, lo sport nel gioco, in R. Farné (a cura di), Sport e infanzia. Un’esperienza formativa tra gioco e impegno, Franco Angeli, Milano 2010, p. 36.

3) C. A. Cordente Martinez, Rendimento sportivo, allenamento e valori educativi, in E. Isidori, A. Fraile Aranda, (a cura di), Pedagogia dell’allenamento. Prospettive metodologiche, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2012, p. 31.

4) M. Bounous, La valenza educativa nello sport, in Pedagogika.it, XVII (3) 2013, p. 35.

5) G. Zavalloni, La pedagogia della lumaca. Per una Scuola lenta e non violenta, Emi, Bologna 2008, p. 34.

6) Ibidem.

7) Ibidem, p. 94.

8) Ibidem.

9) M. Benetton, Valori e disvalori educativi nell’allenamento sportivo in età precoce, in E. Isidori, A. Fraile Aranda, (a cura di), Pedagogia dell’allenamento …, op. cit., p. 104.

10) FIGC SGS, Comunicato ufficiale n. 1 stagione sportiva 2014/2015, p. 27, http:// www.figc.it/Assets/contentresources_2/ ContenutoGenerico/73.$plit/C_2_ContenutoGenerico_2524953_DettaglioAreaStampa_lstAllegati_0_upfAllegato.pdf.

11) P. De Stefani, Il gioco come diritto umano. Conclusione del Convegno, in E. Toffano Martini (a cura di), «Che vivano liberi e felici…». Il diritto all’educazione a vent’anni dalla Convenzione di New York, Carocci editore, Roma 2012, p. 165.

12) P. De Stefani, Il gioco come diritto umano. Conclusione del Convegno, in E. Toffano Martini (a cura di), «Che vivano liberi e felici…, op. cit., pp. 166-167.

13) M. C. Nussbaum, Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, trad. dall’inglese, il Mulino, Bologna 2011, p. 26 [ed. or., Creating Capabilities. The Human Development Approach, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, London, 2011].

14) D. Loro, Grammatica dell’esperienza educativa. La ricerca dell’essenza in educazione, Franco Angeli, Milano 2012, p. 111.

15) S. Tramma, L’educatore imperfetto. Senso e complessità del lavoro educativo, Carocci, Roma 2003, p. 83.

16) D. Loro, Grammatica dell’esperienza educativa …, op. cit., p. 111.

17) http://www.lifeskills.it/cosa-sono-le-lf.

18) C. Maulini, L’allenatore-educatore nel positive youth Development, in E. Isidori, A. Fraile Aranda, (a cura di), Pedagogia dell’allenamento …, op. cit., p. 195.

19) D. Goleman, Intelligenza emotiva, trad. dall’inglese, BUR, Milano 2013, p. 65 [ed. or. Emotional intelligence, 1995, by Daniel Goleman].

20) L. Mortari, Aver cura di sé, Bruno Mondadori, Milano 2009, p. 1.

21) «Che cosa è dunque il tempo? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so: cosí, in buona fede, posso dire di sapere che se nulla passasse, non vi sarebbe il tempo passato, e se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe il tempo futuro, e se nulla fosse, non vi sarebbe il tempo presente. Ma in quanto ai due tempi passato e futuro, in qual modo essi sono, quando il passato, da una parte, piú non è, e il futuro, dall’altra, ancora non è? In quanto poi al presente, se sempre fosse presente, e non trascorresse nel passato, non piú sarebbe tempo, ma sarebbe, anzi, eternità. Se, per conseguenza, il presente per essere tempo, in tanto vi riesce, in quanto trascorre nel passato, in qual modo possiamo dire che esso sia, se per esso la vera causa di essere è solo in quanto piú non sarà, tanto che, in realtà, una sola vera ragione vi è per dire che il tempo è, se non in quanto tende a non essere?» (cfr.: Agostino, Le confessioni, XI, 14 e 18, Zanichelli, Bologna 1968, pp. 759).

22) Nel libro Pedagogia dell’allenamento. Prospettive metodologiche, Emanuele Isidori fa una splendida analisi etimologica della parola “allenatore” (pp. 10-11).

23) L. Maffei, Elogio della lentezza, il Mulino, Bologna 2014, p. 33.

24) L. Mortari, Aver cura di sé …, op. cit., p. 4.

25) L. A. Seneca, Lettere a Lucilio, Lettera 1, trad. dal latino, Rizzoli, Milano 1966, p. 11 [ed. or. A Lucilium epistularum moralium, libri XX].

  • Posted by Etica per le Professioni
  • on 28 settembre 2016
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