Dalla “città desiderata” alla “città abitata”, anzi “mediante”

Dalla “città desiderata” alla “città abitata”, anzi “mediante”

(di Margherita Cestaro, Dottore di ricerca e assegnista di ricerca, Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia, Psicologia applicata (FISPPA), Università di Padova)

«È l’umore di chi la guarda, che dà alla città […] la sua forma». Potremmo prendere spunto da questa suggestiva affermazione di Italo Calvino1 per domandarci: con quali occhi guardiamo oggi la città? Cosa di essa colpisce la nostra visione, cosa cerchiamo e cosa desideriamo vedere in essa?

Certo, il nostro sguardo non è avulso dalle nostre aspettative – o non aspettative – o dal modo in cui siamo stati abituati – e/o ci siamo abituati – a vivere nella e la città. In ogni caso, il nostro sguardo su di essa influenza il – ed è al tempo stesso influenzato dal – punto di vista da cui scegliamo, consapevolmente o meno, di intendere il nostro personale “stare” nella città-con-gli-altri. E gli altri quale posto occupano per noi nel nostro modo di guardare la città?

La prospettiva dalla quale e mediante la quale scegliamo qui di guardare alla città e la città è quella della polis: luogo di relazioni e di relazionalità, che pone al centro del suo stesso costituirsi e della vita che in essa si svolge la persona nel suo bisogno vitale di socialità. La città-polis è infatti il luogo vitale di relazioni vitali, reali e vitalizzanti. Essa è lo “spazio pubblico” in cui gli uomini “agendo in comune”, mediante l’azione e il discorso, si organizzano politicamente: scelgono cioè come gestire quella “casa comune” nella quale si ritrovano a “vivere insieme”2.   

La città-polis costituisce dunque la “dimora” esistenziale ed etica3 nella quale la relazionalità, che caratterizza costitutivamente ogni essere umano come un “io-tu”, può esprimersi nella direzione dell’“io-tu-noi”. Abitare la città e avere la consapevolezza di appartenere alla città rinviano cosí alla possibilità di intessere relazioni umane che consentano a tutti e a ciascuno di potersi ritrovare a proprio “agio” nella città, sentendosi con gli altri con-cittadini, costruttori responsabili e attivi della “forma” umana e umanante che, insieme, si ritiene importante dare alla propria “dimora” comune.

Proprio in quanto tale, la città-polis si propone non come una realtà già data quanto piuttosto come una prospettiva progettuale e utopica. Essa fa appello innanzitutto a un desiderare comune che diventa a sua volta compito personale e condiviso che chiede a ciascuno l’impegno, la responsabilità, la disponibilità e la fatica di “lottare”-con-gli-altri per ciò che, insieme, si riconosce essere buono, giusto e bello per un comune abitare nella città e la città. L’utopia della città-polis è infatti il “luogo che non c’è” o – meglio – del “non ancora”. Essa diviene “fantasia reale” che rinvia a quella realtà possibile che, senza mai rinunciare a raggiungere la meta desiderata, procede ogni giorno “quantum satis4, a piccoli passi, in base a ciò che quotidianamente l’agire di tutti e di ciascuno rendono fattibile.

È a partire da questa angolatura prospettica che cercheremo di guardare la città che ogni giorno si presenta ai nostri occhi con i suoi chiaroscuri, le sue opportunità e i suoi vincoli, cercando di intravvedere quali siano le vie educative mediante le quali è possibile superare gli uni e rafforzare le altre. Ci soffermeremo in particolare su alcune metafore e parole-chiave che da sole consentono di evocare e descrivere il fulcro dei processi umani politico-sociali, culturali ed etici, attorno ai quali si articola la vita della e nella città.

La città tra “muri” e “ponti”

Se spostiamo la direzione del nostro sguardo dalla verticalità della città desiderata all’orizzontalità del vivere sociale quotidiano che in essa si svolge, ci rendiamo subito conto di quanto la città si presenti di fatto come una realtà complessa e contraddittoria al suo interno, dove luci e ombre si alternano assumendo dimensioni diverse e cangianti a seconda dello sguardo con cui scegliamo di osservarla.

I “muri” urbani

Già a una prima “occhiata”, non possiamo non ritrovare nella città quanto illustri antropologi e sociologi evidenziano.

A fronte di un processo di urbanizzazione planetaria per effetto del quale, come fa osservare Marc Augé5, lo spazio urbano contribuisce a globalizzare il pianeta in “un’immensa città” – in un “mondo-città” -, a livello locale ogni singolo agglomerato urbano si configura a sua volta come una vera e propria “città-mondo” che ingloba, assorbe e acutizza in sé i paradossi, le disuguaglianze e le questioni non risolte innescate dalla pluralità dei processi (economici, politici, socio-culturali) che contraddistinguono il “mondo-città”.

Al punto tale, rileva Zygmunt Bauman, da trasformare le medesime città in vere e proprie “discariche” poste, come sono, davanti al «compito di trovare soluzioni locali alle contraddizioni globali»6.

In un contesto planetario interconnesso, in cui i confini spaziali e temporali sembrano cadere, il locale diviene dunque la “cartina di tornasole” del globale.  A fronte di una tensione costante a ricercare, perseguire ed enfatizzare tutto ciò che permette il configurarsi di un unico mondo-città che non ponga limiti alla libera circolazione di conoscenze, risorse, comunicazioni, fanno eco nelle città-mondo scelte e comportamenti opposti, tesi piuttosto a restringere e proteggere le singole individualità, nel nome della privacy e della sicurezza. In tal modo, ogni «città-mondo relativizza o smentisce con la sua sola esistenza le illusioni del mondo-città»7.

Sorgono recinzioni, barriere, delimitazioni motivate dall’esigenza di solcare il confine tra “chi è di qua” e “chi è di là”, separando e mantenendo a distanza sé dall’altro o dall’insieme di quegli altri divenuti (per le loro storie di vita, di povertà, di disagio, di migrazione) sempre piú invadenti, ingombranti, pericolosi. Vengono eretti muri fisici ma anche – e ancor di piú – simbolici, le cui fondamenta affondano ogni giorno nella paura dell’altro, del “diverso”, dello “straniero”, percepito come una costante minaccia alla propria già fragile identità, alla propria precaria stabilità personale e sociale, alla propria “dimora” divenuta ormai scomodamente comune, nella quale non manca una serpeggiante “mixofobia”8: la paura di mescolarsi e di lasciarsi contaminare dall’alterità e, in particolare, dagli altri “scomodi”.

Cosí, nella città ci si muove incapsulati nella propria routine, rincorrendo un tempo che sembra sempre mancare, usufruendo di spazi in cui è consentito solo il transitare veloce, ma non il rallentare, il fermarsi e l’incontrare. Proliferano i “non luoghi”9, la cui frequentazione è funzionale solo al cosa si deve fare in essi o al dove si deve andare. Ne sono un emblematico esempio le vie di circolazione accelerata (strade a scorrimento veloce, svincoli, stazioni, aeroporti, …), i centri commerciali  e tutti quegli spazi urbani in cui la reale interazione tra persone di fatto è assente, ignorata, ostacolata, evitata.

Sono proprio tali “non luoghi” a costituire appunto i “muri” maggiormente fortificati che costringono a constatare la concretezza di un grande paradosso indotto dalla globalizzazione: l’essere tutti coinvolti in un “nuovo spazio planetario” che non trova coincidenza però con uno “spazio pubblico planetario”10, dove “pubblico” sia sinonimo di cittadinanza, quale reale partecipazione-con-gli-altri alla vita della polis.

I “ponti” della città

Eppure, e a ben vedere, nella città non mancano, sparsi qua e là, punti di luce, veri e propri “ponti” – fisici e/o simbolici – che nel favorire il “collegamento” tra persone, prima ancora che tra parti urbane diverse, di fatto accorciano le distanze, avvicinano, uniscono, creando per tutti e per ciascuno l’opportunità di accorgersi dell’altro, di “vedere l’altro” e di “essere visto” dall’altro.

Essi sono luoghi vitali, umani e umananti, nei quali la relazione con l’altro e tra altri trova non solo posto, ma diviene essa stessa per ognuno occasione per fare esperienza della “reciprocità del rendersi presenza”, del “rivolgersi”11 all’altro come “io” dinanzi al proprio “tu”. Tale dialogicità dell’entrare e dello stare nella relazione con e altri può sembrare forse una tensione tanto bella quanto ideale e astratta. In realtà, tutte le volte in cui si “osa” guardare nel volto l’altro, sapendolo riconoscere come uno che è “come me” pur non essendo me12, gli spazi formali, non formali e informali della città, un quartiere piuttosto che una via o un pianerottolo di condominio, un ufficio piuttosto che un negozio, una scuola piuttosto che un oratorio, possono a seconda dei casi trasformarsi da “non-luoghi” a “luoghi”13 dove a tutti e a ciascuno è data la possibilità di essere e di essere-con-gli-altri.

La sfida che allora si pone è quella di creare luoghi nella città che invitino e facilitino non solo il transitare rapido, anonimo, isolante, ma anche e soprattutto il so-stare con l’altro e tra altri. La possibilità di “fermarsi con” e di “saper stare con” l’altro in una relazione che consenta di fare reciprocamente esperienza dell’“io-tu”, diventa infatti occasione preziosa di incontro generativo di “mutuo riconoscimento”14, di condivisione, di com-partecipazione, di aiuto solidale. Prezioso ritorna, ancora una volta, il pensiero metaforico espresso da Italo Calvino ne Le città invisibili15.

«… Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.

– Ma qual è la linea che sostiene il ponte? – chiese Kublai Kan.

– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra – risponde Marco Polo – ma dalla linea dell’arco che esse formano.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi aggiunse:

– Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.

Polo risponde:

– Senza pietre non c’è arco …»16.

Come dire, è la qualità delle relazioni che le singole persone intessono tra loro a costruire – o meno – nella città “ponti” mediante i quali permettere a ognuno di transitare da situazioni di incapsulamento, chiusura, solitudine, disagio esistenziale e materiale, a situazioni di fioritura dell’umano: di quel bisogno e desiderio di relazionalità che dimora nell’intimo di ciascuno.

Per poter costruire “ponti” occorre tuttavia prestare attenzione alle “pietre” che si utilizzano: occorre cioè “prendersi cura” di formare in quanti abitano nella città la consapevolezza e il senso dell’essere-con, del “Noi”. Occorre di conseguenza che ciò che è immaginato, pensato, progettato per la città persegua come finalità quella che già Delors17 aveva individuato come uno dei “quattro pilastri” per l’educazione del XXI secolo: “l’imparare a vivere insieme”. È questa una meta educativa, umana ed etica, che non può essere circoscritta “solo” ai contesti preposti per l’educazione ma chiede di essere estesa ai diversi “spazi pubblici” nei quali si articola la vita della città.

Recuperare, valorizzare e promuovere la valenza educativa ed educante del vivere nella e la città sollecita allora a favorire e a valorizzare la tendenza alla “mixofilia”18 che la stessa realtà urbana induce, stimolando curiosità e interesse per tutto ciò che di “nuovo”, “diverso” e “strano” essa offre o in essa risiede. Si tratta tuttavia di porre attenzione affinché tale desiderio di meticciamento e di familiarizzazione con la diversità e l’alterità non si esaurisca in una mera sensibilità folkloristica ma solleciti piuttosto reali atteggiamenti e comportamenti propri di quella prossimità relazionale e umana che consente di riconoscere nell’altro non un “aliud” ma un “alter18, non un “oggetto” della propria curiosità, ma un “volto” che, con la sua stessa presenza, mi interpella19.

Sono allora proprio gli “spazi pubblici”, nella misura in cui sanno farsi “luoghi” relazionali, l’opportunità di cui la città dispone per trasformarsi quotidianamente in un “laboratorio” nel quale «imparare l’arte del vivere con la differenza»20. Una “città-laboratorio” quindi in cui le differenze di ciascuno non costituiscano dei “muri” che dividono, ma siano piuttosto percepite e vissute come delle «frontiere reciprocamente attraversabili»21, delle soglie che, nel mostrare ciò che distingue e caratterizza, al tempo stesso rivelano ciò che accomuna e rende “uguali”: l’essere reciprocamente persone umane “in carne ed ossa”, a loro volta, “frontiere” attraverso le quali è possibile non solo accedere a modi diversi di pensare, di sentire, di agire, ma anche – e soprattutto – riconoscere il “volto” plurale dell’umano nel quale ognuno “abita” e dal quale “è abitato”22.

Può dunque la città essere “dimora” della pluralità dei “volti” che compongono l’umano?

La risposta non è scontata ma risiede nella intenzionalità e nella responsabilità della città e dei suoi abitanti di accettare o meno il compito arduo e appassionante che il vivere insieme richiede: essere “luogo vitale di luoghi vitali»23, in cui la relazione con e tra altri diventi palestra in cui quotidianamente poter fare esperienza di coesione sociale e di inclusione umana. Paradossalmente, ricade proprio sulle singole città, nelle quali la vita reale si articola e prende forma, «l’enorme compito che [a livello globale] ci sta di fronte […]: il compito di rendere umana la comunità degli uomini»24, accettando di assumere cosí «la globalizzazione come sfida etica»25.

La città “ponte” tra identità e differenza

Raccogliere la sfida etica di “globalizzare l’essere umano”, educando all’arte del vivere con le differenze rappresenta per la città l’invito a divenire «luogo di frontiera interculturale»26, in cui il reciproco attraversamento dei confini consenta a ciascuno di individuare con gli altri quelle “convergenze” a partire dalle quali iniziare a co-progettare e co-costruire insieme.

Il compito dunque che si presenta alla città è quello di sapere essere una “città mediante”27, la cui azione di mediazione consiste proprio nella capacità di creare, nei suoi “luoghi”, un “ponte” tra identità e alterità-differenza, attraverso il quale consentire a ciascuno di sperimentare come non sia possibile l’una senza l’altra. Ogni “identità” è al tempo stesso, proprio nella sua unicità e specificità, una “differenza”. Quest’ultima rappresenta cosí la “cifra  della identità”28. La “logica edilizia”, infatti, che sorregge entrambi tali “pilastri”, non è quella dell’“aut-aut” bensí quella dell’“et-et”: la costruzione-formazione sociale e culturale della città – cosí come quella personale – si rende possibile solo nella direzione della relazione – non della divisione – e della integrazione.

Quest’ultima, iscrivendosi essa stessa nella dinamica relazionale, è sempre reciproca (io-tu-noi) e si attualizza in processi che consentono a tutti e a ciascuno di ritrovarsi persone, imparando ad essere pienamente umani e “a diventare umani”29.

Prendersi cura dell’umano che la abita implica allora per la città favorire, nei suoi luoghi pubblici, la formazione di identità porose, intese non come delle “identità patchwork”, mere giustapposizione di parti eterogenee assemblate insieme solo per il gusto della diversità, ma come delle identità narrative30, capaci di ricomporre in unità la pluralità delle differenze che le compongono riconosciute, queste ultime, come parti significative che definiscono appunto la propria identità-differenza.

Identità dialogiche e medianti31 per le quali né l’apertura alla differenza induce a scorciatoie relativistiche, né la consapevolezza di sé implica rigidità, staticità e chiusura ma, anzi, disponibilità all’incontro e al confronto critico-costruttivo e creativo con l’altro, a partire dal riconoscimento di quella comune matrice umana che rende uguali pur nelle reciproche differenze. Identità interculturali quindi per abitanti di città-polis interculturali31.

In un mondo caratterizzato dalla difficoltà di tracciare un confine tra “il qui e l’altrove”, proprio le città rappresentano allora il “luogo” capace di evocare il «duplice orizzonte del nostro avvenire: l’utopia di un mondo unificato e il sogno di un universo da esplorare»32. Il “luogo” in cui si rende possibile per ognuno, nella quotidianità del vivere insieme, «coltivare la propria umanità»33, educando ed educandoci a “un’etica della comprensione planetaria”34 mediante la quale imparare a riconoscerci nella nostra comune cittadinanza umana – “terrestre” direbbe Morin – prima ancora che anagrafica.

Margherita Cestaro, Dottore di ricerca e assegnista di ricerca, Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia, Psicologia applicata (FISPPA), Università degli Studi di Padova

1) I. Calvino, Le città invisibili, Oscar Mondadori, Milano (1993)2006.

2) H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Tascabili Bompiani, Milano (1964)2009.

3) Cfr.: H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1990; G. Milan, Le stanzette e l’utopia. Combattere il rimpicciolimento ospitando la città, in E. Gasperi (a cura di), Dar luogo ai luoghi. La città cantiere di interculturalità, Cleup, Padova 2008, pp. 1-30; G. Milan, L’E-ducere della polis…a partire dalle fondamenta, in G. Milan, E. Gasperi (a cura di), Una città ben fatta. Il gioco creativo delle differenze, Pensa MultiMedia, Lecce-Brescia 2012, pp. 15-37; M. Cestaro, Il gioco della mediazione per una città interculturale, in G. Milan, E. Gasperi (a cura di), Una città ben fatta. Il gioco creativo delle differenze, Pensa MultiMedia, Lecce 2012, pp. 73-94; G. Milan, M. Cestaro, We can change! Seconde generazioni Mediazione interculturale Città, Pensa MultiMedia, Lecce 2016.

4) M. Buber, Il Principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1993.

5) Cfr.: M. Augé, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Elèuthera, Milano (1993)2009; M. Augé, Che fine ha fatto il futuro? Dai non luoghi al non tempo, Elèuthera, Milano 2009.

6) Z. Bauman, Fiducia e paura nella città, Bruno Mondadori, Milano 2005.

7) M. Augé, Che fine ha fatto il futuro? …, op. cit.

8) Z. Bauman, Fiducia e paura …, op. cit.

9) Cfr.: M. Augé, Nonluoghi …, op. cit.; M. Augé, Che fine ha fatto il futuro? …, op. cit.

10) M. Augé, Che fine ha fatto il futuro? …, op. cit.

11) M. Buber, Il Principio dialogico e …, op. cit.

12) P. Ricoeur, Il sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993.

13) Cfr.: M. Augé, Nonluoghi …, op. cit.; M. Augé, Che fine ha fatto il futuro? …, op. cit.

14) P. Ricoeur, Percorsi del riconoscimento, Raffaello Cortina, Milano 2005.

15) I. Calvino, Le città invisibili, Oscar Mondadori, Milano (1972)2006.

16) I. Calvino, Le città invisibili …, op. cit., p. 81.

17) J. Delors et alii, Nell’educazione un tesoro. Rapporto all’Unesco della Commissione internazionale sull’Educazione per il Ventunesimo Secolo, Armando Editore, Roma 1997.

18) R. Panikkar, Pace e Interculturalità. Una riflessione filosofica, Jaca Book, Milano 2002.

19) E. Lévinas, Totalità e Infinito, Jaca Book, Milano 1990.

20) Z. Bauman, Fiducia e paura …, op. cit.

21) M. Cestaro, Il gioco della mediazione …, op. cit.

22) G. Milan, M. Cestaro, We can change …, op. cit.

23) G. Milan, Le stanzette e l’utopia …, op. cit.

24) Z. Bauman, Fiducia e paura …, op. cit.

25) Z. Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, Laterza, Bari 2010.

26) M. Cestaro, Il gioco della mediazione …, op. cit.

27) G. Milan, M. Cestaro, We can change …, op. cit.

28) Cfr.: M. Cestaro, Educare “stando nel mezzo”. Mediazione interculturale tra ricerca e formazione, Cleup, Padova 2013; G. Milan, M. Cestaro, We can change …, op. cit.

29) P. Bertolini, Educazione e politica, Raffaello Cortina, Milano 2003.

30) P. Ricoeur, Il sé come un altro …, op. cit.

31) G. Milan, M. Cestaro, We can change …, op. cit.

32) M. Augé, Nonluoghi …, op. cit.

33) M. Nussbaum, Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea, Carocci, Roma 1999.

34) E. Morin, I sette saperi capitali necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano 2001.

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